Recensione. UN GIORNO SPECIALE di Francesca Comencini, un film giovanilista-populista che non esce dallo schematismo

Questa recensione è stata scritta dopo la proiezione del film al Festival di Venezia.

Un giorno speciale, regia di Francesca Comencini. Con Filippo Scicchitano e Giulia Valentini. Italia 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (in concorso per il Leone d’oro).
Breve incontro tra due ragazzi: lei è un’aspirante attrice in attesa di essere ricevuta da un potente onorevole, lui è l’autista che la deve accompagnare. Qualcosa nascerà tra i due, qualcosa succederà, ma poi arriva sera, e i sogni si infrangono. Francesca Comencini gira bene, ma la storia è impiombata da uno schematismo e un ideologismo letale, i personaggi privi di ogni profondità. Voto 5 meno
Terzo e ultimo film italiano del concorso. Se l’anno scorso c’era in gara una Comencini (Cristina), quest’anno ce n’è un’altra (la sorella Francesca). Meglio quest’anno. Francesca C. mostra qui di saper girare con freschezza, con buon ritmo, anche modernamente con mobile camera a mano, sa orchestrare il suo duetto (tutto ruota attorno ai due ragazzi protagnisti, Gina e Marco) con abilità, alternando i registri del drammatico, del patetico, della commedia. La sequenza iniziale, un montaggio rapido di immagini di periferia romana – panoramiche e microdettagli – è bella ed efficace. Famiglia popolar-romana in un interno. Vediamo Gina, aspirante attrice sui diciott’anni, in attesa che la vengano a prendere per portarla da un onorevole in grado di raccomandarla (in Rai? in Mediaset? presso qualche produttore?). L’ambiziosissima mamma intanto la trucca, la veste, la apparecchia da strafiga e un po’, diciamolo, da zoccola, perché insomma quella è la grande occasione e mica bisogna lasciarsela scappare. Arriva il macchinone nero, nuova carrozza di cenerentola, con tanto di chauffeur dell’onorevole, un ragazzotto al suo primo giorno di lavoro di nome Marco, nient’affatto scontento di debuttare nella professione portando in giro un così bel carico. Gelo iniziale tra i due, lei se la tira, lui prova a fare il simpatico ma non sfonda il muro di resistenza di Gina. Intanto l’onorevole fa sapere di essere straoccupato, dunque i due passino pure la giornata come vogliono in attesa che lui possa ricevere. Giro romano, per luoghi canonici (i Fori) e non-luoghi (shopping center, orridi bowlings). Chiaro che tra i due si stabilisce qualcosa, si confidano, lui ha avuto quel posto grazie alla raccomandazione di un prete che la mamma sarta s’è tenuta buono per anni, lei sogna fin da bambina di fare l’attrice, ha studiato recitazione (con quella parlata romanesca? ma come sono le scuole di dizione da quelle parti?), ballo, tutto insomma per sfondare. Sa che quello che l’aspetta è un mondo da lupi e non è così sicura di volerci entrare. Si lasciano andare, fanno qualche cosaccia da ragazzini (rubano un vestito da Alberta Ferretti), si baciano. Poi si fa sera, arriva la convocazione dell’onorevole, lei va nella tana del lupo e immaginate cosa succede. Insomma, mica rivelò chissà che se dico che lei ci va a letto. Ah signora mia, cosa bisogna mai fare al giorno d’oggi per avere quel quarto d’ora e anche qualcosa di più di celebrità. Il film non sarebbe malaccio, se non fosse così intriso di populismo e giovanilismo, una miscela letale. Insomma, i due ragazzi sono dei buoni, dei puri di cuore che la malvagità dei grandi e soprattutto la schifosa politica corrompono e costringono al peggio. Però, sarà anche il caso di dire che a Gina mica puntano la mitraglietta alla tempia perché pratichi sesso orale all’onorevole, se lo fa è anche responsabilità sua, suvvia. Basta con la fola dell’innocente Capuccetto rosso. Francesca Comencini, che ha girato anni fa Carlo Giuliani ragazzo, continua ad applicare il paradigma del sono giovani, sono poveri dunque sono angeli. In Un giorno speciale lo schematismo dell’impianto narrativo e la unidimensionalità dei personaggi, la loro prevedibilità e dimostratività, finiscono con l’uccidere per asfissia anche il buono che pure qua e là trapela. Filippo Scicchitano, il ragazzone di Scialla!, mostra di essere un attore vero, perfettamente inserito nella tradizione degli uomini qualunque romani, da Sordi in giù fino a Montesano e Brignano passando per Manfredi.

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