Recensione: LA CITTÀ IDEALE. Esordio alla regia di Lo Cascio con un film ambizioso, imperfetto, ma molto interessante

La città ideale, regia di Luigi Lo Cascio. Con Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Luigi Maria Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata, Aida Burruano (madre di Luigi Lo Cascio), Roberto Herlitzka. Presentato al festival di Venezia alla Settimana della critica.
Per quaranta minuti non lo sopporti e ti vien voglia di scappare dal cinema: il ritmo è esasperante, non capisci che cosa sia (un po’ noir, un po’ film di denuncia). Poi La città ideale prende quota. Lo Cascio alla sua prima prova da regista mostra di avere uno stile. Ambiziosamente punta in alto con un film che ricorda certo grande cinema italiano anni Sessanta: Fellini, Elio Petri, Germi. Non tutto riesce, però avercene. Voto: tra il 6 e il 7
A Venezia non è stato uno dei 45 film (più qualche corto) che ho visto. Non avevo voglia di rincorrerlo, non era in cima alla mia lista, neanche a metà, anzi non c’era proprio. Sbagliavo. L’ho ripescato l’altro giorno qui a Milano alla rassegna Le vie del cinema che ripropone molto di Venezia e un po’ di Locarno e mi sono ricreduto. Questo è un film sbagliato e anche per buona parte sballato, scentrato, ambiziosissimo fino a essere irritante, però avercene. Un errore molto, molto interessante, meglio di tanti film medi e pavidi, anche se magari più compatti di questo. Lo Cascio al suo esordio da regista non si tira indietro, non nasconde la mano, punta all’autorialità e al cinema alto e non lo nasconde, punta alla bella opera, mica a un film qualunque, e se non ci riesce davvero almeno ci prova, ha coraggio, e parecchi bersagli riesce a centrarli. Bravo, va bene, benissimo così. Anche se per quaranta minuti e anche più ti cascan le braccia dalla lentezza esasperante, dalla presunzione che trasuda da ogni inquadratura, dall’ostentata ricerca del cinema come arte. Ecco, ti dici maledicendo il momento in cui hai preso il biglietto e ti sei accomodato in platea, ecco, siamo al solito film italiano vorrei-ma-non-posso, pretenzioso e scarsa capacità e voglia di raccontare una storia, una buona storia. Poi La città ideale decolla, o quantomeno incomincia ad avvolgerti nelle sue spire, ce la fa a impitonarti e a conquistarti, e ti rendi conto che Lo Cascio sta mettendo insieme qualcosa di assai personale e poco medio, poco mainstream, qualcosa di rischioso e qua e là di bello, perfino bellissimo. È che questo film ha quella cosa rara che si chiama stile. Lo Cascio ha uno stile, esattamente quanto manca alla stragrande maggioranza dei registi esordienti, anzi dei registi tout court. Vuole essere un Autore e dimostra, se non di esserlo già, di poterlo diventare. In mezzo a tanti prodotti e prodottini sciapi un film che, vivaddio, ha carattere. Vero, non capisci (all’inizio, a metà, alla fine) che razza di film sia. Sembra un noir, ma l’intrigo è alquanto deboluccio. Ambisce a farsi denuncia della malagiustizia, apologo morale e chissà cos’altro ancora, e non si decide mai che strada prendere davvero, e questo è il limite suo maggiore. Michele Grassadonia è un ancora giovane architetto palermitano che da una decina di anni si è trasferito a Siena, “perché è la città ideale”, come ripete alla mamma rimasta laggiù e che ancora non si capacita della sua partenza. È un ecologista fondamentalista-estremista-fanatico con la smania e la compulsione al risparmio energetico, alla minimizzazione dell’agire inquinante (come si dice? attenzione alla propria impronta ecologica?), nella prima scena lo vediamo a casa, una casa ingombra di strani aggeggi per raccogliere l’acqua piovana con cui si fa la doccia, o per creare pedalando quel po’ di energia per alimentare qualche lampada o il rasoio elettrico. Uno a rischio follia, che in ufficio costringe i colleghi a stare al freddo per abbassare il tasso di emissioni tossiche. Tutto procede lentissimamente, implacabilmente, tant’è che vien voglia di scappare dal cinema. In realtà con questa sfida alla nostra capacità di resistere Lo Cascio ci avverte che il suo film sarà qualcosa di deviante, un viaggio nelle zone meno battute e più rischiose, zone ai confini della normalità: mentale, narrativa, cinematografica. Il maniacale Michele per andare a prendere una collega una sera è costretto a usare la macchina (in prestito) dopo otto anni che non si metteva alla guida (anche qui per non inquinare). Non l’avesse mai fatto. È una sera buia e tempestosa a Siena, vien giù un’acqua che Dio la manda, lui al volante non ci vede proprio, investe qualcosa, forse un corpo chissà, sbanda, impatta una macchina parcheggiata. Scende, ma non trova nessuno, niente. Un volta fuori città scorge per strada qualcosa che gli sembra un fagotto, torna indietro a controllare: è un corpo. Da lì comincia la sua disavventura, che possiamo senza vergognarci chiamare kafkiana (usando una parola che, lo so, dovrebbe essere proibita per legge), perché è lo stesso Lo Cascio a dire nelle interviste di essersi rifatto (anche) a Kafka. Per farla breve, il nostro viene accusato di aver investito il tizio, che è poi un pezzo grosso della nomenklatura senese, e sono guai. Si ritrova con un processo in vista, schivato da tutti, compresi gli amici della propria parte politica. Perde soldi e lavoro, è costretto ad affittare casa a una stramba studentessa americana altissima che ha la passione di disegnare scene di caccia e di prede, e va a a vivere rintanato in cantina. La sua testa incomincia a deragliare, si affolla di incubi e male visioni. Incomincia a dubitare di sè, della propria innocenza, e noi a dubitare di lui. Intanto la macchina giudiziaria procede ottusa e spietata e rischia di stritolarlo e rovinarlo. Vien su da Palermo la mamma, e gli sarà di determinante aiuto. Meglio non dire come il film prosegua e soprattutto finisca. Diciamo che nella prima parte vorresti prendere a schiaffi quel protagonista così pazzo, non solo perché si fa la doccia con l’acqua piovana ma perché alle prese con poliziotti, giudici, avvocati fa sempre la mossa sbagliata, la più autolesionista, ficcandosi da solo quasi con malcelato godimento nei guai. Lo Cascio sembra voler fare di tutto per non avvicinarci al suo personaggio e al suo film, poi però espugna le nostre resistenze. Lo fa mettendo insieme a poco a poco un puzzle visionario. In fondo, il plot è solo un pretesto per diversioni, divagazioni, slittamenti continui verso l’espressionistico, l’onirico, il surreale, il sub-reale. Non tutto convince, ma quando ci riesce La città ideale ci mostra scene potenti (quelle in ospedale, nel tribunale palermitano) che lasciano pensare alla nascita di un autore, e che rimandano credo intenzionalmente al grande cinema italiano della sua stagione d’oro tra tardi anni Quaranta e pieni anni Sessanta. Ci senti Fellini, certo, ma ci avverti anche Pietro Germi e molto, a mio parere, Elio Petri. L’odissea giudiziaria del povero architetto Michele Grassadonia assomiglia da vicino, nella trama e nello stile, al formidabile esordio di Petri, L’assassino (quando l’ho visto, poco più di un anno fa in Cineteca, sono rimasto basito: una rivelazione). Germi e Petri non a caso, due registi che molto hanno trattato la Sicilia nel loro lavoro. Ecco, Luigi Lo Cascio, sicialiano profondo, realizza un film che ha la peculiarità, quasi il genoma della sicilianitudine. Siciliano lo è questo film nel suo orgoglio, nella sua smodata e sacrosanta ambizione di volare altissimo e realizzare il meglio assoluto, nel suo rifiuto della mediocrità costi quel costi, nel suo espressionismo e nelle sue tentazioni e deformazioni barocche. Nel suo richiamarsi esplicitamente a Pirandello e Sciascia, con quel protagonista in balia della macchina burocratica, ma anche incerto di sè, con una identità friabile e cangiante, preda dei suoi fantasmi. Chiama a raccolta la famiglia, Luigi Lo Cascio. C’è lo zio Luigi Maria Burruano (strepitoso come avvocato Scalici), c’è sua madre Aida che nel film recita (benissimo) il ruolo della madre. Nei credits compaiono altri quattro Lo Cascio, immagino fratello, sorella, cugini. La moglie è al montaggio. Anche questo, se vogliamo, è strepitosamente, assolutamente siciliano. Alla fine il povero Michele riesce a ricordare cosa sia successo quella sera maledetta dell’incidente, ed è come quando nella mente di Liz Taylor in Improvvisamente l’estate scorsa le nebbie si squarciano e riaffiora nitida la scena della morte di Sebastian. Puro Freud. Sicchè, tanto per non farsi mancare nulla, Lo Cascio ci mette pure lui in questo film così denso di citazioni (e anche narcisismi) da scoppiare.

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