Al cinema/ Recensione: THE BOURNE LEGACY è una delusione (e non per l’assenza di Matt Damon)

Jeremy Renner è l’agente Aaron Cross

The Bourne Legacy, regia di Tony Gilroy. Con Jeremy Renner, Rachel Weisz, Edward Norton, Joan Allen, Albert Finney, Oscar Isaac, Scott Glenn, Stacy Keach, Corey Stoll. Usa 2012.
Non si tratta di sequel, neanche di reboot, ma di spin-off. Sparisce l’agente Bourne (che rivediamo solo in foto), entra in scena il suo collega Aaron Cross, pure lui bersaglio della parte più marcia e deviata della Cia. Purtroppo gli autori hanno la pessima idea di tirare in ballo un programma di potenziamento psico-fisico, trasformando il protagonista in un super-umano. L’eroe Bourne lascia il posto a un super-eroe, ed è questo il massimo tradimento perpetrato da The Bourne Legacy rispetto alla trilogia che l’ha preceduto. Voto 5

Rachel Weisz è la dottoressa Marta Shearing

Edward Norton è il villain

Basta, l’agente Jim Bourne è sparito, non ci sarà un’altra puntata con l’agente senza identità (o dalla precaria identità) che deve correre per tutto il mondo onde sfuggire alla parte più canaglia e infame della Cia. Matt Damon, dopo la defezione del regista Paul Greengrass, si è dato indisponibile per un altro episodio della saga che l’ha reso superstar. Adesso arriva questo film che usa solo il nome e il brand Bourne per uno spin-off che ha però al centro un altro agente Cia, Aaron Cross, interpretato da un ottimo Jeremy Renner, uno degli attori trentenni migliori in circolazione, ancora privo però di quell’aura da star, e anche – diciamolo – della naturale simpatia, di Damon. Bourne compare solo in effigie un paio di volte, citato come scheggia impazzita nascosta e collocata chissà dove, dunque lo si dà per vivo, dunque qualche speranza per un ritorno in futuro permane. Vedremo. Vediamoci intanto The Bourne Legacy, che, tanto per essere subito chiari, delude e sta parecchio al di sotto della trilogia da cui prende nome e anche al di sotto delle nostre aspettative. Non c’entra, se non marginalmente, l’assenza di Matt Damon. È che qui si tradisce e travisa completamente il bello e il senso dei Bourne-movies, e non si capisce come sia potuto succedere, dato che alla sceneggiatura, stavolta anche alla regia, c’è sempre Tony Gilroy. S’è perso quel senso di oppressione, di minaccia oscura e indecifrabile che incombeva e schiacciava Bourne, un po’ eroe un po’ everyman, uomo solo insicuro di tutto, di sè innanzitutto non conoscendo se non a frammenti il proprio passato, insicuro di chi fossero amici e nemici, alleati e rivali. Un uomo costretto a correre e fuggire come un invasato da chi lo voleva stanare e distruggere, ma fors’anche dai suoi fantasmi interiori. Un eroe umano, molto umano, macchina muscolare da guerra senza però certezze e senza un ancoraggio e un baricentro, come fluttuante in un mondo ormai globalizzato anche nel pericolo, dove nessun angolo, nemmeno il più defilato e remoto, può considerarsi un rifugio, un riparo. La trilogia Bourne ha letteralmente rinventato e riscritto la spy-story fissando per il genere un paradigma nuovo (e recuperando anche un qualcosa della fragilità e anonimità di certi antieroi di Le Carré tipo La spia che venne dal freddo), paradigma subito preso e applicato ad altri film, ad altro saghe ed epiche, in primis James Bond, bournianamente rifondato in Casino Royale con l’eccellente Daniel Craig pure lui eternamente fuggitivo da pericoli mai del tutto espressi e chiariti, sempre un po’ fantasmatici e astratti. Ecco, in The Bourne Legacy quella meravigliosa complessità e stratificazione si dissolve, si appiattisce, chi siano i buoni e i cattivi lo sappiamo subito, ogni ambiguità è persa e svilita, e il film diventa una qualsiasi storia tra un uomo costretto a fuggire e il villain o i villain che gli danno la caccia per i loro marci motivi. Jeremy Renner poco può fare contro tale semplificazione, ce la mette tutta ma non basta. I fetentoni della Cia, capitanati da un tremendo, implacabile Edward Norton, qui nella sua versione perfettina e glaciale, decidono di far fuori tutti coloro che sono stati partecipi di un programma biomedico volto a creare uomini potenziati, aumentati, sia nel fisico che nell’intelletto, un potenziamento ottenuto con sostanze in grado di alterare il patrimonio genetico. Tutti vanno cancellati, cioè ammazzati: coloro che in laboratorio hanno messo a punto il programma e gli agenti Cia sparsi qua e là per il mondo utilizzati come cavie. Incomincia la strage, ma l’agente Aaron Cross, Jeremy Renner per l’appunto, riesce con l’abilità, l’astuzia e la fortuna a sopravvivere. Nella scena d’apertura lo vediamo in una qualche parte del Circolo polare dove tutto è neve e ghiaccio, mentre si fa un bagno a non osiamo pensare quanti gradi. Raggiunge un rifugio, ma lì arrivano i droni comandati e mandati a uccidere lui e un suo collega del programma. Droni, la più sofisticata arma oggi a disposizione, e il loro uso è, bisogna dire, una bella idea di sceneggiatura, anche perché l’azione è spettacolarmente e drammaticamente mostrata dal punto di vista del bersaglio. Non è che l’inizio della lotta per la sopravvivenza del nostro Cross, il quale per capire meglio come stiano le cose va dalla ricercatrice responsabile del famigerato programma di potenziamento, scoprendo che pure lei sta per essere fatta fuori (dopo essere miracolosamente sopravvissuta al massacro di tutti i suoi colleghi, perpetrato peraltro in modo assai poco credibile). Sicchè ai due non resta che allearsi e scappare insieme, e il film si trasforma radicalmente rispetto alla precedente trilogia anche perché i protagonisti adesso sono due, e accanto a Renner si installa con pari dignità la dottoressa, che è poi la meravigliosa Rachel Weisz, la quale bella com’è ruba la scena più di una volta. Il resto scorre ipercineticamente ma anche piuttosto prevedibilmente verso la parte finale a Giakarta, Indonesia, dove sono delocalizzati i laboratori produttori di una sostanza (un virus usato come veicolo per colpire il genoma) che Cross deve assolutamente inocularsi per sopravvivere e stabilizzare le alterazione in lui indotte dal maledetto programma. La cosa peggiore, quella che spezza ogni possibile continuità con la precedente trilogia, è il passaggio dall’umanissimo – per quanto addestrato a micidiale macchina di offesa e difesa – eroe Bourne a un super eroe potenziato, espanso sia nel fisico che nella psiche. Aaron Cross è un umano per così dire aumentato, il che sposta il marchio Bourne in altri territori, quelli del cinema super eroistico appunto, e anche del fantastico. Si pensi solo alla scena culminante, al super climax, la fuga di Cross per i bassifondi di Giakarta inseguito e braccato da un altro agente potenziato come e più di lui mandatogli addosso dal perfido Edward Norton. Ecco, qull’agente ha ormai pochissimo di umano, ha un che di meccanico, di artificiale, di robotico, ha le movenze e anche l’insensibilità di un cyborg, ricorda non per niente nella sua ottusa, meccanica pulsione a uccidere Terminator. Scusate, ma il marchio Bourne che c’entra con questo simil Schwarzenegger che va alla caccia di un altro super umano? Questo è l’errore maggiore, il più grossolano, compiuto in questo abbastanza sciagurato spin-off. Spostare la saga sul terreno dei super-umani, della realtà aumentata ed espansa, non solo è un tradimento, è una clamorosa stupidata, una cantonata anche di marketing. Difatti The Bourne Legacy ha realizzato in America incassi parecchio al di sotto dei precedenti, e non si dica che il motivo è l’assenza di Matt Damon.

Questa voce è stata pubblicata in celebrities, film, recensioni, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Al cinema/ Recensione: THE BOURNE LEGACY è una delusione (e non per l’assenza di Matt Damon)

  1. Pingback: Film stasera in tv: l’ottimo THE BOURNE ULTIMATUM – IL RITORNO DELLO SCIACALLO (giov. 5 maggio 2016, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.