Locarno Festival 2012. Recensione: PLAYBACK, un giapponese che sperimenta e un po’ fellineggia alla Otto e mezzo

Playback, regia di Sho Miyake. con Jun Murakami, Kiyohiko Shibukawa, Masaki Miura. Giappone 2012. Nella sezione Concorso internazionale.
Per tre quarti d’ora ti vien voglia di scappare, ma se resisti ti rendi conto che non è un film da buttare, anzi. Opera prima ambiziosissima di un regista giapponese di 26 anni, in bianco e nero su grande schermo, ha qualcosa degli adorabili avanguardismi anni Sessanta e, forse inconsapevolmente, ha qualcosa di 8 e mezzo. Voto tra il 6 e il 7
S’è visto molto bianco e nero in questo festival, anche bianco e nero su formato grande che fa molto cinema comme il faut, cinema di qualità garantita (o almeno ne dà l’illusione), soprattutto grande cinema italiano e francese anni Sessanta. Così è in questo Playback, opera prima che ha tutte le ambizioni e anche la pretezionistà di certi esordi, ma anche la vitalità, il coraggio di buttarsi in imprese rischiose, di mettere ingioco se stessi e pure gli spettatori. Per almeno tre quarti d’ora vien voglia di scappare (ma con l’età e adesso con la frequentazione dei festival ho capito che è sempre meglio resistere alla tentazione, giacchè un film può rivelarsi e rivelare il proprio senso e valore con lentezza e magari solo alla fine), davvero non capisci chi siano i personaggi che si agitano sullo schermo, cosa stia succedendo, se vivano nel loro presente o viaggino nel passato. Che ti vien voglia si smadonnare, anche perché di film che ti mettono così a dura prova se ne sono visti parecchi a questo Locarno. Dunque Haji è un attore sui trenta e qualcosa di film-commedia, quella parte di cinema giapponese che da noi non arriva mai, qui al massimo escono gli yakuza-movies che poi sono i loro noir, qualche samurai-movies, altrmenti detti jidai geki, qualche titolo di forte autorialità. L’unica commedia venuta da quelle parti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni è stata Thermae Romae, grossolano ma pieno di idee, vincitoree di un premio del pubblico all’ultimo Far East Festival di Udine, e devo dire che è stata una scoperta. Ecco, Haji potrebbe essere il protagonista di un film così, solo che non è in una fase felice della carriera, il regista che l’ha scoperto, Edo, non è attualmente ben visto dagli studios. Non bastasse, sta per divorziare dalla moglie e ha forse problemi di salute. Un uomo abbastanza misterioso tutto vestito di nero (ahinoi) lo invita a partire: “Il giorno è oggi”, gli dice, e noi immaginiamo le peggori cose. Quello che poi vedremo sarà un casino: Maji torna al suo passato di studente di liceo, incontra i compagni, ma vive anche frammenti del presente,forse muore o si lascia morire. Il buio cala nella mente egli spettatori e le fughe dal cinema Kursaal, quello dedicato qui a Locarno ai press screenings, si fanno sempre più vistose. Resisto per le ragioni che ho detto sopra e, se proprio non vengo ripagato, almeno vengo a capo di qualcosa. La seconda parte di Playback ripete molte scene della prima, come titolo lascia intuire, ma le riordina secondo un asse narativo e ci fornisce (forse, e sottolineo forse) la chiave per penetrare anche la prima. Haji in realtà è piombato nel sonno mentre da Tokyo si recava al paesello natio per il matrimonio di un amico, quella cui avevamo assistito era un assemblaggio di sogni, ricordi del passato, immagini del dormiveglia. Ora, io confesso la mia debolezza per tutto quanto mi ricorda gli sperimentalismi anni Sessanta, da Resnais a Godard ai fellineggiamenti più estremi. Qui c’è qualcosa di Resnais-Robbe Grillet (la scomposizione del racconto, la decostruzione della linearità temporale ecc.), e moltissimo di Otto e mezzo di Fellini (non il barocchismo delirante però) e non so quanto il regista, che ha solo 26 anni (classe 1984!), se ne sia reso conto. Il suo uomo di cinema che scappa da tutto, da se stesso, da un lavoro che gli piace più, somiglia davvero molt all’inetto Guido/Mastroianni di quel film. A me in fondo è bastato questo per farmi piacere Playback, nonostante le sofferenze che mi ha inflitto nella prima parte.

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