Locarno Festival 2012. Recensione. SOMEBODY UP THERE LIKES ME è (quasi) una commedia-capolavoro. Peccato per una valigia di troppo

Somebody up there likes me (Lassù qulcuno mi ama), regia di Bob Byington. Con Keith Poulson, Nick Offerman, Jess Weixler, Stephanie Hunt, Marshall Bell, Jonathan Togo. Presentato nella sezione Concorso internazionale.
Il film più divertente, e uno dei più acuti, di questo festival. La vita di Max (amori, tradimenti, mogli, figli, miserie e nobiltà) raccontata a passo di corsa, per brevi quadri giustapposti, con battute memorabili e folgoranti. Peccato solo che gli autori mettano di mezzo una misteriosa valigia fin troppo simbolica, che rischia di far scivolare il film lungo gli sdrucciolevoli pendii del surreale e dell’arty. Non fosse per la maledetta valigia, il film sarebbe un piccolo capolavoro. Ma un premio se lo merita. Voto: 7
Notevolissimo. Il più divertente, e tra i più intelligenti, di questo Locarno 2012, sicuramente da premiare in un modo o nell’altro. Scritto da uno che sa come trasformare una sequenza di fulminanti lines in una storia (non capita così spesso, neanche ai più bravi nel genere), questo Somebody up there likes me è un deposito di battute fantastiche, di sintesi narrative, di personaggi primari e collaterali perfettamente delineati in pochi secondi. Velocità, ritmo elevatissimo, massima economia verbale di racconto (non una battuta e nemmeno un silenzio, una pausa, una situazione di troppo). Una macchina di sceneggiatura al limite del virtuosistico e del perfetto. In sì e no 70 minuti che passano via alla velocità di un Alonso al massimo della forma, si racconta qualcosa come 35 anni di vita del protagonista Max, uomo dall’eterna faccia da ragazzo, abbastanza qualunque, abbastanza incapace e inetto, abbastanza fortunato anche, un everyman che attraversa amori, matrimoni, lutti, figli, amicizie forti e amicizie tradite, sfortune nel lavoro e improvvise fortune, miseria e nobiltà. Tutto raccontato per sequenze e accumulo di scene brevi, veri e proprio quadri teatrali costruiti, scritti e recitati senza il minimo errore. Fatti ilari o drammatici raccontati in un un attimo, e tornano in mente le Tragedie in due battute di Achille Campanile. Ne muoiono, di personaggi, in questa storia, e quasi non te ne sei ancora reso conto che già c’è la lapide al cimitero. Verrebbe voglia di trascrivere per poi ricordarsele, le tante battute sublimi (purtroppo non l’ho fatto, sorry). Dunque: Max è sposato a una tizia annoiata che non lo ama, forse non la ama neanche lui, come omaggio floreale le porta uno di quei vasi che lungo la strada vengono messi sul luogo di incidenti mortali. Solo che sul vaso c’è scritto In meoriam, e lei non la prende bene. Chiaro che alla prima occasione va a letto con un altro e lui, quando lo scopre, non fa una piegae. Del resto, l’imperturbabilità, sconfinante in una certa demenza o stolidità, è il tratto di Max, qualcosa tra il Buster Keaton stralunato e autistico e Forrest Gump, però in versione più estrema e perfida (mica per niente siamo in un film indie-americano, e la spregiudicatezza fa parte del kit, giusto?). Troverà subito un’altra ragazza, assai carina, che lavora nel suo stesso ristorante, dove peraltro c’è anche il suo miglior amico. Altro matrimonio, nascita di un figlio, in casa arriva una nanny con le tette troppo ben messe perché Max non le noti. Seguono altri improvvisi cambi di scena, la morte del padre di lei che li lascia ricchi, il tradimento con la nanny, finchè la nanny annuncia: sono incinta, ma non di te. Difatti è incinta del figlio quindicenne. Via così, da un pezzo di vita all’altro, senza mai togliere il piede dall’acceleratore. Si ride come poche volte negli ultimi tempi, di un umorismo che sa ridere di tutto, malattie e morti comprese, e che a occhio mi sembra che molto debba alla tradizione yiddish-americana, ai fratelli Marx, ma un po’ alla raunchy comedy alla Judd Apatow e all’antica, nobile tradizione della screwball comedy. Sarebbe un piccolo capolavoro, se non fosse che gli autori tra tante ottime idee hanno avuto quella, pessima, di mettere di mezzo una misteriosa valigia che viene regalata al protagonista all’inizio con le parole: “Da parte di tuo padre”. Non si sa cosa contenga, però sprigiona strane lucine da magia. Che mai vorrà dire? All’uscita dal cinema c’è chi assicurava essere quella la valigia dei ricordi, altri ci vedevano il segreto dell’eterna giovinezza (difatti Max per tutto il film resta tale e quale, ragazzo per sempre). Sarà che a me simboli e simbolismi non sono mai andati giù, questo poi lo trovo pedestre e inutile, e spinge incongruamente il film verso derive surreal-demenziali che rischiano di rovinarlo. Ma non è il caso di lamentarsi troppo, facciamo finta che quella stupida valigia luminescente in Somebody up there likes me non ci sia. Aproposito: il titolo è lo stesso di Lassù qualcuno mi ama in originale. Sarà un omaggio? O la risposta starà in quella valigia?

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