Festival di Venezia 2012/ Recensione. PASSION è l’auto-remake di un De Palma stanco e sfibrato

Passion, regia di Brian De Palma. Con Rachel McAdams, Noomi Rapace, Paul Anderson, Karoline Herfurth.
Prometteva molto, questo ritorno di Brian De Palma ai thrilleroni morbosi e torridi tipo i suoi lontani e adorabili Le due sorelle, Omicidio a luci rosse, Vestito per uccidere. Il regista ripesca perfino Pino Donaggio per la colonna sonora e va giù pesante con il lesbismo, il tema del doppio, insomma con certe sue ricorrenti ossessioni. Ma Passion ci mette più di un’ora a ingranare, è lento e vuoto, l’intrigo è risibile, le due attrici non hanno l’ambiguità necessaria. E si vede che è, malinconicamente, il film di un esiliato. Voto 5
Prometteva molto questo ritorno di Brian De Palma al giallo, a un thrillerone come i suoi di una volta, grezzi e sofisticati, ipercitazionisti di Hitchcock e Fritz Lang. Intendo film adorabili come Vestito per uccidere, Le due sorelle, Omicidio a luci rosse, Blow-out. Thriller, sempre, con dentro molto sesso, un filo perversi, e con alcuni elementi ricorrenti quali il tema del doppio e della simulazione. Per cui io, che adoro Brian De Palma e in particolare quel De Palma, già pregustavo il piacere. Oltretutto per la colonna sonora era stato ripescato il mitologico Pino Donaggio, fedele collaboratore del regista in quella stagione di gialli. Mi sono trovato davanti un prodotto dignitoso e dichiaratamente autocitazionista, quasi un self-remake, ma devitalizzato, senza uno scatto, uno scarto, un’accensione, senza fremiti, come se lo stesso De Palma non ci credesse più, non ce la facesse più a crederci. Confezione impeccabile, si intende, priva però di quei virtuosismi tecnici, di quella magnificenza nelle riprese cui il regista ci aveva abituato. Non ho notato piani sequenza o altre arditezze, c’è sì l’uso dello split-screen, un vezzo anni Settanta, per sottolineare la valenza vintage e rétro dell’operazione, ma è troppo poco. Il peggior guaio è che per un’ora e passa non succede niente, il che per un thriller è un limite grave. La storia è una storiaccia messa giù con rozzezza, presa da un film di Alain Corneau ma pesantemente riscritta, con un piano che vorrebbe essere diabolico invece fa ridere per la sua banalità, e che forse avrebbe funzionato quarant’anni fa ma oggi no, non gli puoi credere. Christine è una iena in carrierissima nel ramo pubblicità, capeggia la filiale tedesca di una super agenzia americana, ha una collaboratrice di talento, Isabelle, cui ruba le idee e di cui si prende i meriti. Insomma, rivalità al femminile alla temperatura massima, Eva contro Eva e sappiamo che quando le donne ci si mettono con la competizione interna di genere son capaci di nefandezze inenarrabili. Difatti Christine ne combina di ogni alla povera Isabelle, che si vendica andando a letto con l’amante della capa, un tipetto ambiguo e sordido. Il terreno di coltura perché avvenga il fattaccio è pronto. Difatti, una sera a Christine tagliano la gola. La prima indiziata è ovviamente Isabelle. Seguiranno colpi di scena montati con meccanica precisione e abbastanza prevedibili. De Palma la butta pesante anche sul lesbismo, Christine bacia Isabelle, ed entra in scena un’altra donna, pure lei innamorata persa di Isabelle. Un gran peso nella storia hanno pure potentissimi sonniferi che procurano incubi e perdita del controllo. Tutti gli elementi ci sarebbero per un De Palma alla maniera di una volta, eppure non funziona niente. C’è il tema del doppio, del travestimento, del mascheramento proprio come mei suoi capolavori anni Settanta-Ottanta. Ma non c’è niente da fare, il film è come impiombato. A immalinconire è anche il sapore di esilio che questo Passion si porta dietro in ogni inquadratura, un film produttivamente europeo, con location europee, come se De Palma per fare cinema fosse dovuto emigrare dopo gli insuccessi americani degli ultimi anni. Ambientarlo a Berlino non è stata una grande idea. Vero che le riprese all’interno della sala-riunioni progettata da Frank O. Gehry vicino alla Porta di Brandeburgo, e quelle della vetrata con vista sulla cupola di Norman Foster del Parlamento non sono male (però sono anche ovvie, suvvia). Passion dovrebbe trasmetterci la frenesia del potere e del denaro di cui sono intossicati Christine e quelli che lavorano con lei, ma Berlino non è lo sfondo adatto, non è la città giusta. È sì un posto fantastico e carico di suggestioni, ma gli scenari perfetti per le più smodate ambizioni sono altri, Londra, New York (perfino, seppure su scala ridotta, Milano). Non aiutano le due protagoniste. L’ormai onnipresente Rachel McAdams (ma quanto film fa? qui a Venezia l’abbiamo vista anche in To the Wonder di Malick) è una cattiva molto di maniera, Noomi Rapace non riesce a dare finezze e sottigliezze alla sua Isabelle. Entrambe mancano di ambiguità. Stamattina alla fine della proiezione stampa ci sono stati parecchi fischi e buuh. Brian De Palma non avrà fatto il suo film migliore, ma non merita di essere trattato così. Ma si sa che a Venezia c’è un loggione inestirpabile di beceri, e qualcuno sussurra che è proprio per quello, per la paura di essere maltrattati e fischiati, che certi autori preferiscono tenersi alla larga dal festival.

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