Recensione: I BAMBINI DI COLD ROCK è un horror anomalo e interessante, peccato solo per le troppe incongruenze

I bambini di Cold Rock (The Tall Man), regia di Pascal Laugier. Con Jessica Biel, Jodelle Ferland, Stephen McHattie, William B. Davis, Jakob Davies, Samantha Ferris, Katherine Ramdeen.
Perché a Cold Rock (che non è tanto distante da Twin Peaks, e già questo) i bambini spariscono? Chi li rapisce? Psycho-socio-horror dalle atmosfere inquinate e inquietanti debitamente confezionato da Pascal Laugier, il regista francese del culto Martyrs. Protagonista una infermiera sensibile e generosa. Sarà un viaggio cupissimo nelle patologie sociali di oggi. Con due twist, due torsioni, due colpacci di scena che rovesciano completamente la storia. Peccato per le troppe incongruenze e inverosimiglianze, perché questo poteva davvero essere un gran film. Voto 6+
Film che sul mercato nordamericano è uscito in poche sale l’espace d’un matin e poi via, in VOD (Video On Demand), la nuova caienna in cui vengono gettati quei prodotti che non sono ritenuto in grado di reggere una normale distribuzione. Prodotti in cui non crede nessuno, nemmeno chi ci ha speso i soldi. Insomma, I bambini di Cold Rock (il titolo originale è The Tall Man) si porta dietro l’odore del fallimento annunciato, il che non ben predispone alla visione, diciamolo. Però a renderlo comunque interessante è che alla regia ci sta il francese Pascal Laugier, uno che si è fatto un nome come realizzatore di horror di un certo peso e spessore, prima il bel Saint Ange – ambientato nel solito collegio da paura, ma con un senso alto della messinscena – poi il notevolissimo, anche se discusso e discutibile, Martyrs, culto vero, delirio sadico che fa leva sul voyeurismo più perverso dello spettatore, storia agghiacciante di torturatori e torturati con richiami e citazioni del repertorio martirologico della Chiesa (scuoiamento di Sant’Andrea e così via). Strano film anche per il genere horror che pure tende all’eccesso, un torture porn malato, malatissimo, dalla visione quasi insostenibile in cui ci si fanno però domande alte (quanto pretestuose? quanto atte a precostituirsi un alibi da film non corrivo?) su cosa sia la morte, cosa ci possa essere al di là, come affrontarla. Tant’è che Martyrs è diventato rapidamente un oggetto di devozione cinefila che ancora continua a mietere consensi e entusiasmi. Per dire che insomma questo Cold Rock non va liquidato sbrigativamente, nonostante il disastro che l’ha accolto in America. Certo, si colloca su un versante abbastanza diverso rispetto alle prove precedenti di Laugier, sempre di horror si tratta, ma più psicologizzato, più d’ambiente e di atmosfere, anche se le scene di terrore puro non mancano, anzi. Che cosa abbia indotto Laugier a dirigerlo è difficile capire, forse la presenza di bambini-vittime, come nella parte inziale di Martyrs. Forse la voglia di cimentarsi con una storia più scritta, più strutturata, con un plot complesso e stratificato. La prima parte ci introduce all’inquietante cittadina di Cold Rock, un tempo florido centro minerario, adesso abbandonata alla decadenza, alla sozzeria che tutto invade e corrode, il panorama e i corpi, le anime. Dimenticata da Dio e dagli uomini, Cold Rock è lassù tra i boschi dello stato di Washington, nord statunitense già in odore di canda, neve, freddo, fango, un postaccio (Cold Rock) situato nella stessa area geografica del lynchiano Twin Peaks, e non dev’essere un caso. Da tempo, molto tempo, i bambini vi scompaiono inghiottiti dal nulla. Spariti senza lasciare tracce. Ormai sono diciotto, e nessuno che sia riuscito a risolvere il caso o ne abbia avuto davvero la voglia. In paese si parla di un misterioso Tall Man, un grande uomo nero che di tanto in tanto si materializza – anche se la materia resta quella elusiva dei fantasmi e della paura che li crea – e se li porta via. L’infermiera Julia, una giovane donna rimasta precocemente vedova con un figlio, sembra tra le poche che abbiano ancora voglia di lottare contro quelle ombre, di impedire altre sparizioni, altre sofferenze. Non vado oltre, perché il film riserva sorprese non banali, e per niente telefonate. Per la precisione, sono due i twist ch clamorosamente rovesciano Cold Rock una volta, e poi una seconda volta, ridefinendo la nostra lettura degli avvenimenti e obbligando il nostro sguardo a ricontemplare e riconsiderare protagonista e caratteri. Si passa dall’horror psicologico a un qualcosa che potremme chiamare socio-horror, dove a fare da forza trinante e travolgente è una delle ossessione di questa contemporaneità che ci tocca vivere, la voglia di un figlio a ogni costo, e la voglia di un figlio su misura, quasi customized. Ecco, I bambini di Cold Rock è un piccolo film, minore e confinato nel genere, che ha però il coraggio di smascherare un sentimento sociale assai diffuso e assai ambiguo che la correttezza politica tende a proteggere, che anzi ha sntificato e totemizzato (dico solo: qualcosa che ha a che fare con il concetto di adozione, di paternità e maternità non più viste come categorie biologiche bensì socioculturali, attinenti non a chi i figli li fa ma a chi li alleva, cura e mantiene). Parecchio interessante. Purtroppo i peccati del film sono molti, a partire dalle incongruenze e dalla gratuità dei colpi di scena. Per dire: com’è possibile che in un villaggio per quanto sperduto e tagliato fuori dal mondo scompaiano in pochi anni diciotto bambini e nessuno si occupi e preoccupi della cosa, non un poliziotto, non un magistrato? Se davvero accadesse, il suddetto villaggio sarebbe costantemente sotto i riflettori dei media globali e vi stazionerebbero in permanenze troupe televisive da ogni dove, dalla Corea come dalla Finlandia e dal Cile. Ecco, voragini di sceneggiatura che impediscono a I bambini di Cold Rock di decollare verso il cinema alto.

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