Grandi film stasera sulle tv gratuite: SHINING di Stanley Kubrick (domenica 30 settembre 2012)

Shining, Iris, ore 22,58.
Film epocale, con quasi tutti quelli di Stanley Kubrick. Epocale nel senso che rappresenta il tempo suo – incubi, terrore, visioni, allucinazioni – e segna uno spartiacque tra un prima e un dopo. Kubrick possedeva il genio di ridisegnare confini, contenuti, profondità dei generi cinematografici, di trasformarli nel momento in cui li affrontava, li usava e attraversava. Il noir, il crime movie cambiò per sempre con il suo Rapina a mano armata, la fantascienza con 2001, Odissea nello spazio, il period-drama con Barry Lyndon. Shining ridefinisce nel 1980 l’horror, e l’ascia brandita dal ghignante Jack Nicholson  taglia, segna, incide la storia del cinema e del genere così come aveva fatto due decenni prima il coltello che squarciava la doccia nell’hitchockiano Psycho. Tratto da Stephen King, Shining assume nelle mani di Kubrick un che di monumentale, epico, una grandiosità che nella pagina scritta era assente e mai vista prima nel cinema horror. Inquadrature costruite con maniacalità e dense di citazioni pittoriche e iconografiche. Dettagli potenziati dall’immensità dello schermo. Scene celebri che hanno nutrito e ispirato generazioni successive di cineasti, come il virtuosistico piano sequenza in soggettiva dal triciclo del bambino attraverso i vuoti, labirintici corridoi dell’hotel. Siamo tra le nevi del Colorado, in un albergo vetusto e glorioso e sinistro dove approda come guardiano uno scrittore incasinato e alcolista di nome Jack Torrance. Con lui la moglie e il figlioletto. Posto da brivido, dove molti anni prima un altro guardiano aveva sterminato in preda alle sue ossessioni la famiglia. Il bambino ha il dono dello shining, la luccicanza, la capacità di vedere presenze e fantasmi, sicchè attraverso il suo sguardo l’hotel si anima di fugure venute dal passato di sangue: le gemelle uccise (memorabile la loro apparizione), il loro padre assassino. Luogo dei massimi misteri è la stanza 237, contenitore di fantasmi e di allucinazioni, in cui il vbambino cerca di penetrare. Jack Tirrance impazzirà, cercherà di uccidere moglie e figlio. Come si fa a dimenticare l’assalto di lui con l’ascia brandita? O l’urlo della moglie (l’altmaniana Shelley Duval), che Kubrick modella figurativamente su quello di Munch, ben prima della maschera killer di Scream. Per finire con l’inseguimento nel labirinto innevato, qualcosa che ormai fa parte della storia del cinema. Da vedere e anche rivedere, ovvio. Nei festival recenti, Cannes e Locarno, è circolato Room 237, film-documentario sulle più strane e folli teorie su cosa fosse quella stanza nel film di Kubrick, cosa contrenesse, cosa rappresentasse. Un perfetto esempio di metacinema, di cinema che parla e si nutre di se stesso, e prova della persistenza del mito di Shining.

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