Locarno Festival 2012. Recensione. IMAGE PROBLEM: della Svizzera si può anche ridere

Image Problem, un documentario di Simon Baumann e Andreas Pfiffner. Svizzera 2012. Presentato nella sezione Concorso internazionale (in corsa per il Pardo d’oro). Voto 5 e mezzo
Poi dicono che noi italiani non si ha il senso della nazione, niente orgoglio patrio, zero autostima. Vero. Però non se la passano troppo bene neanche alle altre parti, se perfino nella Svizzera così sicura di sè comincia ad apparire qualche crepa. La prova: questo strano film svizzero, di due svizzeri, che si burla un po’ sì e un po’ no, ma più sì che no, della svizzeritudine e ne mette in dubbio la marmorea compattezza. I due compari Baumann e Pfiffner partono dall’assunto (mica poi così confermato dai fatti secondo me) che il loro paese soffra di un problema d’immagine per via delle inchieste internazionali sul riciclaggio di denaro sporco, il coinvolgimento di certe companies in loschi affari e altri scandalucci tipo la mancata resituzione dei conti ebrei (questa la aggiungo io alla lista). Dunque si chiedono, e soprattutto vanno in giro a chiedere su e giù per i vari cantoni: che fare per raddrizzare la situazione, come mettere in piedi una campagna che riscatti l’immagine del paese, su cosa puntare? Che poi è il pretesto per verificare de visu, e sul campo, che cosa gli svizzeri pensino di sè e di cosa pensino della Svizzera i non svizzeri. Si va nel paese profondo delle verdi valli e degli chalettoni con gerani, in quello delle ville suburbane middle class e delle medie città. Facce che sembrano uscire da un libro di storia patria, e voci che decantano i plus della Svizzera: laghi, fiumi, vallate, monti, piste innevate, pascoli, tranquillità, pulizia, ordine. Insomma, Heidiland. C’è molta gente felice di agitare la propria bandiera, la macchina da presa riprende il loro orgoglio, ma anche il pregiudizio. Il sentimento antistranieri è forte e ben radicato: “Quelli dell’Est son peggio dei neri”, dice una signora con la messinpiega molto a posto. Ecco, non è piùcome una volta. Facile ridicolizzare gente così, facile bollarla di xenofobia, però la criminalità di matrice straniera non è mica solo una paranoia del piccolo, medio cittadino, qualche base di realtà ce l’ha, ammettiamolo, suvvia. Insomma, i due registi scelgono per il loro pamphlettone bersagli fin troppo facili, è proprio il caso di dire che sparano sulla Croce rossa (inventata in Svizzera, come ognuno sa). Come spesso succede, quando il radicalchicchismo che si sente esteticamente e moralmente superiore prende di mira i primitivi pregiudizi del popolo basso, quasi quasi vien voglia di stare dalla parte degli sbeffeggiati. Piuttosto, quello che è più interessante in questo Image Problem è quando ci mostra come sia facile manipolare la realtà, come il cinema (e non solo quello) possa scivolare facilmente nell’arte della menzogna anche quando, soprattuto quando, dichiara di restituire la realtà per quella che è. La scena in cui i due burloni riempiono di spazzatura un pulito e ordinato, verdissimo prato e dispongono scenograficamente bottiglie e lattine vuote per dimostrare quanto sia facile far passare il messaggio del degrado attuale della Svizzera (ah signora mia guardi che schifo, non è più come un tempo) mi ha fatto venire in mente F for Fake di Orson Welles. Ci avverte che il cinema può essere inganno, e che il cinema documentario può esserlo anche di più.

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