Locarno Festival 2012 (recensione) THE END OF TIME: il documentario incontra (purtroppo) la filosofia

The End of Time, documentario di Peter Mettler. Presentato nella sezione Concorso internazionale (in corsa per il Pardo d’oro).
Il canadese Mettler gira il mondo e filma di tutto, dalla aree abbandonate di Detroit al tunnel del CERN di Ginevra a una comunità buddista per rispondere alla domanda: che cos’è il tempo? Purtroppo fa della pessima filosofia e ci tramortisce dalla noia, però mette insieme immagine folgoranti come pochi, qualcosa tra il vecchio Koyannisqaatsi di Reggio e l’ormai imprescindibile The Tree of Life di Malick. Voto 6 (media tra l’8 per le immagini e il 4 per il pessimo filosofeggiare).
Una delle tendenze forti del cinema di oggi, largamente rappresentata anche a questo Locarno, è il documentario, o il doc fictionalizzato o contaminato in forme variamente ibride (che cosa sono esattamente L’estate di Giacomo visto proprio qui l’anno scorso? O Orléans, proiettato due giorni fa in Cineasti del presente? Doc, fiction, mockumentary, altro ancora?). Difficile mettere un’etichetta anche sopra questo The End of Time, che a me è parso soprattutto cinema visionario, cinema di visioni e allucinazioni e alterazioni dello sguardo e della mente, un riprendere pezzi di realtà per costruire una partitura per immagini. Il canadese Peter Mettler sa cavare dalla macchina da presa cose di inaudita bellezza e potere incantantorio. Peccato che si sia messo in testa di realizzare un film-concept intorno all’idea, alla categoria di tempo. Gira il mondo, penetra gli ambienti e le realtà più variegate per porre e porsi la domanda: che cos’è il tempo? e, purtroppo, anche per trovare una risposta. Filosofia, assai spicciola e corriva, attraverso il cinema. Quel che ne esce è un film di una visualità a tratti grandiosa e di una pochezza di pensiero disturbante. Dobbiamo ascoltarci quelli del CERN di Ginevra che se la tirano sul tempo al tempo delle subparticelle, la signora che a Detroit ci aduggia con pensierini quali ‘il tempo per me non è lineare ma circolare, e la morte non è la fine ma un ricominciamento’ (il povero Mircea Eliade di fronte a tanta banalizzazione darebbe fuori di testa). Potevano mancare, dato il tema, gli immancabili buddisti? ahinoi, no che non mancano. Con sentenze tipo ‘passato, presente e futuro sono etichette che noi inventiamo, ma che non esistono’. Stremati da tante stupidate siamo lì lì per crollare, poi le immagini grazie a Dio ci vengono in soccorso e ci ridestano. Mettler passa dal cosmo, nel senso più letterale (stelle, galassie, pianeti, ripresi grazie a un potente telescopio, e ce li fa danzare che neanche Kubrick) all’ultra micro delle subparticelle ginevrine, alle creature minime della terra e della natura. Signora mia, siamo tutti in un gran ciclo cosmico, che è anche quello che ci diceva e ci mostrava mirabilmente Terrence Malick in The Tree of Life, film che – ce ne rendiamo conto a questo Locarno – sta producendo una valanga di imitazioni ed epigoni, alcuni non privi di un qualche valore come questo The End of Time, altri inqualificabili come Lore. Tornando a questo film, meglio fregarsene dei suoi pensieri debolissimi e abbandonarsi al flusso di immagini. L’isola del Pacifico perennemente ridisegnata dalla lava, ad esempio, e quelle colate di fuoco, terra e cenere sembrano mostri, draghi fantastici, e sono tra le cose più belle viste al cinema ultimamente. O l’ex cinema di Detroit ridotto a garage, di un’imponenza e magnificenza e sacralità che ricordano la prima scena di Holy Motors di Leos Carax. Fiamme, nuvole, fumi, piogge, acque di cielo e acque di terra. La natura stradomina in questo film, esattamente come in The Tree of Life. Un film da vedere mettendosi i tappi nelle orecchi e silenziando la cattiva filosofia che sputa fuori.

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