Recensione: ‘TUTTI I SANTI GIORNI’ di Paolo Virzì oscilla tra due film diversi senza mai decidersi

Tutti i santi giorni, regia di Paolo Virzì. Con Luca Marinelli, Thony (Federica Victoria Caiozzo), Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Frank Crudele, Benedetta Barzini. Nei cinema da giovedì 11 ottobre 2012. Voto 5 e mezzo

I due protagonisti, Thony e Luca Marinelli

Parte come romantic comedy, con un lui occhialuto e studiosissimo e una lei mattoide e carnale. Poi però svolta sul dramma del ‘vogliamo tanto un figlio e non riusciamo ad averlo’. Con pellegrinaggi da uno specialista all’altro, fino al tentativo della fecondazione assistita tra provette ed esami. Due storie diverse, due registri diversi e assolutamente incompatibili, che finiscono con l’entrare in collisione e sabotare il film.
Stavolta Paolo Virzì punta alla piccola storia di gente più o meno qualunque, ci racconta di una coppia tra il proletario e la middle class scavando nella minuta quotidianità, i gesti, i riti che si ripetono ogni giorno (tutti i santi giorni), il lavoro, l’amore tra le lenzuola e fuori. Lo fa scegliendo attori poco noti. Lui, Luca Marinelli, l’abbiamo già visto in La solitudine dei numeri primi e L’ultimo terrestre di Gipi, lei, Thony, è al suo esordio al cinema, con una sua carriera e un suo status come cantante di ballate di una qualche ambizione internazionale. Per un po’ si ha l’impressione di trovarci di fronte a uno di quegli apparentemente fragili, in realtà solidissimi e molto strutturati, film anni Cinquanta che raccontavano della cosiddetta (allora) povera gente, o di poveri amanti, e spesso le due categorie coincidevano, pellicole che portavano la firma di Luciano Emmer, Pratolini-Lizzani, perfino Anton Giulio Majano prima che diventasse il re del telesceneggiato più popolare. Naturalmente il popolo di allora, la povera gente di allora si è transustanziata adesso in quell’indifferenziato ed esteso ceto medio con tendenza più al declassamento sociale che all’ascesa, ceto in cui i due protagonisti virziani rientrano a pieno titolo. Due che un lavoro ce l’hanno e però sentono sul collo il fiato della precarietà. Il regista la butta (anche) sulla romantic comedy ma sempre in versione molto italica, anzi romana (del resto, si dice sempre che lui sia l’unico erede della commedia all’italiana, ed è abbastanza vero), ripercorrendo quello speciale sottogenere della rom-com che è lo scontro-incontro di due caratteri opposti e apparentemente incompatibili, che in realtà tra baruffe e litigi e aggiustamenti continui riescono a convivere in fragile eppure duraturo equilibrio. Luca, toscano della Val d’Orcia, è laureato in lingue antiche e specialista di protomartiri cristiani (o martiri protocristiani? o martiri paleocristiani?), anche se lavora come portiere di notte in un albergo internèscional di Roma, impiego assai al di sotto delle sue competenze ma di cui è soddisfattissimo perché nelle lunghe notti al bancone della reception può abbandonarsi a studi, divagazioni e fantasie, e poi non è un competitivo, non è un lottatore della vita, tant’è che ha rinunciato a una ghiotta occasione offertagli da un’università americana per starsene quieto nella sua nicchia ecologica. Un tipo umano e antropologico apparentemente inattuale, votato a studi elitari e raffinati che nulla c’entrano con il frastuono e la volgarità narcisa dell’oggi. Non si sa come, non si sa perché (ma a poco a poco lo scopriremo), si è messo con Antonia, di mestiere impiegata in un autogarage, ma cantante e compositrice di canzoni belle seppure di scarso appeal sul pubblico. Ora, la contrapposizione, lo scontro di caratteri sarebbe tra lui intellettuale e lei carnalmente plebea, anche coatta, ma sta qui il primo intoppo, il primo malfunzionamento (e ne seguiranno altri) del film. Antonia non sarà un’esperta di lingue antiche, non avrà alle spalle dottorati di ricerca e master, ma non è mica una sciampista, canta e scrive (in inglese!) dei pezzi piuttosto sofisticati, neanche per un momento è credibile come popolana, come antiGuido insomma. Con la conseguenza che la dinamica degli opposti su cui questa rom-com dovrebbe reggersi si inceppa subito (sì, la si butta su altre opposizioni: timido vs. estroversa, tipino ordinato vs. tipa mattoide, ma non basta). Anche perchè, diciamolo, lui è un esemplare sociale abbastanza inattendibile, di quelli che esistono solo in certi film italiani, ma che mai e poi mai incontri nella vita. Un’invenzione narrativa. Alzi la mano chi conosce uno vagamante somigliante al Luca Marinelli di Tutti i santi giorni: io no. Così, nonostante il grandissimo mestiere di Paolo Virzì e la sua indubbia abilità di dialoghista, e nella definizione dei personaggi e nel racconto, questo film che vorrebbe essere quasi cronachistico nella sua pretesa di totale adesione al reale risulta finto, artificioso. Poi, certo, Virzì sa coprire smagliature e slabbrature, sa come intrattenerci e divertirci, ed ecco gli irresistibili macchiettoni del cliente giapponee gay che fa le avance a Guido, dei vicini di casa quelli sì coattissimi, e del papà e la mamma siculi di Antonia (che poi, perché lei li maltratta a quel modo? mica se lo meritano, brave persone come sono: un accanimento che rende Antonia isterica ed odiosa, ed è anche questo un limite del film). Ma il problema vero di Tutti i santi giorni è un altro. È che in realtà contiene due film diversi che non solo non vanno mai insieme, non si incastrano mai, ma anzi si contraddicono e si sabotano a vicenda. Ecco, poteva essere una rom-com come lo è difatti nei suoi primi quaranta minuti, invece malauguratamente la storia della coppia Guido-Antonia (tratta non so quanto fedelmente dal romanzo La generazione di Simone Lenzi, Dalai editore) a un certo punto svolta sullo psico-dramma, anche piuttosto pesante, anche greve, buttandosi a corpo morto nel tormentoso problema della sterilità, del desiderare un figlio sena riuscire ad averlo. Quello che ci sembrava solo un film di normale cazzeggio lui-lei si impiomba sulla voglia di Antonia di restare incinta che diventa subito ossessione, visto che non c’è niente da fare, non ci resta incinta, e allora prima si va in pellegrinaggio da un ginecologo tradizionalista-cattolico, poi da una ginecologa laica (e, dico io, insopportabile nei suoi modi spicci di trattare serissime e delicate faccende altrui) che ovviamente consiglia quella che adesso si dice fecondazione assistita e un tempo si chiamava più brutalmente e meno eufemisticamente fecondazione in provetta. Tutto un tristissimo calvario di visite anche brutali e invereconde, bombardamenti ormonali per aumentare la produzione di ovociti, il fare l’amore che si riduce a calcolo ossessivo dei picchi di fecondità, a contabilità ovulistico-spermatica, e poi lui in bagno a farsi le seghe per poter consegnare in tempi rapidi il seme fresco della fecondazione. Ora, Virzì la butta qua e là in commedia, ci strappa pure qualche risata con la corsa dei segaioli aspiranti padri per la migliore postazione raccoglisperma, ma non ce n’è, la voglia di un figlio ad ogni costo e i passaggi della fecondazione assistita sono temi drammatici, drammaticissimi, duri, pesanti come piombo, e deviano tutto il film su un registro assai diverso dalla commedia e con quella incompatibile. Che poi, se si voleva raccontare di una giovane di coppia alle prese con la voglia di un figlio a ogni costo perché non dedicare il film solo a quello? Perché mescolarlo alla rom-com? Tutta la parte finale, con il tentativo disperato degli autori di riacchiappare il filo della leggerezza perduta come se il dramma della provetta cui abbiamo assistito non fosse mai avvenuto, suona inautenticamente consolatoria e drammaturgicamente incerta e irrisolta. Si sarebbe dovuto a quel punto incidere con più rigore e porsi la domanda di come una coppia possa sopravvivere all’impossibilità di un figlio quando lo si è così desiderato, e quanto dolorosamente, a che prezzo. Come già era accaduto in La prima cosa bella, Virzì anche qui non riesce ad essere davvero impietoso ed amaro, e quando il dramma affiora si rifugia nel sentimentale. Ma purtroppo non funziona, non può funzionare. Citazione per Benedetta Barzini, mitologica top model anni Sessanta (ma top per davvero), che qui è la scicchissima e racé madre di Guido.

Sul set con il regista Paolo Virzì

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