Locarno Festival 2012. Recensione: BERBERIAN SOUND STUDIO tenta di ricreare gli horror italiani anni ’70, ma fallisce

Berberian Sound Studio, regia di Peter Strickland. Con Toby Jones, Cosimo Fusco, Susanna Cappellaro, Antonio Mancino. Presentato nella sezione Concorso internazionale. Voto 5
Ci si aspettava molto da questo psycho-thriller inglese. Incuriosiva soprattutto che fosse ambientato sul set di un italian horror anni Settanta, un sotto-Argento di donne urlanti e massacrate. Già si assaporava l’omaggio al nostro cinema-bis giallo e profondo rosso, una ghiotta operazione di metacinema che rifacesse e riproponesse le lame nel buio e i selvaggi spargimenti di sangue di quella stagione. Invece no. Il film è di esasperante lentezza, non sa da che parte andare e dunque non va da nessuna parte, e spreca la sua bella intuizione di partenza. Trapela perfino un certo disprezzo, se non un malcelato razzismo di marca assai british, verso quel cinema artigianale, visto come una sottoindustria al limite del truffaldino, sgangherata e approssimativa, insomma italiana secondo i peggiori e più vieti stereotipi. Gilderoy, un geniale ingegnere del suono inglese (è il grande Toby Jones, visto e ammirato in Infamous, La talpa e Biancaneve e il cacciatore, prossimamente sarà Hitchcock nel biopic The Girl), viene ingaggiato da un regista italico di horror. Trattasi di mettere a posto il sound di una storiaccia di streghe che si ridestano e si vendicano. Per l’inglese Gilderoy già butta male all’inizio, visto che nessuno gli dà retta quando chiede, anzi implora gli venga rimborsato il biglietto aereo, e quello che viene dopo è anche peggio. Produttore e regista sono due tipacci prepotenti e italicamente machisti, ducetti che spadroneggiano sul set, schiavizzano il povero e mite Gilderoy, umiliano le attrici trattandole da decerebrate e incapaci e ovviamente portandosele a letto. Visto che il nostro è il tecnico del suono, lo vediamo e lo seguiamo mentre registra le urla più o meno convinte delle attrici, mentre ricrea gli accoltellamenti e le aggressioni menando colpi ad angurie e cavoli, se invece si devono strappare i capelli alla vittima ecco che ricorre al ravanello tirandone e troncandone i ciuffi verdi (è la parte più divertente e riuscita, questa dei trucchi poveri fatti con l’ortofrutta). Il clima si fa sempre più teso, la minaccia incombe, il buono e timido Gilderoy è sempre più terrorizzato, comincia ad avere incubi preoccupanti, noi ci aspettiamo che da un momento all’altro scorra del sangue. Invece niente. Passa mezz’ora, passa un’ora, si arriva alla fine, e niente. Per carità, il film è assai ben girato e impaginato, il protagonista è impeccabile, ma che cosa avrà mai voluto comunicarci il signor regista? Questo è uno dei tanti film del Locarno Festival in cui non esiste il racconto, non esiste la storia. Come se le nuove leve, bravissime nel creare immagini e anche atmosfere e seduzioni ipnotiche, avessero perso la capacità di narrare, o forse non l’hanno mai avuta.

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