Locarno Festival 2012. Recensione. STARLET: pornoattrice incontra vecchia signora (e c’è l’ennesima nipote di Hemingway)

Starlet, regia di Sean Baker. Con Drew Hemingway, Besedka Johnson, Staella Maeve. Usa 2012. Presentato nella sezione Concorso internazionale.
Strano incontro tra una ragazza che fa la pornoattrice e una ultraottantenne burbera e solitaria. Un bel film senza smancerie nè patetismi, che non vuole né indignarci (sui dissoluti costumi di certa mala gioventù) ne commuoverci (sul destino dei vecchi). Occhio alla protagonista bionda, è figlia di Mariel Hemingway e nipote di Ernest. Voto: tra il 6 e il 7
Un po’ di genealogia, tanto per incominciare. La protagonista Drew Hemingway, modella di fascia alta, è figlia di Mariel (la woodyalleniana lolita di Manhattan) e dunque pronipote del monumentale e nobellizzato Ernest. Bella è bella, longilinea, fianchi stretti, poco seno, un biondo abbastanza glacial-wasp appena riscaldato da climi californiani, insomma una gruccia ideale per un abito couture. Che sia anche attrice cerchiamo di capirlo da questo film. Già apparsa nel dimenticabile Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza (che in fatto di fighettismo newyorkese-cosmopolita non si risparmiava nulla) qui ci prova a far la protagonista, e a conti fatti se la cava non male. Tra i tre film indie-Usa visti finora a Locarno-Concorso, questo Starlet è il meglio. Girato naturalmente secondo i modi e pure i manierismi e vezzi indie, storie raccontate in apparente quasi mancanza di sceneggiatura a mimare la vita nel suo farsi, esistenze giovanil-estreme tra sostanze alteranti di ogni tipo e sesso consumata alla velocità e nella quantità delle suddette droghe, legami volatili spesso basati sull’interesse reciproco e dunque destinati a dissolversi non appena gli interessi non tendono più a coincidere. Musica, locali, bevuti, balli e sballi. Rapporti familiari labili, nulli, sull’orlo del collasso. Così vive, così è la bionda Jane in questo film, coabitante da qualche parte della California (LA, suppongo) con Melissa e Mike, una coppia di strafatti e interrotti, lei attrice porno rompiballe di cui nessuno vuole più sapere e puttana part-time, lui nullafacente, dealer, giocatore indefesso di Xbox e soprattutto agente di lei, quello che in altri tempi si chiamava più propriamente pappone. Tra tanto squallore l’unica consolazione di Jane è il suo chihuahua, cagnuccio di buon carattere, maschio anche se di nome femminile (“è che il nome Starlet l’avevo scelto già prima di adottarlo al canile”, spiega la sciagurata). Un giorno capita che Jane a una di quelle vendite di giardino e garage così angloamericane, acquisti da una vecchia bisbetica un vecchio thermos a fiori, che lei però userà come vaso (“thermos? cos’è un thermos?”). Detto fatto. Quando però versa l’acqua si rende conto che c’è dentro qualcosa di strano: son rotoli di banconote, la bellezza di diecimila dollari. Di chi sono? Chi li ha nascosti lì? Raccontare tutto alla vecchia, ridarle magari i soldi o meglio tenerseli? Jane, che non è una santa dedita alle opere di beneficenza e sa quanto sia dura tirar su i soldi (è anche lei apprezzata attrice nella fiorente industria del porno e i dollari se li suda con penetrazioni, fellatio e sperma in faccia) decide di conoscere meglio la vecchia Sadie e capire se sia o meno il caso di restituirle il piccolo malloppo (l’amica Melissa consiglia: “ridare solo a chi è in condizioni di estremo bisogno, un homeless, una famiglia che mangia cibo per cani”). La burbera ultraottantenne Sadie respinge i primi tentativi di avvicinamento di Jane, la quale però le tende l’agguato alla sala da bingo dove Sadie va ogni settimana, e insomma le due cominciano a frequentarsi. Sadie non è condiscendente con la ragazza, Jane non sa neppure lei perché continui a vederla, perché l’aiuti a fare la spesa e la porti al cimitero sulla tomba del defunto marito (“che lavoro faceva? il gambler, sì, solo quello, viveva di gioco, e guadagnava molto bene”). La casa di Sadie è piena di Tour Eiffel, riproduzioni e foto, dunque non ci vuol molto a capire come la sua città del cuore sia Parigi (“e il film che adoo è Cenerentola a Parigi con Audrey Hepburn e Fred Astaire”). Non c’è un gran scambio tra le due, non c’è amicizia, però qualcosa di sottile e insieme forte si stabilisce, forse è una reciproca affinità di caratteri, un reciproco riconoscersi animale e annusarsi, forse per Jane è un modo di passare il tempo che non sia solo set porno e liti defatiganti con i suoi due coabitanti, forse per Sadie è solo lo stanco arrendersi alla corte di quella ragazza e niente di più. Finché un giorno Anne prende due biglietti per Parigi: partiranno insieme. Anche quando Melissa rivelerà per vendetta a Sadie il segreto del thermos e di come Jane le abbia mentito, lei non rimanderà il viaggio. Alla fine si svelerà un segreto, e capiremo qualcosa di più. Ora, è il secondo strano incontro a Locarno nello stesso giorno, dopo quello del film Der Glanz des Tages. Però qui le cose funzionano molto meglio. Non c’è patetismo, mai. Non c’è il sentimentalismo tossico di tanti filmucci. Starlet ha il merito (e lo stile) del disincanto, registra glacialmente le vite interrotte e stupide di certa peggiore gioventù e non assolve né condanna. La relazione tra Anne e Sadie non ci viene spacciata come un’oasi di umanità pulità in un deserto amorale di disumanità alienata e corrotta, no, anche quella è ambiguamente assai umana e nessuna delle due ha le ali dell’angelo. Non Anne, che i soldi di Sadie se li tiene anche se, spinto dal senso di colpa, li spende poi per lei (e per sè). Non Sadie, cui il cinismo della vecchiaia ha tolto ogni immediato semtimento di partecipazione verso il mondo e gli umani. Il loro è un rapporto precario e sbilenco, fortuito, provvisorio, ed è questo senso del limite a renderlo così credibile e contemporano, e a rendere così interessante questo film. PS: la vecchia signora 85enne è una bellissima vecchia signora.

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