Venezia Festival 2012/ Recensione di EAT SLEEP DIE, il film svedese VINCITORE della Settimana della Critica

Äta sova dö (Eat Sleep Die – Mangia dormi muori), di Gabriela Pilcher. Con Nermina Lukač, Milan Dragišić, Jonathan Lampinen, Peter Fält, Ružica Pichler. Svezia/Montengero 2012.
Ritratto di Rasa, ragazza di origine montenegrina però cresciuta in Svezia. Un padre invalido da mantenere, un lavoro che sembra sicuro. Poi arriva come una mazzata il licenziamento. Dardenne e Ken Loach in chiave svedese. Dirige una giovane regista figlia di immigrati come la sua protagonista. Film buono, onesto, ma non un grande film. Temo alquanto sovrastimato. Voto 5 e mezzo
Arrivano i premi delle sezioni non ufficiali di questo Venezia 69. Tra i film della Settimana internazionale della critica (rassegna organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani arrivata alla 27esima edizione) il premio è stato assegnato, attraverso i voti del pubblico e abbastanza prevedibilmente, allo svedese East Sleep Die. Prevedibilmente, perché alla proiezione era molto piaciuto, soprattutto è uno di quei film perfetti per catturare la benevolenza dei critici come dei non addetti ai lavori. Dico subito che non ne sono rimasto entusiasta. Di film così, storie proletarie e sottoproletarie in una qualche periferia europea, girati con macchina a mano a seguire ossessivamente ogni mossa e fremito degli indigenti protagonisti, ne abbiamo visti a decine negli ultimi festival. Tutti hanno per padri nobili i fratelli Dardenne e l’inglese Ken Loach e come fratello maggiore il rumeno Mungiu di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni. Ambienti derelitti se non squallidi, lotta per la moderna sopravvivenza tra sfighe di ogni tipo: famiglie sfasciate, immigrazione, sfratti, lavoro che non c’è e se c’è lo si perde. Questo Mangia dormi muori rientra pienamente nel modello. La regista Gabriela Pilcher, bella, bionda e molto giovane (a vederla neanche trent’anni, genitori bosniaci e austriaci emigrati in Svezia) sceglie come protagonista un personaggio che è un po’ anche l’alter ego fantastico, la parziale proiezione di quello che lei stessa è. Rasa è difatti una ragazzona portata a due anni in Svezia dal papà montenegrino (della madre nulla sappiamo), cresciuta parlando lo svedese e che svedese si sente. Una proletaria però non ghettizzata in quanto immigrata, Rasa vive in un quartiere etnicamente mescolato abitato anche da svedesi doc, lavora nella locale fabbrica dove si confeziona e smercia frutta e verdura. Lei è la più sveglia, la più svelta: “Riesco a preparare quatro confezioni in pochi secondi”, dice orgogliosa. Non la salverà dal licenziamento quando la crisi arriva e la direttora deve decidere a chi tagliare la testa e a chi no. Non la prende bene, sa di non meritarselo, ma hanno fatto fuori gli svedesi (e lei lo è) perché costano troppo e tenuto gli immigrati recenti, meno cari e con meno pretese sindacali. Si vergogna della disoccupazione, come se fosse una colpa. Lo nasconde al padre, un poveraccio semi invalido che lei è costretta a mantenere. Il resto del film è, come dire, l’elaborazione di questo trauma, la ricerca di un altro lavoro, lo sforzo di non precipitare nel gorgo della disistima di sè. Ora, non è che il film sia brutto o trascurabile, questo no. Solo che, pur preciso nella sua presa diretta sul reale, non ce la fa a uscire dal prevedibile. Il percorso di Rasa sembra la messinscena, la drammatizzazione di un report sociologico sulla disoccupazione oggi nella matura Europa. L’attrice è brava, ma debordante com’è sovrappone se stessa pesantissimamente al personaggio, rischiando di far deragliare il film verso una sorta di doc semiautobiografico. La regista non evita il solito peccato di populismo, così tipico di questo cinema, i proletari sono bravi e senza pecche, i padroni carogne, anche se in guanti bianchi: un manicheismo da vecchio fronte popolare. Però si aprono interessanti squarci e finestre su una Svezia piuttosto lontana dai soliti cliché, non così ricca, non così fredda, non così educata, non così protettiva nei confronti dei meno fortunati. Il tanto decantato welfare non è perfetto come qui lo si dipinge, la crisi morde anche il ricco profondo nord, si vedono svedesi che vanno a lavorare nella vicina e più ricca Norvegia. Due paesi, due popoli molto vicini che non paiono amarsi granché. “I norvegesi? Tutti fancazzisti, viziati dalla ricchezza del petrolio” dicono gli svedesi costretti a emigrare da loro. Non si vedono nel film drammatici scontri tra nativi e immigrati, almeno quelli di seconda generazione sembrano ben integrati. Un film più interessante per le sue annotazioni minime, laterali, che per la sua narrazione principale. (Alla fine Rasa viene festeggiata da amici e vicini: deve partire per Malmoe, dove c’è la possibilità di un lavoro. Lei piange, tutti piangono, sembra un addio. Però, mica deve andare in Nuova Zelanda la buona Rasa, solo a Malmoe, è proprio il caso di drammatizzare così?).

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