Festival di Venezia 2012 (recensione): THE ICEMAN lancia Michael Shannon al vertice (ed è un gran bel noir)

The Iceman, regia di Ariel Vromen. Con Michael Shannon, Winona Ryder, Chris Evans, Ray Liotta, James Franco. Usa 2012. Presentato Fuori Concorso.
Dopo averlo visto in questo film non ci sono dubbi: oggi è Michael Shannon l’attore massimo . Quando è arrivato in conferenza stampa c’è stata la standing ovation. Qui è un killer della mafia (la storia è vera) che uccise più di duecento persone, mantenendo una facciata rispettabile da perfeto uomo qualunque e perbene, amorevole marito e padre di famiglia. Un noir sugli abissi della psiche che si rifà a grandi film del passato e che rimane in testa per il suo potente protagonista. Voto 7
Quando poduttore, regista e cast (assente però James Franco che fa appena un cameo) sono arrivati in conferenza stampa, tutti in piedi ad applaudire e perfino urlare per lui, Michael Shannon, alto un quasi due metri e anche fuori scena con quegli occhi un po’ così che non sai mai cosa stia tramando. Michael Shannon, protagonista strepitoso di questo The Iceman, è defintivamente il miglior attore in circolazione, lo si era capito con Take Shelter di Jeff Nichols (e già prima in Bug di William Friedkin e nel Werner Herzog americano di My Son, My Son, What Have Ye Done), e dopo verlo visto qui non ci possono più essere dubbi. Sarà anche che questo film è tutto costruito addosso e intorno a lui, un classico vehicle per una prova d’attore e mattatore, e lui non si lascia scappare l’occasione. Ormai votato a personaggi disturbati, psicotici, alienati, dall’io diviso in due (se non in più parti ancora), Shannon, con quella faccia piena di ombre e quegli occhi allarmati e allarmanti, simili personaggi se li indossa con la naturalezza di chi li sente propri e ce li sa restituire come nessuno. Più che questione di Metodo, si direbbe una trance. The Iceman, diretto da un talentuoso, sveglio trentenne israeliano-americano, racconta con qualche licenza e presumo con qualche omissione l’incredibile eppur vera storia di Richard Kuklinski, americano di origine polacca che tra anni Cinquanta e Ottanta al servizio della mafia come killer uccise circa duecento persone. Il classico uomo a metà, amorevole marito e padre di due figlie, perfetto everyman dall’impeccabile vita piccolo-borghese con villetta suburbana nel New Jersey, ed esecutore brutale al servizio ci chi di volta in volta lo ingaggiava e lo pagava meglio. Omicidi efferati compiuto in ognimodo, per stranglamento, tagli di gola, sevizie e torture. A convincere il suo primo datore di lavoro (Ray Liotta, abbonato e forse rassegnato alle parti di gangster perfido ma anche un po’ bollito: vedi anche Killing Them Softly, in uscita in ottobre nei cinema italiani) è la sua freddezza, l’apparente mancanza di ogni minimo fremito e patecipazione. Un uomo-macchina, un cyborg naturale, adatto a uccidere e poi a vivere senza sensi di colpa. Ottima sceneggiatura, pur con qualche scorciatoia di troppo, una regia che pur adottando il brutalismo della contemporaneità tiene d’occhio i classici delle crime story, e dunque affolla il quadro e la scena di parecchio buio, parecchie ombree penombre. Si sentono in questo film Hawks, ma anche Siodmak, Wilder, Preminger, anche se non si esagera in citazionismi e metacinema. Ma è Michael Shannon il film, passando dalla freddezza del killer alla ferocia belluina contro chi gli minaccia la famiglia. Si rivede volentieri Winona Ryder come moglie che non sa, o finge di non sapere, sempre molto carina (e in conferenza stampa non la finiva più di dire la sua sul personaggio). Apparizione fulminea, come si diceva, del divo James Franco, che si fa subito ammazzare. Tra poco si comincerà a parlare della prossima stagione dei premi, mica si vorrà dimenticare Michael Shannon, dopo che l’ultima volta agli Oscar lo si è scandalosamente lasciato fuori dalla cinquina per Take Shelter.

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