CESARE DEVE MORIRE dei Taviani, il nostro giusto candidato all’Oscar

Cesare deve morire (recensione) m’è piaciuto subito, fin da quando l’ho visto alla sua prima proiezione al festival di Berlino lo scorso febbraio. Erano le 9 di un glaciale mattino e ricordo che seduti in platea nella grande sala del Palast c’erano pure due membri della giuria, il presidente Mike Leigh e il francese François Ozon, che diedero segni di una certa soddisfazione. Difatti, meritatamente ma contro ogni previsione della vigilia, il film avrebbe poi vinto l’Orso d’oro. Ricordo anche che alla proiezione ero andato di malumore, non aspettandomi niente dai fratelli Taviani, monumenti del cinema certo, maestri ultraottantenni riconosciuti e celebrati, che però da parecchio non azzeccavano qualcosa di davvero buono. Invece, never say never, perché Cesare deve morire si rivelò essere un gran bel film, solo con qualche sbavatura finale di eccessiva correttezza politica (la tremenda battuta di uno dei carcerati-attori: “Da quando ho scoperto l’arte ‘sta cella è diventata ‘na prigione”, ma tutto si perdona, via). Questo preambolo per arrivare a dire che quando ieri la commissione incaricata l’ha scelto come nostro concorrente agli Oscar (categoria migliore film in lingua straniera), m’è parsa una saggia e giusta decisione. L’anno scorso la scelta era caduta su Terraferma di Crialese e si trattò di una decisione sciagurata, ancora peggio era andata l’anno prima quando era stato indicato La prima cosa bella di Paolo Virzì, in buona parte in livornese stretto e con la canzone di Nicola Di Bari a far da tappeto sonoro, figuriamoci a Los Angeles cosa ci capivano. Difatti né l’uno né l’altro sono finiti nella cinquina finale, ma neanche nella precedente shortlist di nove titoli. Meglio spendere qualche parola sul particolare meccanismo che porta alla proclamazione dell’Oscar al miglior film in lingua straniera, vale a dire non in inglese (attenzione: non al migliore film straniero, che è cosa diversa, tant’è che i film britannici non possono concorrere in questa categoria). Dunque, funziona così. Come prima cosa ogni paese può indicare entro una data stabilita dall’Academy, l’istituzione losangelina che assegna gli Oscar, il proprio film di bandiera, il proprio rappresentante. L’anno scorso furono 64 i paesi e altrettanti i film, quest’anno siamo a 56 (finora). Manca alla conta l’Iran, vincitore dell’anno scorso con il meraviglioso Una separazione, che stavolta ha deciso di boicottare la manifestazione e di non indicare un proprio concorrente in segno di protesta verso l’America per la famigerata vicenda del film presunto blasfemo e anti-Maometto L’innocenza dei musulmani. Allora, quando i nostri giornali scrivono (anche se quest’anno mi pare siano stati più cauti e precisi) cose tipo “il film dei Taviani candidato all’Oscar!” non vuole dire che l’Academy lo ha nominato nella cinquina, no, vuol solo dire che l’Italia l’ha indicato come candidato di bandiera, esattamente come hanno fatto, per dire, Islanda, Algeria, Marocco, Giappone, Norvegia, Danimarca, Germania, Portogallo, ecc. ecc., paesi con i quali al momento siamo alla pari. Quindi, non si ciurli nel manico, please, con i soliti toni trionfalistici, che adesso come adesso Corea e Palestina hanno le nostre stesse chance, chiaro? Buona la scelta di Cesare deve morire, ma siamo solo al primo, primissimo step. Quelli decisivi mancano ancora. Adesso tocca all’Academy, la quale prenderà visione dei 56 film presentati per poi scegliere e indicare, verso la metà di dicembre, una shortlist di nove titoli. Titoli che poi saranno ridotti alla vera e propria rosa finale ufficiale di cinque, le famose nomination, annunciate come quelle di tutte le altre categorie solo il 10 gennaio 2013. Dopodichè ulteriore votazione e il 24 febbraio la rivelazione del vincitore nella notte degli Oscar. Quella del migliore film in lingua straniera è sempre stata la categoria più negletta e anche la più disgraziata, con inclusioni ed esclusioni deliranti, e spesso con vincitori molto discutibili. Tant’è che da un paio d’anni il meccanismo di voto e selezione è stato riformato per rendere la scelta un po’ meno casuale e un po’ più attendibile. Questo per dire che tante volte questo Oscar è una lotteria, un giro di roulette che neppure a Las Vegas, anche perché un tempo i candidati di partenza erano un pugno di titoli in rappresentanza di pochi paesi (ed è anche per questo, oltre che per i meriti, che l’Italia vinceva a man bassa), mentre adesso che te la devi vedere pure con il (o la?) Costa Rica. Di sicuro è determinante la promozione  sul territorio americano, il lavoro di lobbying, che il candidato arrivi con qualche premio importante e un buon curriculum, soprattutto che abbia un distributore negli Usa che si sbatte per farlo conoscere. Ecco, stando a simili parametri Cesare deve morire è discretamente messo. Ha vinto a Berlino, i critici americani lo conoscono bene, in questi giorni partecipa al festival di New York (molto importante ai fini della corsa agli Oscar e Golden Globes) e ha un distributore negli Usa, la Adopt Films, che lo farà uscire il prossimo febbraio. Dunque non èm necessario fare un estenuante lavoro di dissodamento partendo da zero come in altri casi. In più, è una storia universale e Shakespeare non c’è bisogno di spiegarlo a nessuno, si spiega da solo. Andiamo a vedere con quali altri film, in fase di decisione italiana, Cesare deve morire s’è dovuto confrontare. Allora, c’erano in ballo (tutti i titoli sono stati indicati dall’Anica) anche Reality di Matteo Garrone, Bella addormentata di Bellocchio, Diaz di Vicari, Gli equilibristi di De Matteo, Là-bas di Guido Lombardi, Magnifica presenza di Ozpetek, È stato il figlio di Ciprì, Il cuore grande delle ragazze di Avati, perfino Posti in piedi in paradiso di Verdone. Il testa a testa è stato tra Taviani e Garrone, ma meglio così, in my humble opinion Reality non è un grande film nonostante si sia portata a casa da Cannes il premio speciale della giuria (l’ho scritto subito dopo averlo visto a Cannes, attirandomi su questo blog ingiurie e attacchi di ogni tipo, anche molto pesanti). Quanto a Bellocchio, lasciamo stare. Il meglio del mazz0, oltre ai Taviani, erano il film di Ciprì e Là-bas di Lombardi, belli ma pochissimo esportabili. Dunque, che sia Cesare deve morire, e incrociamo le dita. A scorrere la lista dei concorrenti (la pubblicherò in un prossimo post) c’è da rimanere basiti per la quantità e soprattutto la qualità. I favoriti, stando a siti americani che se ne intendono, sono al momento tre. Innanzitutto Amour di Haneke, Palma d’oro a Cannes, presentato come proprio candidato non dalla Francia ma dall’Austria. Seguono Oltre le colline del rumeno Mungiu, pure uscito da Cannes con due premi, e No del cileno Pablo Larrain. Cui va aggiunta la variabile difficilmente valutabile del candodato francese Quasi amici, che anche in America sta andando benone (11 milioni di dollari incassati finora), ma forse troppo spremuto e inflazionato, visto che ormai è un anno e mezzo che gira il mondo. Io dico che i Taviani ce la possono fare, ma Amour sarà un rivale tosto, tostissimo.

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