Locarno Festival 2012. Recensione: il suicidio assistito di QUELQUES HEURES DE PRINTEMPS diventa un caso

Quelques heures de printemps (Qualche ora di primavera), regia di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Hélène Vincent, Emmanuelle Seigner. Francia 2012. Proiettato in Piazza Grande.
Il cinema francese ha proprio deciso di sbatterci in faccia quest’anno il tosto tema del fine-vita. Dopo l’eutanasia via cuscino di Amour di Haneke, vincitore a Cannes, arriva adesso in questo film il suicidio per pozione letale in una clinica svizzera. Ora, il rischio è che su faccende così complicate e scottanti ogni narrazione finisca col banalizzare, semplificare, distorcere. È questo, in my opinion, il caso di Qualche ora di primavera, che pure è molto piaciuto a pubblico e stampa. Voto 4 e mezzo
Serio candidato a vincere il premio come film più votato dal pubblico tra quelli proiettati in Piazza Grande. L’anno scorso vinse il canadese Monsieur Lazhar, presentato qui in prima mondiale e che poi avrebbe fatto parecchia strada, entrando pure nella cinquina finale dei nominati all’Oscar come migliore film straniero. Parte molto bene, questo Qualche ora di primavera, poi sbanda e imbocca tutt’altra strada, quella del suicidio assistito, qualcosa di troppo grande che finisce coll’ingoiare, col divorarsi inevitabilmente tutto il film. Quest’anno evidentemente il cinema francese ha deciso di metterci di fronte al problema scottantissimo e dibattutissimo del fine-vita, prima con l’eutanasia a mezzo cuscino di Amour di Haneke, Palma d’oro a Cannes, adesso qui a Locarno con il film di Brizé e la sua anziana e malata protagonista che sceglie la dolce (dolce?) morte in Svizzera, proprio come Lucio Magri. Si parte con il quasi-cinquantenne Alain – un Vincent Lindon come al solito bravissimo, con quella faccia stropicciata dalla vita – che, uscito di galera e rimasto senza lavoro, non può che rifugiarsi a casa dell’anziana madre. L’hanno messo dentro, lui camionista, per un qualche strano traffico di tir, e adesso si ritrova con la vita a pezzi. La madre non è mica un tipetto accomodante, ha le sue ferree regole di vita, è severa, intransigente, maniaca dell’ordine, pochissimo indulgente verso sè e verso gli altri, abituata alla solitudine, e con il figliolo son subito frizioni e incomprensioni e bisticci, e anche discussioni pesanti. È la parte migliore del film, la più credibile e convincente, la meno convenzionale. Attori che davvero sembrano non-attori, e parole tra loro che ti sembra di aver ascoltato da qualche parte, da una qualche esistenza vera. Fno a quando Alain scopre in un cassetto i documenti in cui la madre sottoscrive e accetta di farsi ricoverare in una clinica svizzera in cui si pratica il suicidio assistito. Emerge quanto era stato tenuto nascosto: la madre è affetta da un melanoma le cui metastasi le stanno divorando il cervello e che non c’è più alcuna possibile terapia. Assistiamo agghiacciati agli addetti della clinica della morte che interrogano la signora, per appurare che la sua decisione si giustificata e irrevocabile (e immagino per non avere guai giudiziari di alcun tipo). Partenza per la Svizzzera. La morte viene praticata per somministrazione via orale di un intruglio letale. Il bicchiere viene porto da una gentile signorina che ci chiediamo come possa fare un mestiere del genere e dormire tranquilla la notte. Ora, il film è come schizofrenico, la prima parte va per conto suo e la seconda pure. La prima, quella sulla difficile coabitazione madre-figlio, si salva, la seconda rischia di diventare suo malgrado solo un manifesto ideologico (o di essere adottato come tale dai molti sostenitori del suicidio assistito). Anche se il film non prende posizione, resta neutro e si limita a registrare la scelta della sua protagonista, il pericolo che diventi uno spottone a favore della dolce morte c’è, ed è fortissimo. Sarà che io sono contrario e reputo ogni discorso sul diritto alla buona morte assai allarmante (trovo un che di narcisismo estremo e di senso di onnipotenza nel voler controllare e programmare anche la propria fine-vita), ma Qualche ora di primavera mi ha messo a disagio. Come può un film mostrarci una signora che si beve una pozione letale e poi muore tra le braccia del figlio? Scusate, ma lo trovo osceno. Però è piaciuto molto, moltissimo a tutti, ha commosso e fatto lagrimare. Sorry, dissento.

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