Al cinema/ Recensione: WOODY. In un documentario, tutto (o quasi) Woody Allen dagli inizi a oggi

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Woody, documentario con la regia di Robert B. Weide. Partecipano Woody Allen, Letty Aronson (la sorella di Woody), Marshall Brickman, Josh Brolin, Dick Cavett, Penélope Cruz, Larry David, John Cusack, Naomi Watts, Sean Penn, Mira Sorvino e molti altri. Nei cinema da venerdì 21 settembre.
Non sono un alleniano, però questo doc che ricostruisce la sua carriera e un po’ anche la sua vita non mi è dispiaciuto per niente. Trattasi di una biografia autorizzata, dove lo stesso Allen compare più volte a raccontare, insieme a una folla di collaboratori, parenti, amici, attori. E però il regista Weide riesce ad evitare i toni agiografici ed encomiastici, anche se qualcosa deve concedere, ovvio. Pieno di dettagli, rivelazioni piccole e meno piccole. Andatelo a vedere. Voto 7
Documentario di quasi due ore ma per niente noioso (oddio, l’ultima parte, la più pesa, non scorre via come la prima, ma va bene lo stesso) sul comico più amato – ma basterà definirlo comico? no che non basta – dell’ultimo Novecento e pure dei primi Duemila. Dai suoi esordi come scrittore di battute prima per gli altri e poi per sè – e battutaro sublime lo è ancora, anzi è la cosa a mio parere che gli è sempre riuscita meglio di tutte – quindi il debutto nei club fighi e radical come stand comedian, quindi il debutto al cinema, e via attraversando anni e decenni di sfolgorante carriera e qualche sconfitta fino a Midnight in Paris. Siccome lui si concede al regista Robert Weide, possiamo anche divertirci con qualche battuta inedita tirata fuori per l’occasione, e una qualche rivelazione su di sè, le proprie paure, le ossessioni, i fantasmi, il proprio passato e presente. Un Woody Allen (che va per i 77 anni il 1° dicembre) non reticente, o meglio, cauteloso e però disposto ad aprire qualche spiraglio a uso dello spettatore. Io che non sono mai stato un woodyalleniano, ho trovato il doc alquanto godibile, soprattutto quando ricostruisce gli anni della formazione e del debutto, il Woody Allen ritratto da giovane. Alla voce sua si aggiunge un coro fittissimo di altre voci, molti attori che hanno lavorato con lui, da Diane Keton in giù, la sorella anche produttrice esecutiva dei suoi film, Martin Scorsese che con tono professorale ci spiega quanto sia alta la statura del Woody cineasta. Ma il bello è andare a pescare nella miriade di rivelazioni o cose non poi così risapute, anche se magari già edite in una qualche biografia. Tanto per incominciare, il nostro mica è nato e cresciuto a Manhattan, e noi che l’abbiamo sempre localizzato e pensato lì per via del film forse più famoso e amato della sua carriera. No: nato e cresciuto a Brooklyn, si intuisce in un quartiere a forte presenza ebraica, anche se lui di ebraismo non parla mai, gli accenni identitari-culturali a quell’appartenenza sono come piallati via, solo la sorella (nove anni meno di lui), ricordando quanto lui da ragazzino soffrisse a scuola, parla dell’antisemitismo allora parecchio diffuso nel corpo insegnanti. Infanzia e prima aolescenza che Woody rievoca comunque con evidente nostalgia (“Brooklyn era un posto ideale per un ragazzino, si stava fuori dalle nove di mattina alle sette di sera”), ed eccolo ripreso davanti alla casa di famiglia (“facevo arrabbiare il padrone di casa perché nascondevo regolarmente i soldatini nei vasi di gerani”) e a commuoversi un po’ sul cinema di quartiere tanto amato e adesso ridotto a clinica oculistica. Lui si chiama Allen Stewart Königsberg, “i nostri genitori l’hanno sempre chiamato Allan”, ricorda la sorella. Sceglie di essere Woody (“la prima cosa che mi venne in mente”) Allen quando il suo lavoro di battutista comincia a circolare nel giro newyorkesi e deve adottare un nome d’arte più semplice dell’originale. La mamma, nello spezzone di un’intervista del 1987, lo ricorda come un bambino terribile, “frenetico, sempre in movimento. Io ero molto severa con te, e adesso mi rimprovero un po’, perché sei diventato un uomo così impaziente. Se ti avessi trattato meglio forse oggi saresti un uomo più morbido (softer) e caldo (warmer)”. Mammina non troppo indulgente, che non le manda a dire. Quello che balza fuori abbastanza clamorosamente è che mai genio fu più compreso di Woody Allen. A sedici anni le sue battute sono già contese, vendute, pubblicate, e lui guadagna più della sua famiglia. I due agenti più potenti in città lo arruolano nella loro scuderia e lo spingono a debuttare come stand-up comedian, anche se lui ogni volta che deve salire sul palco a intrattenere la gente vomita. A 30 anni scrive la prima sceneggiatura per il cinema, quella di Ciao Pussycat, ritagliandosi pure un piccolo ruolo nel film. Che poi disconoscerà per via degli stravolgimenti dei produttori, che da commedia lo spingono e trasformano in farsa. Esperienza che lo indurrà a debuttare nella regia onde avere il controllo completo sul proprio lavoro. Così sarà. Incomincia con Prendi i soldi e scappa, che va subito benissimo al box office, e il resto della storia la conosciamo abbastanza. Il film la ripercorre tutta, scendendo nei particolari fino diciamo a Stardust Memories, poi andando più di corsa e per sommi capi. Trattasi di un documentario ufficiale, di una biografia ufficiale, scritta e girata con il consenso e la collaborazione e la partecipazione del soggetto trattato. Dunque non aspettatevi irriverenze o esplosive rivelazioni o critiche troppo spinte al monumento Woody Allen. Totem e tabù, tanto per citare il da lui adorato Freud, non vengono scalfiti. Tuttavia Robert B. Weide riesce a evitare i toni più acquiescenti e smaccatamente encomiastici, anche se non ce la fa completamente a dribblare i rischi dell’agiografia. Comunque in fatto di doc biografici ne abbiamo visti di peggio, di più molli e complici verso il soggetto narrato. Weide qualcosa concede all’agiografia, deve farlo, ma tutto sommato se la cava e ne esce dignitosissimamente. Non tace e non fa tacere i suoi testimoni sui non pochi flop di Allen, a partire da Stardust Memories per l’appunto. Si parla o almeno si parlicchia pure del fattaccio, insomma di quando Woody si mise con una delle figlie adottive della sua partner, nel lavoro e nella vita, Mia Farrow, la ragazzina di origine coreana Soon-Yi (oggi diventata una matrona dall’aria padronale). Qualche parola la spende anche lui sulla cosa, senza scendere ovviamente nei dettagli, accennando al clima isterico creatosi mediaticamente attorno alla sua persona. Il film ci ricorda, ed è uno degli squarci più interessanti, che Mia, quando seppe e decise di troncare (giustamente, dico io) con Woody, era al lavoro con lui sul set di Mariti e mogli, e tutti temettero per la sorte del film. Senza di lei non si sarebbe mai potuto continuare. Invece Mia coraggiosamente non si tirò indietro e fece la sua parte fino in fondo. Chapeau. Applausi. Che Allen salta fuori da questo doc? Uno molto legato alle sue abitudini. Lavora ancora con una vecchia macchina da scrivere (sono rimasti solo lui e Vittorio Feltri), una tedesca Olympia, acquistata da ragazzo, ma sempre perfettamente funzionante. Prende appunti dappertutto, anche al ristorante, scrive su fogli e poi riporta a macchina su altri fogli, ritaglia e mette insieme con una graffatrice. Continua a non credere molto nelle sue capacità (“ho scelto la quantità, di girare molti film in modo da azzeccarne prima o poi uno buono, e infatti è così”), continua a essere ossessionato dalla morte. A vederlo, sembra un uomo abbastanza sereno, abbastanza acquietato e conciliato. Non ama elogi, encomi e leccamenti. A Cannes, dove va a presentare Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, un giornalista tedesco si premura di dirgli che “la Germania la ama” e lui: “La Germania? Tutta? Ma sono in tanti!”. Ci ricorda che per molto tempo il negletto Stardust Memories, smaccatamente felliniano, smaccatamente Otto e mezzo, è stato il suo film preferito. Invece quando si ritrovò di fronte a Manhattan ormai pronto per l’uscita si mise le mani nei capelli, non gli piacque, gli sembrò tutto sbagliato, gli venne l’impulso di ritirarlo. Invece la gente fece la fila per isolati davanti ai cinema, e lui divenne il nuovo simbolo di Manhattan, il genius loci per gli spettatori di tutto il mondo. Lui, nato e cresciuto a Brooklyn, al di là del ponte.
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