Festival di Venezia 2012 (recensione). Con OUTRAGE BEYOND Kitano torna al bel cinema (e ai massacri)

Outrage Beyond, regia di Takeshi Kitano. Con Takeshi Kitano, Tomokazu Miura, Ryo Kase, Fumiyo Kohinata, Toshiyuki Nishida. Giappone 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (concorso per il Leone d’oro).
Cupissimo noir alla giapponese con decine di cadaveri, sangue a fiumi e una brutalità che al confronto Tarantino è un esempio di moderazione. Uno yakuza movie dalla trama complicatissima e apparentemente rozzo, in realtà messo in scena da Kitano con alto senso dello stile. Un Kitano che da venerato maestro quale ormai è rifà se stesso, però tornato in piena forma, e che si tiene per sè anche il ruolo protagonista. Voto 6 e mezzo

Ogni festival, si sa, ha la sua quota – diciamo intorno al 20-25% – di venerati maestri, autori onusti di glorie e premi, magari un po’ invecchiati e creativamente imbolsiti e ripetitivi, che però danno lustro e son sempre capaci di tirar fuori il colpo giusto, come certi vecchi campioni di calcio che ti possono azzeccare il gol risolutivo quando non te l’aspetti. Così ecco a questa mostra veneziana Brian De Palma, il coreano Kim ki-duk, Marco Bellocchio e lui, il giapponese Takeshi Beat Kitano, già lontano Leone d’oro con Hana-Bi. Non è che dobbiamo scoprire adesso il cinema suo, difatti questo Outrage Beyond non è una sorpresa, è esattamente quello che da Kitano ci si attendeva, però un po’ meglio di quel che ci si attendeva. Sequel del precedente Outrage, è un classico noir alla giapponese, uno yakuza-movie che Kitano costruisce, dirige e interpreta impeccabilmente, in una messinscena apparentemente ruvida, da poliziottesco lurido e cattivissimo, in realtà assai stilizzata e sofisticata, e basti solo osservare come Kitano muove la macchina da presa e organizza lo spazio e i movimenti dei personaggi per rendersene conto. Si usano tutti i materiali del cinema di genere, del crime in versione Far East, per montare una sinfonia del massacro in quello stile macho-cool che è di Kitano, ma anche di grandi classici come Jean-Pierre Melville. Storia complicata e contortissima, che La talpa al confronto è il massimo della trasparenza. Collusioni tra potere politico (altro che il nostro terzo livello), mafia degli yakuza e polizia, in cui tutti ci guadagnano e a perderci è la legalità. Guerre all’interno della stessa yakuza, tra famiglia rivali e anche nella stessa famiglia. Tradimenti, ambizioni, capi uccisi dai propri fedelissimi, faide ferocissime, doppi e tripli giochi, astuzie di sottigliezza orientale. Impossibile render conto in breve dell’intricatissima faccenda. Diciamo che c’è un clan emergente, quello dei Sanno, che con un terrore senza precedenti mantiene l’ordine al proprio interno e sta cercando di scalzare sul territorio nazionale gli altri poteri criminali. Ci penserà a sistemare le cose un uomo solo, Otomo, yakuza di veccho stampo ancora fedele ai tradizionali codici d’onore, spietato quando ha da esserlo, ma onesto e a suo modo limpido, mica come quei fetenti e bastardissimi della nuova generazione. Appena uscito dal carcere, dove ha soggiornato per dieci lunghi anni, anche se un po’ arrugginito e immalinconito dal tempo passato e dalle occasioni perdute, Otomo è costretto a ridiscendere in campo per togliere di mezzo la troppa spazzatura criminale che si è accumulata. Lo fa con riluttanza, ma lo fa, perché quello è il suo mestiere, quello un buon yakuza deve fare, e perché i fetenti Sanno non mostrano pietà per i suoi amici. Ora, Otomo è lo stesso Kitano, e vi assicuro che quando appare sullo schermo, invecchiato, ma sempre con quegli occhi che sembrano aver visto tutto, con quei moviemtni adorabilmente goffi, un po’ ci si commuove, ed è come ritrovare un amico. Kitano non fa sconto sulla crudeltà, le efferatezze raggiungono in Outrage Beyond livelli quantitativi da far sembrare Tarantino un ragazzetto morigerato. I morti in questo film sono decine, si ammazza in ogni modo, di pugnale, di botte (dopo incappucciamento), con trapano (la perforazione di un cranio è una delle scene più agghiaccianti), con pistole, fucili, mitragliette e mitragliatori. C’è perfino il villain del film, un sadico occhialuto, che viene punito e ucciso con palle da baseball sparate una dopo l’altra a velocità micidiale. Non c’è coreografia della violenza come, per dire, in un John Woo, ma un’alta stlizzazione sì. Il massacro sull’autostrada di notte è una scena magistrale nella sua perfezione geometrica, la sparatoria nell’appartamento, con la macchina da presa che si muove lenta a esplorare lo spazio e man mano ci fa scoprire cadaveri e ancora cadaveri, è semplicemente splendida. In questo teatro di sangue tutto è però in ordine e al suo posto, non ci sono doppiezza, confusione, ambiguità. Il bene e il male sono rigorosamente separati e ben distinti e distinguibili. Otomo/Kitano non ha dubbi da che parte stare. Quanto a noi, stiamo dalla sua parte.

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