al cinema/ recensione: IL ROSSO E IL BLU è De Amicis ai giorni nostri (e non è una colpa)

Il rosso e il blu, regia di Giuseppe Piccioni. Soggetto di Giuseppe Piccioni, Marco Lodoli, Francesca Manieri. Sceneggiatura di Giuseppe Piccioni e Francesca Manieri. Con Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Roberto Herlitzka, Silvia D’Amico, Davide Giordano, Nina Torresi, Ionut Paun, Gene Gnocchi. Italia 2012.
Sembrebbe il solito film di denuncia dello sfascio scolastico, con tanto di professore di buona volontà alle prese con classe ribelle e fancazzista. Poi però Il rosso e il blu svolta di colpo verso il socio-sentimentale e il larmoyant, raccontandoci le storie tristi di insegnanti e allievi. Insomma, Cuore è di nuovo tra noi, debitamente aggiornato. E non è detto sia un male. Voto 6 e mezzo
In una scuola romana, molto romana (un liceo? o più probabilmente un istituto tecnico?), storie di professori e allievi che si incrociano influenzandosi a vicenda. All’inizio sembra il solito film, come se ne son visti un’infinità, a cavallo tra due generi gloriosi e tuttora rigogliosi, quello di denuncia dello sfascio scolastico da una parte, e dall’altra quello del prof eroico che, alle prese con una classe di sbandati e fancazzisti o comunque difficile e segnata da qualcosa di brutto, riesce non si sa come a cavarne qualcosa di buono. Tanto per fare qualche titolo recente e meno recente, La classe di Laurent Cantet, Detachment di Tony Kaye (bello e sottovalutato) e il canadese Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau. Gli elementi ci sarebbero tutti. Una scolaresca di coatti semianalafabeti con nessuna voglia, tranne qualche eccezione (e l’eccezione è un ragazzo rumeno assai talentuoso), di imparare. Un professorino giovane e ancora idealista (Riccardo Scamarcio), contrapposto all’insegnante di lettere anziano e disilluso (un Roberto Herlitza formidabile, da premiare subito con qualsiasi possibile premio, anche se, diciamolo suvvia, un po’ in là come età per stare ancora in cattedra). Una preside di buona volontà (Margherita Buy) che fa quel che può per tenere a galla l’istituto senza mezzi e abbandonato a se stesso dalle cosiddette istituzioni, tant’è che si porta lei la carta igienica da casa e prima di iniziare la giornata passa per i cessi a metterla, ed è una delle scene migliori. Insomma, siamo già rassegnati al film di denuncia in salsa italiana, che vuol dire scarsa attenzione al racconto e molta ai cioè, alle problematiche, alle istanze, alle ideologie, alle recriminazioni, al lamento. Una noia micidiale. Un tormento. Un calvario annunciato. Sicchè la prima parte la si segue un po’ sbuffando, godendo solo dei formidabili assoli di Herlitza professore incupito e rabbioso contro tutto e contro tutti, specie contro quegli allievi decerebrati cui ormai ha rinunciato a inoculare una qualsiasi nozione, un qualsiasi pensiero. (Ma Herlitzka è ormai onnipresente, solo quest’ultimo anno lo si è visto, oltre che qui, in L’ultimo terrestre di Gipi, in Sette opere di misericordia dei gemelli De Serio, poi in Bella addormentata di Bellocchio e prossimamente lo ritroveremo in La città ideale, esordio registico di Luigi Lo Cascio: infaticabile). Ma a un certo punto Il rosso e il blu, bel titolo stendhaliano che allude al famoso matitone bicolore dei prof, vira e svolta verso qualcos’altro, forse qualcosa di meglio o forse no, comunque altro, diverso. Incredibilmente diventa a poco a poco sotto i nostri occhi un film socio-sentimentale e anche di lacrima, isolando le storie dei due professori e della preside, e di qualche allievo, storie tutte difficile e toccanti e perfino drammatiche. Tant’è che ci si commuove pure e si rischia di mettere mano al kleenex. Lo so che non sta bene dirlo, ma signori, questo film di Piccioni – tratto dal libro omonimo di Marco Lodoli – ci diventa, senza che quasi ce ne accorgiamo, direi subdolamente aggirando le nostre resistenze, il nuovo Cuore di De Amicis, debitamente aggiornato e contemporaneizzato. Uguale uguale è anche la struttura narrativa, a pensarci bene, una classe più corpo docenti raccontati nel loro insieme e nelle loro interrelazioni, con storie che di volta in volta isolano questo o quello e ne fanno il temporano protagonista, e certi episodi (vedi soprattutto quello del ragazzo rumeno che, irretito dalla sua piccola, coetanea dark lady spara al padre) che sembrano degli a parte, degli inserti, esattissimamente come in De Amicis erano, che so, Sangue romagnolo o Il tamburino sardo o dagli Appennini alle Ande. Anche caratteri molto simili. Il professorino candido di Scamarcio, almeno all’inizio, è la reincarnazione del buon maestro Perboni, la preside Margherita Buy che diventa senza volerlo la madre sostitutiva di un povero ragazzo sembra la maestrina dalla penna rossa. Il che finisce con il conferire a Il rosso e il blu un suo strano fascino, un sapore di antico, di molto nostro, molto italiano, un qualcosa che sembra venire dal profondo della nostra storia e della nostra tradizione. Facile sparare su questo film e accusarlo di abbandonare troppo presto la strada della denuncia o di non essere all’altezza di un Monsieur Lazhar, e di eccedere in sentimentalismo (c’è pure la ragazza orfana di mamma al cui dolore nessuno crede), ma a me non è dispiaciuto per niente. In fondo, trattasi di un buon tentativo di conciliare cinema autoriale con una narrazione popolare. Rifare, consapevolmente o meno, De Amicis, non è detto sia una colpa, anzi.
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