al cinema/ recensione: CANDIDATO A SORPRESA parte come devastante satira elettorale, poi si pente e diventa Frank Capra. Un film schizoide

Candidato a sorpresa (The Campaign), regia di Jay Roach. Con Will Ferrell, Zach Galifianakis, Jason Sudeikis, Sarah Baker, Dylan McDermott, Katherine LaNasa, Brian Cox, John Lithgow, Dan Aykroyd.
Prendete Le Idi di marzo, o altro analogo film sul marciume della lotta politica sotto elezioni, e viratelo in commediaccia bassa e scurrile. Ferrell e Galifianakis sono rivali per lo stesso cadreghino di deputato, e per sotterrare l’altro sono disposti a tutto. Si ride molto, anche se amaro. Nella prima parte Candidato a sorpresa funziona benissimo, solo che poi si pente e si trasforma incongruamente in inno patriottico. Anzi, finisce esattamente come Mr. Smith va a Washington di Frank Capra. Film schizofrenico, che si contraddice e si autodistrugge. Voto (di rabbia per l’occasione sprecata): 4 e mezzo.
Commediaccia volgare, di quella (quasi) nuova volgarità che non risparmia nulla e nessuno, mette di mezzo molto sesso, ricorre a rumori e umori corporali, se ne frega del politicamente corretto, confinata all’inizio in film per teenager in tempesta ormonale e poi esondata nel cinema maggiorenne. La raunchy comedy, la commedia grassa che non si vergogna di niente, tantomeno di se stessa e incassa soldi su soldi al box office americano, salvo sgonfiarsi sui mercati esteri per via della scarsa esportabilità dei suoi elementi o, semplicemente, per la sua intraducibilità. Commedia che con il doppiaggio perde la metà della sua potenza di fuoco, e solo apparentemente bassa e grossolana, perché sotto la sua scorza ruvida nasconde spesso architetture di racconto molto solide e anche sofisticate e un’arte del dialogo a livelli di eccelenza. Spesso, ma non sempre. Questo Candidato a sorpresa è lacunoso proprio nella sua architettura, partendo come presa per il culo (lsciatemelo dire) dei rituali della politica e come devastante satira dei suoi vizi, e finendo incongruamente e inopinatamente nel patriottismo, nell’esaltazione dei valori americani che neanche Frank Capra. Film psicotico, schizofrenico, dall’io esattamente diviso, spaccato tra due opposti. Peccato, perché non era niente male l’idea di rifare in commedia e farsa il classico film sul marciume che si annida nel backstage delle elezioni americane. Insomma, quell’illustre sottospecie del cinema civile e/o di denuncia della Hollywood più liberal che parte con l’archetipico Tutti gli uomini del re di Robert Rossen (1949) e si conclude al momento con Le idi di marzo di e con George Clooney. In mezzo titoli (butto lì a memoria) come Il candidato con Robert Redford, Sette giorni a maggio di John Frankenheimer e il bellissimo, semidimenticato L’amaro sapore del potere di Franklin Schaffner, scritto da Gore Vidal. Tanto per ricordare che Candidato a sorpresa non è poi questa gran novità, solo che quel filone del ‘signora mia quanto fa schifo la politica’ lo butta e lo svacca e lo sporca in raunchy comedy, esagerando in schifezze e bassi richiami corporali. Allora, in una piccola città del Nord Carolina sono in vista le elezioni per chi dovrà rappresentarla a Washington. Strafavorito è il deputato in carica Cam Brady (un Will Ferrel perfettamente in parte e luccato molto in stile repubblican party come un simil-Romney dal capello gonfio, tinto e cotonato), solo che il disgraziato incappa in un clamoroso autogol, lasciando un messaggio porcone sulla segreteria di una famigliola scambiandola per quella della sua amante. Figurarsi, i sondaggi precipitano, i due marci capitalisti (in questo film il denaro è moralisticamente visto come lo sterco del diavolo, alla faccia dell’etica protestante di weberiana memoria che dovrebbe stare alla base del sistema di valori americano) che lo supportano e ne finanziano la campagna decidono di mollarlo causa impresentabilità e di cercare un altro candidato dalla faccia pulita, o che almeno lo sembri. Così finiscono su Marty Huggins, figlio di un maneggione locale di cui però lui non ha mai voluto seguire le orme politiche preferendo vivere povero e garrulo con la sua famiglia medio-kitsch – moglie e due figli obesi -, un’anima candida, un cretino anzi, un deficiente, un babbeo, uno schlemiel (la figura dello scemo del villaggio della tradizione yiddish poi riversatasi in tanto cinema americano), un idiota, dunque perfettamente manipolabile pensano i due loschi, che poi sono Dan Aykroyd e John Lightow. Naturalmente il cretino si rivelerà molto più attrezzato, agguerrito e scafato del previsto, e anche non così manipolabile. Tra i due candidati alla stessa cadrega sarà guerra all’ultimo sangue e al colpo più basso. Da una parte e dall’altra si tira e mira sotto la cintura, anche letteralmente, puntando dritti alla zona pelvica. I sondaggi schizzano in su e in giù per entrambi a seconda della furbata ultima messa a segno nei confronti dell’avversario. Entrano in scena gli spin doctor, i comunicatori e manipolatori di professione, sicché la vita dell'(inizialmente) ingenuo Marty viene stravolta, gli rifanno la casa buttando via i mobili kitsch e perfino i suoi due adorati carlini (tra i cani più brutto dell’universo) e riempiendola di cose di lusso o decoo altoborghese, caminetto compreso, il decoro altoborghese come lo può intendere un petroliere texano. Basta con il look sgrauso-sfigato, e invece per lui e consorte pettinature perbene e bon ton. Bisogna dire che in questa prima parte ci si diverte alquanto, le occasioni di sollazzo si susseguono a ritmo vertiginoso e il film, nella sua satira devastante dei riti della politica elettorale e della comunicazione di massa, funziona alla grandissima. Mazzolate soprattutto su Cam Brady, tutto un pubbliche virtù con moglie perfettina e smorfiosa e vizi privati da puttaniere indefesso. Ma questa escalation a chi la combina più grossa all’avversario porta il film in un vicolo cieco, lo costringe ad alzare continuamente la posta comica in gioco e a incanaglirsi, fino a farlo sprofondare in un’isteria parossistica e soprattutto nell’inverosimiglianza. Vero, siano nella finzione del cinema, mica nella realtà, ma come si fa a credere al video di Marty che usa il figlio del rivale per screditarlo e poi, per ritorsione, a quello di Cam che si scopa la moglie di Marty? Come si può pensare che le tv possano mandare in onda roba del genere? Candidato a sorpresa nella sua furiosa ricerca della risata sempre più grossa e grassa finisce con l’implodere e autodistruggersi. Tanto che a due terzi il film è ridotto a un cumulo di macerie e gli autori non sanno più come uscirne. Così si inventano una parte finale assurda, che nega tutto quanto hanno mostrato fino a quel momento. Senza star lì a rivelare cosa succede, dico solo che si finisce in un ciu-ciu tra i due (ex) rivali, ormai alleati in nome dell’americanità e della difesa dei più autentici valori patrii contro i corrotti e i corruttori, e contro i due maledetti imprenditori di cui sopra che volevano svendere un pezzo di stato alla Cina per impiantarvi fabbriche e maestranze a costi infimi. Sembra Mr. Smith va a Washington di Frank Capra, peccato che sia un altro film e non c’entra niente con la prima parte. Poi capisci. Capisci che The Campaign, come tutte le medio-grandi produzioni, soggiace alle ferree regole del marketing, esattamente come i due candidati che mette in scena e alla berlina. Sicché per un po’ deve solleticare il qualunquismo e l’odio anticasta e antipolitica che anche in America è fenomeno di massa, e dunque giù con le mazzate e la satira che non fa prigionieri, però poi deve anche tenersi buoni gli altri, il pubblico medio piccoloborghese di centro, e dunque compensa virando sul patriottico e sullo sventolio di bandiere. Ecco, dietro a questo film si sente lo stesso tanfo di artificiale e di programmato e calcolato a freddo che è di tanta politica, e allora no, non ci stiamo più al gioco, no grazie. Notazione a margine: certo che se le elezioni sono quelle che, pur nella deformazione ed esagerazione da commediaccia, il film ci mostra, vuol dire che siamo messi male in Occidente. Messi con una democrazia che, per essere come da suo principio fondativo l’espressione della maggioranza (chi prende più voti vince, regna e governa), si è ridotta a rincorrere e lisciare il pelo all’opinione pubblica anche nei suoi istinti peggiori, e a usare come unica bussola quella dei sondaggi. Candidato a sorpresa ci sonsegna un quadro allarmante della crisi della democrazia, e proprio nel paese che la rappresenta al massimo grado.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, film, recensioni, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.