Il doppiaggio come barbarie. Il caso ‘BLUE’ di Derek Jarman

Oggi all’Oberdan di Milano ho visto per la prima volta Blue, il film testamentario di Derek Jarman, l’ultimo della sua vita, girato nel 1993 mentre era già debilitato dall’Aids e uscito quattro mesi prima della sua morte. Come qualcuno ricorderà, è anche un esperimento estremo di cinema, 80 minuti di blu, un solo fotogramma blu immobile a riempire il grande schermo, mentre una partitura di voci e suoni scende sullo spettatore. Effetto ipnotico e di massima concentrazione sulle parole: un flusso verbale (anche musicale) in cui si alternano più voci, quelle di tre attori cari al regista – John Quentin, Nigel Terry, Tilda Swinton – svarianti tra squarci poetici e visionari, citazioni, digressioni narrative sul tema del blu, e quella dello stesso Jarman che racconta della propria malattia, della morte ineludibile, degli amici che già se ne sono andati. Ora, vi pare sensato che tutte queste voci siano state doppiate? Compresa quella di Jarman, deturpando irrimediabilmente l’opera e il suo senso, virandola verso una fictionalizzazione inammissibile. Uno scempio, non mi viene in mente altra parola. Si dirà: ma il pubblico italiano non accetta i sottotitoli, non li accetta adesso, figuriamoci vent’anni fa. Obietto: Blue non era un colossal a effetti speciali, era, ed è, un film di nicchia inevitabilmente destinato a un pubblico di minoranza, un pubblico perfettamente informato su quanto sta per vedere nel momento in cui stacca il boglietto, che sa cosa lo aspetta e non ha bisogni di aiutini e doppiatori badanti e più che disposto a sobbarcarsi la (minima) fatica di leggersi i sottotitoli. L’unica possibile attenuante per chi ha preso a suo tempo la barbara decisione è che i sottotitoli avrebbero deturpato l’assoluta monocromia blu dello schermo, vale a dire la scelta estetica e stilistica che connota il film. Sempre meglio però di Jarman doppiato.

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