Il film di MARCO BELLOCCHIO non era da Leone, inutile indignarsi e fare del vittimismo

Marco Bellocchio

Isabelle Huppert in ‘Bella addormentata’

Non c’è Venezia senza strascichi polemici. Quest’ultima edizione del film festival più antico che c’è rischia però di passare agli annali per un tasso di rissosità postumo mai visto. Due i casi vistosamente aperti. Il primo, su cui si sono scatenati soprattutto i siti stranieri, riguarda il Leone si dice prima assegnato dalla giuria a The Master e poi tolto in favore del coreano Kim Ki-duk e del suo Pieta. Un giallone di cui ho già scritto, ma che potrebbe riservare altri colpi di scena. Il secondo caso è tutto interno, tutto italiano, ed è il mancato premio a Marco Bellocchio. I mugugni di certa stampa nostra e dei suoi rappresentanti a Venezia sono cominciati subito sabato sera alla conferenza stampa della giuria dopo la consegna dei leoni, con domande perfino imbarazzanti a Matteo Garrone e agli altri sul come mai e il perché nel palmarès son stati ignorati i film italici. Tant’è che la giurata Samantha Morton, come riferisce Repubblica, è sbottata rispondendo per le rime (cit.: Samantha Morton zittisce sia Garrone sia i giornalisti che gli fanno domande sui film italiani: «Lei non può chiedere – dice rivolgendosi a una giornalista – all’unico giurato italiano cosa è accaduto per i film del suo paese. Questo è un modo di fare scorretto»). Si è invocato perfino per l’anno prossimo un direttore di giuria tricolore per salvaguardare l’onore del nostro cinema. Poi è stato tutto un dilagare di proteste più o meno esagitate, un indignarsi per il sabotaggio perpetrato a Venezia contro Bellocchio Marco e il suo presunto (assai presunto) capolavoro Bella addormentata. Tutto uno stracciarsi le vesti, uno scandalizzarsi. Con il Corriere della sera che oggi intervista l’amareggiato regista, il quale dichiara che mai più parteciperà a un festival, che è stato ignorato un film, il suo, che aveva ricevuto 16 minuti di applausi (alla proiezione in Sala Grande suppongo, perché alla proiezione stampa in Sala Darsena non è stato poi questo gran trionfo). Ora, di tale psicodramma si poteva anche fare a meno, perché assomiglia molto, troppo, al solito vittimismo, brutta malattia nazionale da cui non ce la facciamo proprio a guarire. La giuria non ha compiuto delitti, ha semplicemente e giustamente premiato i due film migliori, Pieta e The Master, e se c’è qualcuno che si dovrebbe lamentare (anche per l’ignobile linciaggio cui l’ha sottoposto molta stampa italiana) è il Terrence Malick di To The Wonder. Bellocchio non si meritava il leone, questa è la vera verità, e conviene dirla chiara. A Venezia Bella addormentata è moderatamente piaciuto agli stranieri e ai tanti cinefili e ragazzi presenti, soltanto gli esponenti della critica più ufficiale e istituzionale l’hanno pompato trasformandolo impropriamente in candidato principe ai premi maggiori. Ma quando mai? L’ho anche scritto: il giorno dopo il vero tormentone, il film di cui al festival si parlava era un altro, Spring Breakers di Harmony Korine, mica quello di Bellocchio, subito rimosso dalle conversazioni. No, non meritava premi questo film dalle nobilissime intenzioni ma dalla struttura sgangherata (e non si capisce come mai, visto il contributo alla sceneggiatura di un solido professionista come Stefano Rulli), che parte con quattro storie e poi ne abbandone subito due, quelle con Maya Sansa e Isabelle Huppert, per riprenderle solo un’ora e passa dopo. Che sfiora il kitsch, anzi ci casca dentro in pieno (e magari ci fosse della consapevolezza e dell’autoironia camp, macchè) con l’incredibile amorazzo tra la beghina pro-life Alba Rohrwacher e il laicissimo avversario pro-eutanasia Michele Riondino, con lei che molla le compagne di preghiera sotto la pioggia per andarsene a scopare in hotel. Stendiamo un velo pietoso sulla storia della tossica Maya Sansa che non c’entra niente con il resto, o su certi attori non-attori. Poi ci sono anche grandi momenti, intendiamoci, come la parte sulla politica romana, come l’inferno familiare della Huppert, del figlio, dell’ex marito, della figlia in coma. Ma non è la miglior cosa del suo autore, ecco. Non era, non è, il caso di farne la bandiera di una battaglia autarchico-nazionalista-vittimista. Bellocchio non ha bisogno di essere difeso con questi toni esagitati e isterici, né tantomeno di essere museificato dai tromboni della più allineata, istituzionale e conformista critica cinematografica. Paradossale: ha incominciato con il più anarcoide e incazzato film del cinema italiano, I pugni in tasca, rischia adesso di diventare il Grande Autore monumentalizzato, venerato e incensato dal sistema (per usare un vecchio termine sessantottardo). Si ribelli.

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Una risposta a Il film di MARCO BELLOCCHIO non era da Leone, inutile indignarsi e fare del vittimismo

  1. perla scrive:

    Ho visto ieri sera il film di Bellocchio e l’ho trovato bellissimo ed emozionante. Le storie mi sono sembrate tutte importanti e necessarie a comporre una visione della vita umana che non si può spiegare con le parole a chi non ha la sensibilità per coglierla.

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