Locarno Festival 2012. Recensione: ‘Vacanze speciali e altre malattie’ è il classico film (indonesiano) da festival

Vacanze speciali e altre malattie (Vakansi yang janggal dan penyakit lainnya – Peculiar Vacation and other Ilnesses), regia di Yosep Anggi Noen. Con Christy Mahanani, Joned Suryatmoko, Muhammad Abe Baasyin. indonesia 2012. Sezione Cineasti del presente.
Ecco il classico film da festival. Di una cinematografia lontana e periferica, austero e rarefatto fino a rasentare il vuoto, dialoghi ridotti al minimo, piani sequenza interminabili e un’attrice malmostosa che rifà in versione pacifico-asiatica la Vitti dell’incomunicabilità antonioniana. Storia quasi zero. Però bisogna ammettere che il regista sa girare, ha un rande occhio, crea immagini ipnotiche, peccato solo che rinunci al racconto. Voto 6
Film indonesiano dal titolo impossibile, anche nella traduzione italiana e non solo in originale. Di quei film che vedi solo ai festival, che circolano solo lì, che hanno scarsissime chance di farsi conoscere in un giro più largo a meno chenon  vengano benedetti da un qualche premio. Questo chissà, stiamo a vedere. Dura reggerlo, anche per i festivalieri più incalliti. Un film di silenzi, di piani sequenza interminabili, viaggi in macchina che durano quarti d’ora e mai uno stacco della cinepresa, che sì e no si muove di una quarantina di gradi passando dalla nuca del conducente al parabrezza ai finestrino laterale. Se poi non son silenzi, sono frasi smozzicate (in indonesiano) tra i due chiamiamoli così protagonisti, un giovane uomo sul simpatico e sull’estroverso e una ragazza musona di nome Ning che non si capisce con chi ce l’abbia (e purtroppo non lo capiremo neanche alla fine). Si parte con lei che lascia il natio villaggio, benedetta da un signore che le raccomanda di pregare e confidare sempre in Allah (l’Indonesia, benchè laggiù nel Pacifico, è paese musulmano, anzi il più popoloso paese musulmano al mondo con i suoi 120 milioni di fedeli). Di una bellezza severa e mai sorridente, Ning va in città a impiegarsi come commessa in un negozio di mobili (li importano dalla Corea). Subito il ragazzo che lì si fa i lavori più pesanti, uno tra il magazzieniere l’autista e lo scaricatore, la adocchia, ma lei mai il minimo cedimento. Finchè ai due tocca fare un viaggio insieme di un paio di gorni per consegnare un divano a casa di Dio. Il film consiste in grandissima parte nell’interazione tra i due, con lui che ci prova e lei che fa la sdegnosa. Intanto assistiamo a un plot collaterale, con un tizio di evidentissima, estrema povertà che per sopravvivere fa cose tipo acquistare taniche di benzina e poi rivenderla per così dire al minuto a bordo strada in bottiglioni di CocaCola. Siamo in piena cinema miserabilista, però il regista non ci aduggia con discorsi militanti, si limita a registrare quelle minime vite senza proclami ideologici. A un certo punto capiremo che la ragazza e il misterioso venditore di benzina sono moglie e marito, anche se non capiamo perché lei l’abbia lasciato. Vediamo anche che Ning e il suo collega dormono nello stesso letto, benchè vestiti. Sarà successo qualcosa e il regista non può mostrarcelo per la ben nota pruderie islamica in fatto di sesso? Ning ha commesso adulterio con il collega? Il film finisce più o meno a quel punto. Non è successo quasi niente e se è successo nessuno ci ha avvertito, però il regista Yosep Anggi Noen dimostra di non essere uno sprovveduto. Sa girare, sa creare immagine di folgorante bellezza estraendole con perizia dalla miseria e dallo squallore (un bacile di plastica blu galleggiante sull’acqua, una serie di bottiglie di CocaCola svuotate e messe in fila ad asciugare, gli squarci nebbiosi e polverosi della città inquinata). Un altro dei tanti nipoti, chissà quanto consapevoli, di Antonioni, che in Oriente ha sempre trovato estimatori ed epigoni, da Won Kar-wai a Tsai Ming-liang. In questo film manca il racconto, c’è quasi la rinuncia programmativa a narrare e a inventarsi una storia, si esagera con il non detto, l’allusione, l’ellisse secondo i codici di quel cinema autoriale austero, estremo e anche narcisista-autorerenziale che trova sia cosa disdicevole spiegare le cose. Ma l’occhio c’è, eccome.

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