Locarno Festival 2012. Recensione. MUSEUM HOURS non si decide tra il documento d’arte e il racconto

Museum Hours, regia di Jem Cohen. Con Mary Margaret O’Hara, Bobby Sommer, Ela Piplits. Usa/Austria 2012. Presentato nella sezione Concorso internazionale. Voto 5 e mezzo
Un altro film di questo Locarno festival che racconta uno strano, casuale incontro. Vite lontane e dissimili che si ritrovano a incrociarsi, o almeno a scorrere parallele per un po’. Era successo nei gorni scorsi nell’austriaco Der Glanz des Tages e nell’americano Starlet, succede in questo Museum Hours. Johann, signore di mezza età di grande, signorile allure, è guardiano al Kunsthistorisches Art Museum di Vienna, il più antico e importante e istituzionale in città, scrigno di opere di Brueghel, Rembrandt, Rubens, Caravaggio, Velazquez, Arcimboldo. Anne, canadese di Montreal, pochi soldi e una vita singola, a Vienna ci arriva per occuparsi di una cugina lontana e poco frequentata ora in coma all’ospedale. Non conosce la città, finisce come ogni turista o neoarrivato al museo (ma perché – mi sono sempre chiesto – quando finiamo in una città sconosciuta per prima cosa andiamo a infilarci in un museo?), e lì Johann e lei si incontrano, si parlano. Come dice un personaggio di uno degli ultimi film di Manoel de Oliveira, Singolarità di una ragazza bionda: “Quello che non puoi raccontare a chi conosci raccontalo a un estraneo”. Così succede ai nostri due, la canadese e l’austriaco. Frammenti di esistenza vengono via via alla luce. Anne non è sposata, lavora in un bar, ha qualche difficoltà economica, non pare abbia affetti in corso. Johann ha perso da molti anni il compagno della sua vita, da giovane era manager di una rockband e molto si è divertito in quegli anni sballati, anche se il suo aspetto attuale così compito non lo lascerebbe mai sospettare. Confessa pure, ed è quello il vero outing mica la gaytudine comunicata ad Anne quasi en passant e con imperturbabile aplomb, che adora l’heavy metal, AC/DC e ahinoi pure i Judas Priest. Due solitudini che si attraggono. Johann accompagna in ospedale Anne, per via della lingua è lui a informarsi con i medici delle condizioni della cugina. Intanto il Museo prende forma sotto i nostri occhi attraverso i ricordi e le spieghe mai pedanti di Johann, che ammette di amare sopra ogni cosa la stanza dei Brueghel. Ogni quadro diventa tra lui e Anne argomento di conversazioni mai banali, si fa veicolo di rivelazioni altre, pretesto di piccole riflessioni esistenziali ed estetiche. Anche un medium per comunicare tra i due. Parlare d’arte per parlare (anche) d’altro. L’arte non cambia la vita, ma può introdurre una nuova segnaletica, indicare direzioni prima sconosciute, illuminare di colpo misteri ed enigmi, dare risposte. Il regista Jem Cohen sa restituirci senza pedanteria la magnificenza delle opere, ci rende contemporanea la loro visualità, gioca di dettagli (come, oggi, molto cinema mutuato dalla videoart e dai video musicali). Assistiamo anche a una bellissima lezione di un’esperta di Brueghel (notevole, ma a mio parere di sensibilità troppo novecentesca), che ricorda anche come del gran fiammingo avesse anche scritto Auden nei suoi ultimi anni viennesi (non lo sapevamo, e vien voglia di andare a leggerlo). Ecco, la cosa migliore di questo film è il suo parlare l’arte, il raccontarcela e mostrarcela e rendercela palpitante. Oltre il Museo, la città. Johann e Anne ne percorrono i landmarks (Santo Stefano) e le aree più nascoste. C’è anche un finestra che si apre sul mondo dei molti immigrati dall’Est Europa, un caffè che è il loro punto di ritrovo e di festa. Sì, c’è molto di bello e di buono in Museum Hours. Il guaio è che i vari elementi non si connettono mai in una narrazione, non si correlano mai. Tra Johann e Anne il rapporto resta esteriore, educato certo, con qualche reciproca curiosità, ma non affonda mai nella carne e nell’anima né dell’uno né nell’altra. Come già nell’altro film austriaco (questo lo è a metà) Der Glanz des Tages, due vite scorrono per un po’ accanto, ma senza influenzrasi mai davvero. Vien da pensare che la storia di Johann e Anne sia stata messa su al solo scopo di raccontare in modo non piattamente illustrativo-documentaristico il Kunsthistorisches Museum e la città. Che sia insomma solo un espediente narrativo per farci conoscere il museo e le sue opere e un pezzo di Vienna. Ma non c’è niente di male a raccontarci un museo per quello che è (vedi Arca russa di Sokurov), e allora perché sovraccaricarlo di elementi altri? Di questo film purtroppo Johann e Anne sono presenze labili, non riescono mai a interessarci e coinvolgerci fino in fondo, a contare sono solo i quadri e la loro potenza.

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