al cinema/ recensione: THE WORDS è il film più pretenzioso degli ultimi tempi. Ma per farcela con una storia simile bisogna essere almeno Resnais o de Oliveira

The Words, regia e sceneggiatura di Brian Klugman e Lee Sternthal. Con Bradley Cooper, Jeremy Irons, Dennis Quaid, Zoë Saldana, Olivia Wilde, Ben Barnes, Nora Arnezeder. Durata 97 minuti.
Plot lambiccatissimo, con tre storie incastrate una dentro l’altra tipo bambole russe (uno scrittore parla di uno scrittore che parla di uno scrittore). Ambizione alte e autoriali per questo film presentato al Sundance e chissà perché scambiato per un’opera di rispetto. Invece è solo pretenzioso, smorfioso, gonfio di cliché sull’Arte e la Letteratura. Non basta la presenza dell’emergentissimo Bradley Cooper a salvare la situazione. Per raccontare credibilmente una storia così bisogna essere almeno Alain Resnais o de Oliveira (e dunque avere almeno 90 anni). Voto 5
In America è considerato il più grande flop dell’anno. Lanciato nel suo primo weekend di programmazione chissà perché in tremila e passa sale, cose che solo le grose produzioni di immediata presa sul pubblico possono permettersi, ha realizzato cifre ridicole e adesso, a qualche settimana dall’uscita, sta sugli 11 milioni di dollari al box office, niente rispetto alle attese e alla promozione (e ai suoi costi). L’errore è stato di scambiare questo piccolo, e anche modesto, film presentato in anteprima allo scorso Sundance Festival come un possibile moneymaker, confidando soprattutto nella presenza di Bradley Cooper, anche produttore, l’occhiceruleo attore di Un giorno da leoni 1 e 2 (era diciamo così il più sano e normale di quella banda di mentecatti). Il quale però, faceva notare il sito Mojo Box Office, non ha ancora le spalle larghe da star in grado di reggere da solo un film al suo impatto con la platea (e però Cooper con il nuovissimo Silver Linings Playbook appena presentato al Toronto Film Festival ha ottenuto là un successo personale imprevisto, tanto che lo danno già tra i molto probabili candidati all’Oscar come miglior attore, e se succedesse forse Mojo dovrebbe rimangiarsi quel che ha scritto). Ma insomma, al di là del marketing sbagliato dalla casa di distribuzione, il film è davvero deboluccio e neanche in grado di reggere un lancio più ristretto negli arthouse. Arty che più arty non si può: un film pretenzioso, smorfioso e affettato che si dà arie di superiorità solo per il fatto di trattare di scrittori e loro romanzi, come se l’occuparsi di letteratura nobilitasse di per sè. Invece no, e The Words lo dimostra clamorosamente, zeppo com’è di cliché che nessuna persona di buon senso più oserebbe, con quegli scrittori (ne abbiamo tre in ballo) tutti sofferenti di fronte alla pagina scritta, tutti presi poi da improvvisi raptus creativi (meglio se di notte) che li spingono furenti alla tastiera, tutti malcompresi da editori e editor troppo attenti al mercato e al quattrino. Perché signora mia l’arte oggi non l’apprezza più nessuno e in questo marcio mondo non si pensa che al dollaro. Per un po’ ho pensato che questa profusione di cliché fosse voluta e consapevole, una sorta di operazione metalinguistica e citazionista. Invece no, è che i due autori – registi e anche sceneggatori – ci credono proprio, o fingono di crederci. Le sue ambizioni alte, altissime, The Words ce le ha eccome, mettendo in scena uno scrittore che racconta di uno scrittore che racconta di uno scrittore. Il primo, Clay Hammond, è interpretato da Dennis Quaid; il secondo, Rory Jansen, da Bradley Cooper; il terzo, chiamato solo The Old Man, il vecchio, da Jeremy Irons (che, sessantenne e ancora ben messo com’è – chi l’ha visto qualche mese fa in Margin Call concorderà -, chissà perché è stato scelto per la parte di un ultraottantenne, tanto che gli han dovuto mettere sulla faccia un mascherone rugoso e fintissimo e farlo camminare a passettini da geisha o da uccellino che dovrebbero trasmettere un senso di decrepitezza e invece sono solo ridicoli). Dunque, plot lambiccato, lambiccatissimo, con una storia dentro un storia dentro un’altra ancora. Mise en abyme delle più classiche e pretenziose. Scatole cinesi e bamboline russe come si usavano al tempo degli esperimenti strutturalisti anni Cinquanta e Sessanta, nella narrativa come al cinema (vero Robbe Grillet? vero Resnais?) e ancora prima tra i surrealisti e ancora molto prima nel meraviglioso Manoscritto trovato a Saragozza del polacco Jan Potocki, pubblicato tra 1803 e 1814! Il che potrebbe rendere The Words qualcosa di anomalo e interessante e assai poco mainstream, se non fosse per la retorica e l’uso smodato di cliché di cui si diceva sopra, per la prevedibilità della trama e i micidiali dialoghi che vorrebbero essere letterari e son solo ridicoli e imbarazzanti. Dunque: Rory è un trentenne con la fissa di sfondare come scrittore, solo che il suo libro viene respinto da tutti gli editori, benché coniderato promettente, ottimanente scritto ecc., “ma oggi nel mercato purtroppo non c’è posto per un libro così”. In un romantico viaggio a Parigi con la moglie – Zoë Saldana, che diciamolo è una vera delizia, con una grazia alla Audrey Hepburn che è raro incontrare di questi tempi al cinema – trova casualmente in una vecchia borsa acquistata da un rigattiere un dattiloscritto. Non c’è traccia che possa far risalire all’autore, però la storia funziona, ed ecco la mala idea impiantarsi in Rory: ricopiarla e presentarla come sua dall’editore per cui lavora come misero fattorino, praticamente all’ultimo livello della scala alimentare della compagnia. Intuibile il resto: il libro, pur con un titolo scemo, viene pubbblicato e si trasforma in un bestseller, il nostro diventa un autore celebrato e il conto in banca cresce a dismisura. Il successo, finalmente. Basta con la vita da bohème in un povero loft, subito il trasloco in un fior di appartamento nella meglio Manhattan. E però. Però una sera di pioggia e tempesta un vecchio uomo si apposta a guatare il nostro Rory che in tenue de soirée entra in un hotel de luxe a ricevere un premio. Scopriremo di lì a poco che è lui l’autore del dattiloscritto. Pedina Rory, e una mattina al parco lo avvicina e gli racconta la sua storia. Flashback a Parigi, nella Parigi della fine della guerra, dove lui, giovane soldato inglese, incontra una donna, se ne innamora, scopre la vocazione della scrittura. Ora, in questa parte il film raggiunge i suoi picchi o i suoi abissi di kitsch. Parigi è un fondale da cartolina, i personaggi che vi si muovono dentro sono stereotipi venuti da ogni dove, ma soprattutto dai soliti Americans in Paris con Hemingway in testa, stereotipi che già avevano fatto i loro guasti in Midnight in Paris, figuriamoci qui che mancano il mestiere e anche il gusto di Woody Allen. Le due vicende sono poi raccontate da uno scrittore di mezz’età dei giorni nostri, un Dennis Quaid di irrefrenabile gigionaggine (qualcuno lo fermi per favore), come e anche peggio che nel suo film visto qualche settimana fa a Venezia, At Any Time. Finale con sorpresa ma neanche troppo, tuttosommato abbastanza annunciate e telefonata. La trovata dello scrittore che ruba il manoscritto a un altro non sarebbe male e avrebbe potuto dar vita a un thriller-horror alla Edgar Allan Poe se solo i signori registi avessero puntato a un dignitosissimo film di genere anziché alla Grande Opera sulla Letteratura (e temo che il modello sia The Hours, con tutto il sussiego e l’involontario kitsch del caso). Per riuscire nell’impresa, per rendere credibile oggi una storia così bisognerebbe essere davvero inattuali, avere la grazia e l’incanto di un cinema ormai fuori dal tempo e oltre il tempo come quello di Alain Resnais e di Manoel de Oliveira, 90 anni il primo, 104 il secondo. Purtroppo Brian Klugman e Lee Sternthal non sono né l’uno né l’altro. La francese Nora Arnezeder, che fa la moglie del personaggio di Jeremy Irons da giovane, è strepitosamete bella. Olivia Wilde, nella parte di un groupie del Dennis Quaid scrittore, è tremenda. Si rivede Ben Barnes, il Dorian Gray della più recente versione filmica del racconto di Oscar Wilde, quella diretta da Oliver Parker.

Questa voce è stata pubblicata in film, recensioni, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

20 risposte a al cinema/ recensione: THE WORDS è il film più pretenzioso degli ultimi tempi. Ma per farcela con una storia simile bisogna essere almeno Resnais o de Oliveira

  1. Pingback: Film stasera in tv: VENUTO AL MONDO (mart. 8 marzo 2016, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.