Recensione: ‘ON THE ROAD’, un polpettone beatnik, l’agiografia di San Jack Kerouac

‘On the Road’ è nei cinema da giovedì 11 ottobre 2012.
Ripubblico la recensione scritta lo scorso 23 maggio a Cannes dopo la presentazione del film al festival.
On the Road (Sulla strada)
, regia di Walter Salles. Con Garrett Hedlund, Sam Riley, Tom Sturridge, Kristen Stewart, Viggo Mortensen, Amy Adams, Kirsten Dunst.
In Concorso per la Palma d’oro. Voto 4
La maggior delusione (finora) di questo Cannes. Un film che arriva troppo tardi, fuori tempo massimo, a illustrarci On the Road, il libro-manifesto della beat generation. Personaggi e trasgressioni che oggi ci sembrano remoti come i racconti di una vecchia zia. Oltretutto messi in scena dal regista Walter Salles (quello dei Diari della motocicletta, abbonato evidentemente alle storie su strada) con la piattezza di una fiction sui santi di Rai Uno.

Finalmente ho trovato un film del concorso da mettere ultimo nella mia personale classifica, dietro a Reality di Matteo Garrone, almeno salviamo l’onore italiano. Ci si aspettava il peggio da questa tardiva, e oltre ogni tempo possibile, versione cinematografica di On the Road, il romanzo assai autobiografico di Jack Kerouac presunto capolavoro della letteratura novecentesca, e il peggio è stato. Presunto capolavoro, perché oggi di tutto quello scorrazzare di qualche invasato strafatto per le strade d’America e pure del Messico ci importa poco, pochissimo, quasi niente, e la cosa ci appare più datata e remota di Ivanhoe o dei Promessi sposi. Ma scusate, perché dovremmo interessarci a un tizio che tra fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta, ossessionato dalla voglia di scrivere il romanzo della vita, si mette a praticare qua e là per l’America modestissime trasgressioncine sempre comunque tra camere, cucine e tinelli di una qualche mamma o zia o parente di un qualche amico? Solo che, piaccia o meno, quel libro, On the Road, ha segnato un’epoca e inaugurato tutto uno stile di vita e una retorica giovanile fatta di sballi, allargamenti della coscienza, rivoluzioni sessuali che negli anni Sessanta-Settanta sarebbero diventati di massa e globali, e pervadono ancora oggi il sentire contemporaneo dell’Occidente. Un libro piccolo, forse mediocre, che però ha incendiato imprevedibilmente la prateria ed è diventato un fondamento della successiva mass-culture. In On the Road Jack Kerouac, che nel libro si dà il nome fittizio di Sal, ci racconta l’epopea (epopea?) di lui giovane studente alla scoperta del mondo e della vita che, seguendo il magnetico, vitalistico, seduttivo amico Dean (nella realtà era Jack Cassidy), fa un po’ di autostop, conosce qualche donna, si ritrova in qualche club jazz, fa qualche lavoro manuale tipo raccolta del cotone (stando nel frattempo con una ragazza). Ma la sua attività principale in fondo è quella di stare attaccato all’amico Dean, da cui è come ipnotizzato e che è il vero motore narrativo della storia. Dean, giovane com’è, ha già una moglie di sedici anni (Marylou: la interpreta Kristen Twilight Stewart!), però fa l’amore con tutte quelle che incontra, molla Marylou per risposarsi con Camille e farci un paio di figli, e intanto tradisce anche lei con tutte le donne, tradendola perfino con la ex Marylou. Il tutto innaffiato di alcol e delle droghe allora emergenti. A fare da comparsa o poco più è Carlo (che sarebbe poi Allen Ginsberg), deciso a scrivere nel giro di un paio d’anni un poema che sconvolgerà il mondo, e un po’ tagliato fuori dal gioco da maschi degli altri essendo omosessuale e infelice perché non trova il compagno giusto (lo troverà, lo troverà). Andando in giro qua e là si arriva pure a casa di Old Bull Lee (ovvero William Burroughs), che in giardino si tiene una cabina orgonica, sicchè per un attimo ho pensato si trattasse di Wilhelm Reich e non riuscivo a capire (vedi Wilhelm Reich e orgone). Che altro? Beh, Dean è davvero un sex addicted, fa l’amore con tutte, fa l’amore a tre, fa l’amore a quattro, condivide la sua Marylou con l’amico Sal (cioè Jack Kerouac), e la scena di straculto è già quella di loro in macchina nudi con lei in mezzo che masturba tutti e due in contemporanea. Cultissima anche la scena dei tre a letto insieme, e pure quella con Steve Buscemi gay che ingaggia come marchettaro il solito Dean pronto a tutto. Ora, questo andare su e giù per l’America non solo è abbastanza poco interessante, ma viene raccontato da Walter Salles e dal suo sceneggiatore in modo alquanto confuso, sicché dopo una mezz’ora ti perdi tra i vari personaggi e incominci a sbuffare. Solo che si va avanti per due ore e venti minuti, e a un certo punto non se ne può più. Al di là dell’apparente, molto apparente tono trasgressivo, tutto è diligentemente e convenzionalmente girato come una fiction sulla vita dei santi di Rai Uno produzione Lux-Bernabei, solo che qui i santi sono quelli della beatnik generation – Jack Kerouac, Nick Cassidy, William Burroughs, Allen Ginsberg – e dunque si mette in scena qualche peccato in più. Ma l’approccio è lo stesso: piattamente agiografico. Non uno scarto, uno scatto, una sorpresa, un’invenzione narrativa o visiva. Walter Salles procede noiosamente di scena in scena alla canonizzazione di Sam Jack Kerouac e amici, e noi non vediamo l’ora che la liturgia finisca.
Updating: Cassidy in realtà si chiamava Neal, non Jack e Nick, come ho erroneamente scritto. Ringrazio il lettore che mi ha segnalato la svista (a mia parziale, solo parziale, discolpa, dico che la recensione l’ho scritta a Cannes nella solita, indescrivibile confusione della sala stampa).

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3 risposte a Recensione: ‘ON THE ROAD’, un polpettone beatnik, l’agiografia di San Jack Kerouac

  1. Giuseppe Sciara scrive:

    Non ho visto il film, dal momento che esce oggi nelle sale, ma ho letto più di una volta “On the Road” oltre che i diari di viaggio di Kerouac. Con tutto il rispetto per Lei che ha sicuramente delle competenze cinematografiche, vorrei esprimere il mio totale disaccordo riguardo al Suo giudizio sul romanzo. Credo anzitutto che per parlarne lo si debba prima leggere, e, da ciò che scrive, non mi sembra che Lei lo abbia fatto (né che si sia molto informato sui personaggi presenti nell’opera: si chiama Neal Cassady, non Jack Cassidy, né Nick Cassidy ed è un personaggio fondamentale per la Beat Generation). Forse sarebbe dunque stato più opportuno parlare soltanto del film e non dell’opera letteraria: è ben altro che uno “scorrazzare di qualche invasato strafatto per le strade d’America e pure del Messico” o un “andare su e giù per l’America” tra sesso, droga e locali jazz. Anzitutto perché bisogna sempre contestualizzare un’opera (e bisogna avere la pazienza di farlo) e calarla nel periodo in cui viene scritta: è un libro che rappresenta tutta una serie di mutamenti sociali e d “richieste” di libertà del dopoguerra. In secondo luogo perché se si misura il valore di un libro soltanto in base alla presunta “sensibilità” o ai presunti “gusti” attuali (che, Le ricordo, non sono per tutti gli stessi), ci perderemmo libri fondamentali e bellissimi, o peggio si perderebbe tutta la profondità di un’evoluzione letteraria e culturale che ha una storia millenaria (del resto il suo stesso giudizio su “Ivanhoe” e sui “Promessi Sposi” la dice lunga). Per il resto, le auguro buon lavoro.

    • luigilocatelli scrive:

      la ringrazio per il tono civile della sua critica (non capita spesso, purtroppo), e anche per come l’ha motivata. Grazie anche di avermi segnalato il corretto nome di Cassidy. Per il resto, continuo a pensare che l’epopea strafattistica e trasgressiva di Kerouac sia oggi lontanissima da noi e molto, molto invecchiata. Parere personale, ovvio.

  2. Flash Blesst scrive:

    Ha senso recensire un film di cui si sopporta già male (leggasi si odia) il libro da cui è tratto? Siamo esseri umani, ed è ovvio che qualcosa ci piace e qualcosa no, magari senza motivo, ma se una cosa non ci piace apertamente tanto vale lasciarla perdere ed evitare di gettarci fango tanto per fare, no?
    Ho letto il libro (la versione originale, quella trascritta direttamente dal rotolo, con tanto di errori e parti mancanti del testo) e visto il film, proprio ieri. Nessuno dei due mi ha rapito, se non proprio alla fine, in entrambi i casi. Ma una cosa mi ha colpito, in sala (diciamo piena per poco meno di metà): un silenzio totale, di persone pienamente rapite dalla pellicola, anche durante i titoli di coda. Qualcosa significherà no?

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