Venezia Festival 2012/ commenti. Il matrimonio combinato ritorna in (almeno) due film

La sposa del film israeliano ‘Fill the Void’

La sposa del film filippino ‘Thy Womb’

Shira, 18 anni, fa parte della comunità di ebrei chassidim di Tel Aviv. Lì i matrimoni nascono da complicati accordi tra le famiglie delle due parti, seguendo una procedura rigidamente codificata. Sicché a Shira prima combinano un fidanzamento sempre all’interno della comunità, poi la madre cambia idea e la vuole sposa del giovane cognato prematuramente rimasto vedovo, insomma Shira dovrebbe prendere il posto e riempire il vuoto lasciato dalla bellissima sorella maggiore Esther morta per parto. È la storia, o meglio l’inizio della storia, del film israeliano Fill the Void (vedi recensione) presentato a Venezia nel concorso principale e molto piaciuto soprattutto ai critici anglofoni (un po’ meno ai nostri). Dato tra i favoriti per un premio, ha portato alla sua protagonista Hadas Yaron la Coppa Volpi come miglior interprete femminile. Uno dei motivi del suo fascino sta nel mostrarci una visione del matrimonio antiromantica e pre-romantica, un matrimonio in cui più che l’amore conta la convergenza degli interessi (economici, sociali) e dove sono le famiglie a pilotare la partita. Quel matrimonio combinato che nell’Europa laicizzata è considerato residuo di un remoto passato patriarcale e antifemminile, poiché la donna vi sarebbe solo passiva merce di scambio. Il film invece ci mostra come il matrimonio combinato possa essere più flessibile di quanto non appaia, una scelta saggia, un utile strumento di coesione sociale. Alla conferenza stampa seguita alla proiezione la regista Rama Burshtein, che alla comunità ebreo-chassidica appartiene, ha detto a chiare lettere che il suo film non vuole essere una denuncia del matrimonio regolato dalle famiglie, lasciando abbastanza allibite molte giornaliste (e giornalisti). Con eguale naturalezza si racconta di un matrimonio combinato in Thy Womb del filippino Brillante Mendoza (vedi recensione). Siamo nella parte sud dell’isola di Mindanao, a maggioranza musulmana. Shaleha è sterile, perciò vuole trovare una nuova moglie in grado di dare un figlio all’amato marito Bangas. La ricerca non è così semplice, le pretendenti e le loro famiglie chiedono sempre troppi soldi per la dote, finché si arriva a individuare la candidata giusta, e matrimonio sarà. Anche qui nn si parla mai di amore e passione, ma solo di accordi, contratti, denaro, regole da rispettare. A spiazzare lo spettatore è che sia la moglie a proporre al marito di sposare un’altra, qualcosa che nel nostro mondo è semplicemente impensabile. La forza del film, purtroppo non premiato come avrebbe meritato, è di proporci un punto di vista radicalmente opposto, anche qui senza avanzare critiche esplicite al matrimonio combinato. Si cerca una nuova compagna anche il padre del film cinese Tre sorelle di Wang Bing, vincitore della sezione Orizzonti (vedi scheda), e anche lui fa i conti su quanto gli possa costare. Mollato dalla moglie con tre bambine a carico, il brav’uomo non ha che una chance, quella di trovare una donna che possa accudire lui e figlie. Non avendo soldi, faticherà parecchio, ma alla fine raggiungerà il suo obiettivo. Nemmeno qui si fanno discorsi d’amore, ci si mette insieme invece per convenienza, si fanno i conti su quanto ci si guadagna e quanto eventualmente ci si perde. Tre film che, pur se ambientati in culture lontane o comunque separate, ci costringono salutarmente a riflettere su certe nostre radicate convinzioni in fatto di relazioni di coppia.

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