Locarno Festival 2012. Recensione: NACHTLÄRM, un thriller svizzero con troppe smagliature (di sceneggiatura)

Nachtlärm (Lullaby Ride), regia di Christoph Schaub. Sceneggiatura di Martin Suter. Con Alexandra Maria Lara, Sebastian Blomberg, Carol Schuler, Georg Friedrich. Svizzera/Germania 2012. Presentato in Piazza Grande. Voto 4 e mezzo
Devo dire che non se ne può più di film con neonati che piangono la notte e rompono le palle non solo ai genitori, ma anche a noi spettatori. In questi ultimi mesi non so cosa sia successo, ma sono arrivati o stanno arrivando l’uno via l’altro parecchi film su gravidanze, parto, periodo post-natal, poppate, e il pianto del pargolo non manca mai. Il primo che mi è capitato di vedere in proiezione stampa è stato Che cosa aspettarsi quando si aspetta (nei cinema il 7 settembre), poi La guerra è dichiarata (ma lì il pianto almeno ha una giustificazione pesante e drammatica), poi l’abbastanza insulso e irritante Travolti dalla cicogna. Adesso qui a Locarno Nachtlärm (Rumore notturno), dove una giovane coppia sta perdendo il sonno e il lume della ragione e anche ogni voglia di carnalmente congiungersi per via dell’urlatore nella culla Tim. L’unico modo che Livia e Marco hanno scoperto per farlo tacere è portarlo in macchina ad almeno 130 chilometri all’ora. Una sera, nell’ennesimo giro acquieta-pargolo, si fermano a uno spaccio notturno, lei entra a prendersi qualcosa, lui rimane col pupo però lo lascia solo in macchina per un attimo, il tempo di andarsi a prendersi le sigarette. Attimo fatale. Una coppia lui-lei di medio-basso rango criminale ruba la macchina, senza rendersi conto del pargolo sistemato sul sedile dietro. Parte uno di quei thrilleroni svizzero-tedeschi anche discretamente girati, anche moderatamente coinvolgenti, ma chissà perché ti sembra sempre l’Ispettore Derrick (sarà un pregiudizio, lo ammetto). Lo sceneggiatore è il più celebrato gialista svizzero, Martin Suter, in Italia publicato da Sellerio e prima da Feltrinelli, dunque con marchio di garanzia. Però l’idea del furto d’auto con poppante non è mica così originale e travolgente. I due genitori disperati rubano a loro volta un’altra macchina e si buttano all’inseguimento. Le cose si complicherano moltissimo, anche perché mamma e papà sono andati a sfrucugliare senza saperlo uno che ha un malloppo di soldi sporchi, e un bel po’ di conti da sistemare e che ai due genitori non darà tregua. Sarà una notte da incubo, naturalmente nella giovane e carinissima coppia parte il solito gioco al massacro, è colpa tua, no ehe è colpa tua, se tu non l’avessi abbandonato non saremmo a questo punto, e pianti, pentimenti, disperazioni. Tutto un repertorio di déjà-vu mortalmente ripetivo e noioso. Sì, la Svizzera tedesca rurale in cui si snodano gli accadimenti ha un suo rude fascino sinistro da fiaba gotica, i boschi han sempre quell’aria minacciosa da foresta nera nerissima, poi si sa che dietro l’ordine e la tranquillità svizzere si celano pericoli e mostri. Ma il regista non è Duerrenmatt, e temo che neanche Suter lo sia, oltre il mestiere qui non si va. Il limite grosso sta proprio nella sceneggiatura, piena di vistosissime inverosimiglianze. Ma per i due ladri di macchine sarebbe davvero così difficile liberarsi del bambino? Perché se lo portano dietro tutta la notte cacciandosi sempre di più nei guai? Che so, lasciatelo davanti a un drugstore aperto, a una discoteca, a un pronto soccorso. I genitori all’inseguimento non chiamano la polizia perché privi di cellulare: lui l’ha lasciato nella maccchina rubata, lei è l’unica svizzera, anzi l’unica sulla faccia della terra, ad andarsene in giro senza telefono. Insomma, troppe cose non stanno in piedi. Stendiamo un pietosissimo velo sulla trovata del ladro-killer continuamente bloccato da crisi intestinali. A conti fatti, non un gran film, anzi. Ecco, se gli americani ne facessero il remake potrebbero anche cavarci qualcosa di buono. Lì sanno come rattoppare i buchi delle sceneggiature e praticano perfino, come le monache di una volta, il rammendo invisibile.

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