Festival di Venezia 2012/ Recensione. LINHAS DE WELLINGTON, la storia alla Rossellini e Taviani, però in stile portoghese da sbadiglio

 

Linhas de Wellington, regista di Valeria Sarmiento. Con Nuno Lopes, Soraia Chaves, John Malkovich, Marisa Paredes, Melvil Poupaud, Mathieu Amalric.
Due ore e 35 minuti per mostrarci da molti punti di vista l’invasione napoleonica (fallita) del Portogallo. Un affresco poveristico-autoriale con nobili, soldati di ogni ordine e grado, preti fanatici, proletaricarne da macello.
Si guarda a Rossellini e Taviani (e un po’ anche a Martone), ma il segno registico della Sarmiento è debole. Voto 5+
Tutti a dire: ma sembra uno sceneggiato di RaiUno. Esagerati e perfidio, perché qui siamo più dalle parti della storia ricostruita in stile povero-autoriale alla Rossellini, alla Taviani anni Settanta (Allosanfàn), alla Martone (Noi credevamo). Intendo, un affrescone di storia grande-europea però con scene di massa girata con una decina di persone, quattro cavalli, quando va bene, tre carrozze ripescate in qualche museo o magazzino di trovarobato cineteatrale, le battaglie ridotte a tre soldati che si sparano addosso e un paio che cascano morti, ed è tutto. Un poverismo che per me ha sempre qualcosa di stranamente seduttivo, che se ben risolto e condotto con coerenza assoluta non mi fa rimpiangere i colossal storici, anzi. Questo è un affrescone di due ore e 35 minuti sull’invasione napoleonico del Portogallo, che anche in quelle plaghe retrive voleva portare i lumi della Révolution, e magare piazzare sul trono un qualche suo parente. Ma a dare una mano molto interessata ai portoghesi arrivano gli inglesi di Wellington, il quale progetta delle linee difensive pre-Maginot, mura e fortini a protezione di Lisbona. Le Linhas de Wellington riusciranno a fermare l’Armée e i portoghesi a salvare la loro indipendenza e il loro pessimo regime. Qualcuno acutamente dopo la proiezione stampa sosteneva argutamente che la struttura ricordava certi polpettoni bellici anni Sessanta sulla Seconda guerra mondiale, Il giorno più lungo per intenderci, grande e ampia pagina di storia ricostruita e narrata attraverso mille storie e caratteri, secondo il modello della grande tela multifocale. Vero, Linhas de Wellington riprende quella struttura, incrociandola col rossellinismo alla Viva l’Italia! e La presa del potere di Luigi XIV (più il primo del secondo). Dietro la macchina da presa Valeria Sarmiento, che riprende e realizza un progetto del defunto marito Raul Ruiz. Produzione portoghese-francese di Paulo Branco, dunque con ampia immissione di attori parigini in parti più o meno collaterali, ed ecco Melvil Poupaud come generale Massena, Mathieu Almaric, più comparsate di Michel Piccoli, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Chiara Mastroianni. Un ingrassatissimo e anche scazzato John Malkovich è Wellington. Il quale narcisticamente si fa ritrarre da un pittore (Vincent Perez) nel mentre che organizza la difesa della capitale. Vediamo invasori e invasi, di volta in volta isolati dalla regista. Nobildonne che nascondono a palazzo bei soldatini feriti. Preti portoghesi fanatici che in nome di Cristo e Maria massacrano gli infedeli francesi. Una sveglia inglesina in cerca di marito e pronta a entrare nel letto di ogni ufficiale promettente. Un marito in cerca della moglie dispersa, e invece scappata con l’amante. Contadini, proletari, signori, signore, puttane, bottegai, aristocratici, militari di ogni tipo e grado e di ogni armata. Non così brutto come si dice qui a Venezia. Però scarsamente personale. La messinscena della Sarmiento è diligente ma senza scatti, senza una scena memorabile, senza mai vera passione, il suo segno registico resta abbastanza debole. Rossellini e anche Taviani e Martone appartengono a un altro pianeta.

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