Locarno Festival 2012. Recensione. WHILE WE WERE HERE: bianco e nero, bovarismi e un po’ di Rossellini-Bergman (Ingrid)

While We Where Here, regia di Pat Coiro. Con Kate Bosworth, Iddo Goldberg, Jamie Blacley, Claire Bloom (solo in voce). Usa 2012. Presentato al festival in Piazza Grande.
Coppia anglofona in crisi approda a Napoli cercando di ritrovare se stessa. Il tutto in un abbagliante bianco e nero. Ricorda qualcosa? Certo, ricorda clamorosamente Viaggio in Italia di Rossellini, cui questo film sembra un devoto omaggio. Anche se poi svolta nel solito romance in Italy con una quantità di cliché su Napoli e Ischia quasi insopportabile, While We Were Here finisce con lo svelare un lato nascosto e anche crudele. Dirlo rosselliniano sarebbe troppo e pure blasfemo, ma è un film da salvare. Voto 6 e mezzo
No, non spariamo su questo film, per favore. Alle proiezioni stampa a Locarno è stato tra quelli che hanno suscitato più sguardi corrucciati e muti rimbrotti nei critici di mezza Europa. D’accordo, è dolciastro, e così zeppo di cliché sull’Italia e su Napoli e dintorni che la tentazione di distruggerlo è forte, fortissima. Resistiamo. Perché questa signora regista che di nome fa Pat Coiro ha il coraggio di girare, oggi, anno di malagrazia 2012, in bianco e nero, e su grande schermo, come non fa più quasi nessuno e si può fare solo nel cinema produttivamente indipendente come questo (produttivamente, perché poi storia, atmosfere, confezione e stile di ripresa non lo sono per niente). Intendo, il formato del gran cinema, maxime italiano, degli anni Cinquanta e Sessanta, quello di La dolce vita insomma. B/N gigante che qui a Locarno è stato usato non solo in questo While We Were Here, ma anche nel giapponese Playback, nel brasiliano Boa Sorte, Meu Amor e nell’israeliano Not in Tel Aviv, tutti film in un modo o nell’altro accomunati dall’evidente amore e ansia citazionista nei confronti del cinema europeo d’autore della Golden Era. Non so quanto consapevolmente, ma Pat Coiro ripercorre fedelmente uno dei film più belli della storia del cinema (e mica si sta esagerando), Viaggio in Italia di Roberto Rossellini. Le analogie di racconto sono impressionanti, la differenza qualitativa abissale, ma già il fatto che guardi a quel vertice assoluto mi rende questo film vicino e non me lo fa dispiacere, come invece il mio raziocinio vorrebbe. Perché poi, a dirla proprio tutta, qui da un certo punto in avanti, quando entra in ballo l’amore col ragazzo, piombiamo più dalle parti di cose tipo Under the Tuscan Sun che da quelle rosselliniane, insomma, come dicono le recensioni americane, eccoci in pieno romance in Italy. Però, è davvero una gran colpa trafficare spudoratamente con i luoghi comuni? In fondo dietro a When We Were Here si possono rintracciare anche ascendenze letterarie illustri, da Edward M. Forster a Henry James (o viceversa). Sentite un po’ qua il plot. Jane, giornalista americana di fashion e party, non vede l’ora di fare il salto dallo status di scribacchina a quello di scrittrice, difatti sta lavorando sulle memorie pre, durante e post guerra della nonna inglese (la voce che sentiamo nelle registrazioni è quella di Claire Bloom che, oltre ai tanti film girati, nel suo curriculum vitae ha anche l’essere stata moglie prima di Rod Steiger e poi di Philip Roth: mica male). Ma il libro stenta ad avviarsi, e non va meglio con il marito Leonard, con cui la crisi è strisciante e pronta ad esplodere. I due arrivano a Napoli dove lui, musicista, dovrà rimanere un po’ per una serie di concerti. Già a questo punto le analogie con la coppia Ingrid Bergman-George Sanders di Viaggio in Italia, pure quella anglofona e in crisi, sono notevoli. Non bastasse, Kate Bosworth – che non sarà una grande attrice ma è bellissima, di quella bellezza magra e diafana e sofferta assai contemporanea e fashion – sembra ricalcata visivamente su Bergman (Ingrid), con un taglio di capelli simile, e un make-up che la avvicina ulteriormente al modello. Dunque, i due appena arrivati alla stazione di Napoli si fanno rubare il portafogli, e lo stereotipo della città-più-pericolosa-del-mondo-per-il-turista più che incombere plana fragorosamente sul film. Poi si sistemano in una bellissima, un po’ decrepita ma di gran charme, camera d’hotel e chissà perché per arrivarci devono entrare in un palazzone dregradato, salire uno scalone con i loro trolley senza né facchino né banalissimo ascensore. Ma si sa, la Napoli vista dal cinema americano deve essere sempre un po’ sgangherata e cadente, sennò non c’è gusto e non fa esotico. Musi lunghi da parte di lei, e lui che pensa solo a suonare suonare suonare. Insomma, la nostra si sente un po’ trascurata, e sarà per quello che un giorno si avventura in traghetto verso Ischia, dove conosce un ragazzetto sfrontato e ridente che ha tutta l’aria di essere uno scugnizzo locale e invece no, è un americanino finito lì quasi per caso (volontario in qualche organizzazione ecologista) e rimasto insabbiato. Il classico expat alla Forster. Lui le fa la corte, vanno in trattoria, combinano qualche birichinata, passeggiata notturna lungo il mare con le lucine che si riflettono nell’acqua, visita al castello d’Aragona. Ma niente. Finiranno a letto solo quando si ritroveranno sulla terraferma, a Napoli. Intanto la crisi annunciata con il marito deflagra, e saltan fuori problemi di coppia che hanno a che fare con faccende di maternità e sterilità per niente banali, e che riconducono il film dall’apparente bovarismo della prima parte verso qualcosa di più serio e fosco e duro. Il tradimento sotto il sole di Ischia nasce dunque da una ferita nella vita a due profonda e difficile da sanare, qualcosa che de-banalizza questo film e ce lo rende di colpo degno di una qualche considerazione. Difatti l’ultima parte è la migliore, e la scena ultima la meglio di tutte. Vero, l’Italia è un puro sfondo esotico come si faceva in certo vecchio cinema da Hollywood sul Tevere e come qualche volta si fa ancora, ed è una galleria di stereotipi (cucina, sole, antichità, caduta dei freni inibitori e torridi amplessi). Però qualche volta il paesaggio riesce a farsi estensione-rappresentazione dell’anima e dei suoi mali. Però la sofferenza di Jane va oltre la convenzione, trapassa lo schermo, arriva. Questo non è un film da buttare, ha un suo nucleo duro di forza e di verità che solo va scoperto con un po’ di pazienza, ed è il buon risultato di una regista partita dal cinema indie che si è voluta lasciare ale spalle i manierismi mumblecore (quel film-making indipendente di parole mugugnate, frasi smozzicate, realtà presa e ripresa senza filtri, ecc.) per cimentarsi con un cinema anche di genere, più costruito, architettato, anche più tradizionale, di sicuro più adulto. Poi c’è il richiamo, irresistibile per un cinefilo come me, a Viaggio in Italia. Tanto mi basta, se non proprio per amare, almeno per salvare While We Where Here.
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