Festival di Venezia 2012. Recensione: con PARADIES: GLAUBE (Paradiso: fede) l’austriaco Seidl sciocca anche Venezia (dopo Cannes)

Paradies: Glaube (Paradiso: Amore; Paradise: Faith). Regia di Ulrich Seidl. Con Maria Hofstätter, Nabil Saleh. Austria 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (in concorso per il Leone d’oro).
Con Paradiso: Amore e le sue turiste sessuali in Africa il regista austriaco Ulrich Seidl aveva fatto parlare e straparlare Cannes. Stavolta in questo film (secondo di una trilogia al femminile) parla di fede, e riesce lo stesso a scandalizzare con la rappresentazione di una religiosità fanatica e grottesca. Compresa qualche scena che la butta parecchio sul morboso e sul laido. Compreso un uso assai improprio di un crocefisso. L’intento provocatorio e lo sberleffo facile prevalgono, e il film non riesce a raggiungere il livello del precedente. Voto 5
A Cannes il suo Paradiso: Amore aveva scioccato non poco anche gli animi tempratissimi dei critici più disincantati e adusi a vederne di ogni. L’austriaco Ulrich Seidl, che alla pari di certi suoi connazionali come Michael Heineke e Elfriede Jelinek è specializzato nel perturbarci e spiazzarci e in fatto di lercio dell’esistenza non ci risparmia nulla, replica anche qui a Venezia lo spettacolo dello scandalo. Solo che là c’era da aspettarselo, parlando Paradies: Liebe di turismo sessuale praticato da una matronale e sovrappeso ultracinquantenne austriaca con prostituti kenyoti con la metà dei suoi anni. Ma qui? Il signor Seidl ci aveva assicurato che questo Paradies: Glaube (Paradiso: Fede) sarebbe stato la seconda parte di una trilogia tutta al femminile, e se il primo episodio si focalizzava sul sesso, questo invece avrebbe avuto al suo centro la forza della fede. Ci si aspettava qualcosa tipo una missionaria in Africa, invece macchè. Sempre in Austria siamo, sempre in un qualche triste, anonimo sobborgo di una qualche città, e Seidl non rinuncia per niente al suo cinema disturbante e un po’ maleodorante, cinema attratto dal sordido e dal basso e dalla spazzatura pur in uno stile algido e ipercontrollato che riscatta (cerca di riscattare) i parecchio imbarazzanti materiali narrativi. Anna Maria, la protagonista, è una cinquantenne che ha fatto della religione il perno della sua vita, ma in una forma estrema di fanatismo, di parossismo, di follia mistica che la rende ai nostri occhi una specie di ossessa, una figura al limite del patologico. Seidl evidentemente non riesce a mettere in scena una normale religiosità, o perlomeno non è interessato a farlo, visto che lui ama esplorare i margini, i confini, gli oltrepassamenti. Carica i toni fino alla deformazione ed esplosione grottesca, e tanto per farci capire che è sempre lui, nella prima scena ci mostra Anna Maria che si inginocchia in casa davanti al crocefisso, si spoglia e si flagella ripetutamente spalle e schiena fino a sanguinare. Attraverso la sua sofferenza vuole espiare i peccati del mondo e quei mali comportamenti che fanno patire Cristo in croce. La scena seguente è Anna Maria al lavoro all’ospedale, addetta alle radiografie, il che consente al regista di mostrarci altri seni più o meno cascanti di donne mature sottoposte a mammografia. Sicchè uno pensa: beh, per essere un film sulla fede partiamo bene. Il resto è abbastanza conseguente. La nostra devota fa parte di un gruppo cattolico fanatico-oltranzista che si riunisce periodicamente pregando per il ritorno dell’Austria sotto l’ala di Cristo Re. Si autopunisce e martirizza indossando il cilicio che fu di tante sante del passato, facendo più volte sulle ginocchia il giro dell’appartamento. Seidl non si limita a questo. Recuperando certe letture psicanalitiche e antropologiche sulle estasi mistiche di santi e sante, suggerisce (pesantemente) anche un elemento di sessualità repressa e distorta in certe pratiche di devozione di Anna Maria. Tanto per chiarire e non farci mancare nulla, ci fa vedere la nostra che toglie un gran crocefisso dal muro, se lo bacia ardentemente e appassionatamente in modo per niente casto, lo accarezza e lo appoggia sopra di sè e poi se lo infila sotto le lenzuola. Seguono inequivocabili mugolii: scena di cui ho già scritto ieri sera e di cui immagino si riparlerà. Ma ce n’era proprio bisogno? La vera missione della nostra è però quella di portare la buona novella cristiana nelle case degli scettici, degli infedeli, di coloro che non credono più, e dunque eccola bussare, con tanto di statuetta della Madonna, alle porte degli immigrati, invitandoli a pregare la Santa Madre, e le porte sbattute in faccia sono più di quelle aperte. Che religiosità ci mostra Ulrich Seidl? Una religiosità caricaturale, che somiglia più a quella di certe sette evangeliche sud americane ma abbastanza estranea all’Europa, se non in frange minime. Anna Maria è un’ossessa, e come tale ce la presenta e mostra Seidl, che non ha nessuna pietas, nessun rispetto per lei, anzi ne fa oggetto di sarcasmo e dileggio. Si ride, si sghignazza molto in questo film. Ma far ridere la gente di una poveretta che sente Radio Maria a fa il giro di casa in ginocchio recitando il rosario non mi pare una gran cosa, nemmeno così coraggiosa, anzi a me pare puro maramaldeggiare, un’azione alquanto vile. Insomma, se Paradise: Liebe mi era piaciuto assai, questo film mi ha irritato parecchio. Una bomba nucleare lanciato su un personaggio povero e indifeso. Anche perché man mano che prosegue, il film assume un tono sempre più da cabaret, o da kabarett se vogliamo, e si sghignazza senza più freni. A un certo punto in casa di Anna Maria torna il marito Nabil, sì, avete capito bene, un musulmano da lei sposato chissà quando e chissà perché, adesso paraplegico per via di un incidente. Trovata non male, se non fosse che anche in questo Seidl usa la mano pesante (altro che il fassbinderiano La paura mangia l’anima). Tra le pareti di casa incomincia una vera guerra di religione, scontro di civiltà nei sobborghi austriaci. L’islamico Nabil considera superstiziose e idiote le pratiche religiose estreme della moglie, quando lei è al lavoro toglie tutti i crocefissi e le immaginette di Cristo, toglie il velo che lei aveva messo al quadro con la Kaaba alla Mecca, recita il Corano. Quando poi con il bastone strappa dalla parete il ritratto di Papa Ratzinger in sala scatta un applausone che neanche quando segna la Nazionale, il che la dice lunga sul becero laicismo imperante (lo stesso era successo a Cannes durante la proiezione del rumeno Oltre le colline quando la presunta indemoniata sputava sulle suore). Sulla guerra di religione domestica il film ci fa raggiungere il massimo delle risate, ma non riesce a dirci niente di veramente serio e interessante, mai. Forse Seidl beffardamente vorrebbe suggerirci che tutte le religioni sono uguali e ugualmente fanatiche, però se è così trattasi di pensiero deblissimo da conversazione ferroviaria. Poi si sa, lui è bravo, e sa montare certi quadretti che restano. La visita di Anna Maria con la sua solita satuetta portatile della Madonna in casa del figlio che non ha ancora sgombrato la stanza della madre defunta è irresistibie. Dura, tosta, implacabile, davvero del miglior Seidl, la scena, anzi il corpo a corpo, di Anna Maria con la prostituta russa alcolizzata che di preghiere e conversioni non vuol saperne, vuole solo vodka e birra. Senza nulla togliere alla conclamata e anche qui dimostrata abilità del regista, ormai maestro del cinema turpe-chic, Paradies: Glaube resta nella sua essenza un film dal pensiero rozzo e volgare, incapace di una qualsiasi minima partecipazione verso i suoi personaggi, ridotti a puri mostri. Un film anche vigliacchetto, perché è facile sparare sugli sfigati come la povera Anna Maria.

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