Festival di Venezia 2012/ Recensione. Il filippino THY WOMB è una buona sorpresa e si candida a un premio

Thy Womb (Sinapupunan), regia di Brillante Mendoza. Con Nora Aunor, Bembol Rocco. Filipine 2012. Nella sezione Venezia 69 (in concorso per il Leone d’oro).
Sud (musulmano) delle Filippine. Una donna che non può avere figli cerca per il marito una nuova moglie in grado di dargli un erede. Brillante Mendoza, autore per cinefili estremi, stavolta realizza un film piccolo, bello e semplice che è piaciuto a tutti. Voto 7+
Il filippino Brillante Mendoza, autore oggetto di un culto cinefilo ramificato soprattutto in Europa, lo scorso febbraio è stato molto maltrattato a Berlino, dove il suo Captive ha ricevuto critiche pessime (e non si capisce perché, visto che è bellissimo e tratta un tema importante: io l’ho adorato, vedi recensione). Ma qui a Venezia si è preso la sua rivincita. Rispetto a Captive, Thy Womb è certo un film più piccolo produttivamente, meno ambizioso, con una storia minima, ma è molto piaciuto a stampa e pubblico. Imprevedibilmente, perché Mendoza è sempre stato autore per cinefili puri e duri. L’ha girato nel sud dell’arcipelago filippino, Mindanao estrema, in quella parte musulmana (e percorsa da istanze separatiste e radical-islamiste) che era anche lo sfondo di Captive. Come se quel mondo, quella cultura, l’avessero sedotto. Shaleha e il marito Bangas vivono in un piccolo villaggio sul mare, si rispettano e si vogliono bene, vivono di pesca e piccoli commerci. Sono brave persone e devoti musulmani. Ma lei, ormai non più giovane, non è mai riuscita a dare un figlio al marito, che se ne dispera. Così Shaleha prende una decisione che avrà (lo scopriremo più avanti) conseguenze decisive: cercherà per Bangas una nuova moglie più giovane in grado di dargli l’erede tanto atteso. Incomincia attraverso parenti e amiche la ricerca della persona giusta, ma gli ostacoli sono tanti, a partire dalla dote troppo costosa che alcune pretendenti esigono (“mia figlia è laureata, ha studiata, dunque non la potete avere per poco”, dice uno dei padri interpellati, perché naturalmente fidanzamenti e matrimoni devono passare attraverso il capofamiglia e averne l’approvazione). Un altro film di questa mostra, dopo l’israeliano Fill the Void, sui matrimoni combinati, sul matrimonio come convergenza di interessi e non luogo di passione romantica, e qualcosa vorrà pur dire, anche perché in entrambi i casi il matrimonio pilotato non viene né dileggiato né demonizzato quale sintomo di arretratezza culturale. Shaleha e Bangas passano da un’isola all’altra, da un villaggio all’altro (dove moschee e campanili con la croce sorgono a pochi metri di distanza), da una candidata all’altra, finchè si arriva alla prescelta. Ma verranno poste condizioni precise, e alla fine qualcuno pagherà. Una storia semplice, primaria, che Brillante Mendoza racconta con pudore, grazia, con una fluidità e una levità ammirevoli. Zero psicologismi, dialoghi sobri e funzionali; la macchina da presa guarda, osserva, segue, registra, ma sta pudicamente e volutamente alla superficie di cose e persone, non si addentra, non invade. Mostra, non pretende di scavare e indagare. Thy Womb descrive minuziosamente vita, pratiche quotidiane, riti di questa parte delle Filippine. Vestiti, decori, colori, architetture sponatanee. Un film liquido come l’acqua, che ne è l’elemento dominante, incombente. Ho sentito in giro l’accusa al film e a Mendoza di esotismo. Ma come può un filippino guardare con esotismo a un mondo che gli sta così vicino? L’esotismo presuppone la distanza, la differenza, che qui non mi pare esistano. Piuttosto, Mendoza adotta i linguaggi e i modi del miglior cinema etnografico, evita sempre l’oleografia, le sue non sono mai cartoline mandate ai pubblici del mondo. La sequenza del matrimonio non è solo bella, esteriormente bella, riesce a raccontarci delle vite, e le fratture che nelle vite quel matrimonio sta provocando. È uno snodo narrativo, è un passaggio drammaturgico, mica la passerella di sgargianti costumi etnici da cerimonia. Il personaggio di Shalena è commovente e perfino straziante nel suo sacrificarsi per amore del marito. Sarebbe stato facile liquidarla come una vittima di un sistema patriarcale e costruirci intorno un film emacipazionista a tesi, ma Brillante Mendoza non è fortunatamente regista da manifesti ideologici. Sta dalla parte di Shaleha, sempre, e sa suggerircene anche il dolore ma di proclami non ne lancia. Un film che si merita un premio. Certo, è piccolo e fragile rispetto a colossi come The Master, però stiamo a vedere.

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3 risposte a Festival di Venezia 2012/ Recensione. Il filippino THY WOMB è una buona sorpresa e si candida a un premio

  1. Pingback: Venezia Festival 2012/ LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film in concorso | NUOVO CINEMA LOCATELLI

  2. Anonimo scrive:

    sj, ottimo! Niente retorica bolsa, solo ritratto di vita, di una donna degna di esserlo
    Dino Sauro Na

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