Locarno Festival 2012. Recensione. L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI MACAO, un mélo-noir che è il mio personale culto di questo festival

L’ultima volta che vidi Macao (A Última Vez Que Vi Macau), regia di João Rui Guerra da Mata e, João Pedro Rodrigues. Con Cindy Scrash, João Rui Guerra da Mata, João Pedro Rodrigues. Portogallo 2012. Presentato nel Concorso internazionale (in corsa per il Pardo).
Fra i film del concorso internazionale, il mio preferito a oggi. Un rarefatto melodramma-noir portoghese sospeso tra sperimentalismi e omaggi a certo cinema colonial-hollywoodiano. Un protagonista che percorre tutto il film, di cui sentiamo la voce, ma che non vediamo mai. A dominare davvero il film è Macao, l’ex colonia portoghese ora cinese, città delle ombre, del peccato e del destino. Voto 8
Succulentissimo melodramma-noir raffreddato e cerebralizzato, opera di due registi portoghesi ma di capitali francesi, qualcosa di coraggiosamente eccentrico, una scommessa che si avvicina – nel suo miscelare camp, sperimentalismi, citazionismi del grande cinema hollywoodiano – a un altro strambo film portoghese visto quest’anno a Berlino, Tabu. Dei due registi, João Rui Guerra da Mata è quello che ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Macao, per poi andarsene via per sempre dopo l’Handover del 199o, il definitivo ritorno di quella che da quattro secoli era colonia portoghese alla madre-matrigna Cina Popolare. Un trasferimento di sovranità che ha significato la fine di un mondo coloniale e l’inizio di una Macao grande Casinò, super slot machine asiatica, la Las Vegas cinese. Da Mata interpreta anche il protagonista invisibile di questo L’ultima volta che vidi Macao, ne vediamo sì e no l’ombra, ne udiamo solo la voce narrante che dipana la storia, ne ricostruisce gli antefatti e ne racconta lo svolgersi. Qualcosa che sta tra la voice over di Viale del tramonto di Billy Wilder e la prima, sensazionale parte di Enter the Void di Gaspar Noé, con cui questo film ha non poche affinità: di cose raccontate e scelte stilistiche. A ribadire come nel film tornino parecchie memorie ed elementi autobiografici, il regista non solo interpreta il main character ma gli dà pure il proprio nome: da Mata. Sicchè i contorni tra passato vissuto e ricordato e finzione si fanno alquanto labili. In conferenza stampa la coppia di autori ha sottolineato più volte che la Macao del film nasce sì da una parte dalle memories di da Mata, ma dall’altra dalle immagini che ne ha dato il cinema di Hollywood, in particolare Macao di Joseph von Sternberg, punto e modello di riferimento esplicito. Quella Macao era completamente ricostruita in studio dunque finta, sognata e ridisegnata secondo i cliché, “noi abbiamo ricostruito quel senso di finzione ma girando davvero a Macao, utilizzando elementi della sua realtà e trasfigurandoli”, ha detto João Pedro Rodrigues. Una finzione ricostruita attraverso un quasi-documentario, questo sì che vuol dire saper cos’è il cinema e quanto sia naturalmente ambiguo. Sta anche qui il fascino enorme di questo film così iperconsapevole da sfiorare il metacinema, eppure percorso da una continua tensione e passione. Da Mata torna a Macao dopo trent’anni. Candy, un travestito che canta in un club di Macao e finito in giri rischiosi, gli ha scritto in una lettera disperata di essere in pericolo, lo ha implorato di venire al più presto in suo soccorso, di salvarla prima che sia troppo tardi. La prima scena, folgorante, ci mostra Candy che si esibisce con due tigri sul palco, da cui la separa solo una rete, e naturalmente canta la stessa canzone di Jane Russell in Macao di Sternberg. Poi, una misteriosa sparatoria in un angolo remoto della città, una vittima. De Mata cerca di mettersi in contatto con Candy, ma la città ha i tentacoli di una piovra, si ritrova sempre nel posto sbagliato, arriva troppo tardi all’appuntamento con l’uomo che lo doveva portare dalla chanteuse. Nei giorni seguenti cercherà di ritrovarla, ma ogni volta fallirà. Intanto viene pressantemente invitato ad andarsene, a lasciare Macao, se non vuole fare una brutta fine. Sullo sfondo una misteriosa organizzazione che ha  che fare con lo zodiaco cinese, e una Madame Lobo di implacabile crudeltà. Questa ricerca continuamente frustrata di Candy attraversa tutta Macao, consentendo ai due registi di esplorare la città oltre ogni possibile cliché, di mostrare luoghi della nuova Macao e di quella coloniale ormai in disfacimento, ombre che si aggirano in cunicoli, docks dove nessuna persona di buonsenso si avventurerebbe, bottegucce equivoche, locali ancora più equivoci e minacciosi, cani inselvatichiti ovunque, topi, insetti. Macao come teatro di fantasmi, di ombre, dove tutto è già accaduto e tutto potrebbe di nuovo accadere. Uno di quei luoghi dell’ambiguità e del pericolo, come sospesi nel tempo e nella storia, che il cinema ci ha consegnato più volte: la Shanghai di von Sternberg, la Salonicco di Pabst, la Tangeri di Bertolucci, la Casablanca di Curtiz. Finirà in (melo)dramma, ovvio. Da Macao non può esserci ritorno, una volta che ti ci sei avventurato. Film formidabile, di quell’austerità estrema che è del cinema portoghese (ci vuole coraggio a realizzare un film in cui il protagonista è invisibile), ma che ci racconta anche una storia, seppure non sempre trasparente nei suoi passaggi. Film che entra nel labirinto Macao e ne resta prigioniero, e forse rende prigionieri anche noi. A mio parere, il film di gran lunga più interessante del Concorso internazionale, da candidare subito al Pardo d’oro. Il mio culto di questo Locarno.

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