Film stasera sulle tv gratuite: PAESAGGIO NELLA NEBBIA di Theo Angelopoulos (mercoledì 22 agosto 2012)

Paesaggio nella nebbia, Iris, ore 23,13.
Confesso una predilezione smodata e mi rendo conto qualche volta ingiustificata per il cinema di Theo Angelopoulos, il gran greco scomparso l’anno scorso al Pireo investito da una moto mentre attraversava la strada. Uno di quegli autori, anzi Autori con la maiuscola, che hanno coltivato il cinema come Arte (di nuovo maiuscola obbligatoria), segnando durissimamente con muri e barriere il confine tra l’alto e il basso, e credendo fermamente alla loro differenza, come ormai non usa più e forse non si usava più nemmeno negli anni Settanta in cui si impose la stella Angelopoulos nel panorama dei film art-house. Ma vedere/rivedere una delle sue opere significa provare ancora oggi il brivido dell’immersione in un mondo visivo e narrativo dall’impronta forte, unica, speciale, riconoscibile, mai omologata, anche se fin troppo ripetuta a autocompiaciuta fino a diventare negli ultimi anni manierismo. Ma cosa importa, quello che A. riesce a trasmetterti con i suoi disumani, sovrumani, maestosi, virtuosistici, vertiginosi piani sequenza in cui senza mai uno stacco della mdp ti racconta un’intera storia magari mescolando spazi ed epoche, è irripetibile. Una maestria che lui prese da Antonioni e, a me pare, anche dall’ungherese Miklos Jancso, regista assai amato tra anni Sessanta e Settanta e poi chissà perché bruscamente dimenticato fino alla rimozione. Questo Paesaggio nella nebbia, anno 1988, appartiene all’Angelopoulos del periodo di mezzo già uomo-faro riconosciuto del cinema d’autore, e si portò a casa da Venezia tra qualche sbuffo degli allora giovani turchi della critica, un po’ guasconi e irrispettosi verso i venerati maestri, un Leone d’argento. Meritato sì e no, perché non molto aggiunge alla fama del suo regista, anche se si tratta di opera di rispetto (io gli preferisco, per dire, Lo sguardo di Ulisse). Una bambina e il fratellino scappano dalla madre (siamo in Grecia) per andare in cerca del padre favoleggiato e mai visto, che si dice sia emigrato in Germania ma forse no, forse è morto. Sarà l’inizio di un viaggio all’interno di una Grecia invernale, fosca, nebbiosa, senza sole, pietrosa, nevosa, glaciale, su al Nord, ai confini con Macedonia e Albania, terre che sembrano dimenticate da Dio e dagli uomini e che sono sempre stato lo sfondo prediletto di Angelopoulos. Quella sua Grecia mai (o raramente) addolcita dal Mediterraneo ma interna, montagnosa, scabra, isolata. I nostri due viaggiano clandestini sui treni, vengono acciuffati e fuggono di nuovo, si aggregano (in una hybris autocitazionista) a una compagnia di teatro girovaga che è poi la stessa del mitologico La recita, il film che rivelò Angelopoulos negli anni Settanta. Portano in giro per quei paesi oscuri, in teatri scalcinati, in cinema poveri e lerci, il loro spettacolo, che è quello delle grandi tragedie classiche. Il loro evidente declino è anche quello, sembra dirci il regista, della tradizione e dell’identità del paese. Ci sono poeticismi insopportabili (colpa anche di certi passaggi della sceneggiatura firmata Tonino Guerra, che in quanto a voli lirici non si risparmiava nulla), simbolismi vetusti (il cavallo morente nella neve), scene in cui sembra di vedere appeso il cartello ‘attenzione, questa è un’Opera d’Arte’, ma che importa, su tutto domina e stravince l’occhio e lo stile dell’autore. Lo stile Anghelopoulos, inconfondibile, quelle immagini meravigliose, incantate eppure disturbanti, come sospese fuori o accanto alla Storia e al tempo, di una bellezza sovrumana, capaci di trasmetterti il senso del vuoto, del niente, della disperazione, dell’inutilità. Sensazionale la sequenza dell’enorme reperto archeologico trasportato da un elicottero sopra il mare di Salonicco e che già anticipa quella del monumentale Lenin dismesso trasportato lungo il Danubio da una chiatta in Lo sguardo di Ulisse. Incredibile (per Angelopolous) prefinale al raduno Harley-Davidson e in discoteca con altrettanto incredibili slittamenti gay per Oreste, l’attor giovane della compagnia. Si finisce alla frontiera, e non sapremo mai che cosa oltre quella frontiera aspetterà i due bambini protagonisti, e noi. L’ho rivisto qualche mese fa qui a Milano in Cineteca, e devo dire che ne sono rimasto di nuovo abbagliato. Vedetelo, please, e siate indulgenti verso certi trombonismi alto-autoriali.
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