Recensione: ‘TAKEN, LA VENDETTA’ sfonda al box-office globale, anche se somiglia a tanti action già visti (o forse proprio per questo)

Taken, la vendetta (Taken 2), regia di Olivier Megaton. Sceneggiatura di Luc Besson, Robert Mark Kamen. Con Liam Neeson, Maggie Grace, Famke Janssen, Rade Sherbedgia, Luke Grimes, Leland Orser, Jon Gries, D.B. Sweeney, Kevork Malikyan, Alain Figlarz, Ali Yildirim, Ergun Kuyucu.
Uscito poco più di una settimana fa, tra America e resto del mondo ha già incassato la pazzesca cifra di 140 milioni di dollari. Eppure non sembrerebbe niente di speciale, questo action simil-americano prodotto dal francese Luc Besson: girato professionalmente, però lontano dalla ricchezza di mezzi dei vari Bourne. E Liam Neeson non è, non è mai stato, una superstar. Insomma, un B-movie. Prevedibile anche la storia, quella di un eroe (stanco) alle prese con un branco di malfattori balcanici che cercano di portargli via moglie e figlia. Allora, come si spiega un simile trionfo popolare? Voto 6
Uscito l’altra settimana in America, ha portato in cassa in pochi giorni l’incredibile cifra di 67 milioni di dollari, che se non è record poco ci manca. Intanto nel resto del mondo ne ha tirati su altri 75, con picchi impressionanti in Australia e Francia. Allora questo Taken 2 sarà meglio non liquidarlo con la solita snobberia e aria aristocraticamente schifata e sopracciglio alzato come usa fare invece gran parte della nostra solita critica istituzionale, che se appena un film fuoriesce dai recinti e dai canoni dell’autorialità e del bon-chic bon-genre le scatta subito il riflesso pavloviano di buttarlo nel cestino (anzi, nel cesso). Sarà meglio magari chiedersi come possano accadere certi trionfi popolari al box office e smetterla di scandalizzarsi e fare le beghine. Però lo ammetto: anche mettendoci il massimo della buona volontà, anche astenendosi dal pregiudizio, si fa fatica a capire, perché a tratti Taken 2 è proprio un filmaccio ed è dura sopportarlo. Un action classico, così classico che dopo dieci minuti hai già capito tutto l’andamento successivo e cosa ti aspetta scena dopo scena, e pure il finale se è per questo. Un uomo solo contro tutti, cazzotti e bim-bum-bam e adrelina in sovradosaggio, fluviali scorrimenti di sangue e avanti così col pilota automatico innestato senza troppi pensieri in fase di sceneggiatura. Dietro all’operazione, come già nel primo Taken (successone international pure quello, anche se questa volta si andrà molto oltre alla conta finale dei quattrini), ci sta, sarà il caso di ricordarlo, il signor Luc Besson, autore-produttore che dalla Francia ogni tanto prova a sfidare Hollywood con prodottoni simil-americani che puntano dritto al cuore e alla pancia dello spettatore globale, e il bello è che ci riesce. Certo della difference française, della famosa eccezione culturale, in certi suoi film, come questo Taken e il predecessore, sembra non essere rimasto niente, si parla inglese, l’inglese indifferenziato della comunicazione planetaria, e linguaggio filmico e messinscena sono (perfettamente) ricalcati sui modelli Usa. Operazione di mimesi quasi diabolica e assai riuscita, e dunque chapeau, Monsieur Besson, magari ci fosse in Italia uno come lei capace di metter su imprese filmiche di questo livello e di incamerare tanti soldi everywhere. Solo che, a guardarlo un po’ più da vicino, questo Taken, la vendetta rivela irrimediabilmente le stigmate del B-movie, il suo wannabe-ismo, l’essere lontano pur prendendoli a modello dai veri action della massima serie della major, intendo cose come la serie Bourne o Mission: Impossible 4. Qui nel Besson-movie (nel senso che è lui il vero autore del tutto, anche se la regia è firmata da uno della sua factory, Olivier Megaton, un nome che starebbe bene al villain di uno 007) il cast non è proprio di alta gamma, Liam Neeson non è mai stato realmente una star, quanto a Famke Janssen (è la moglie del protagonista), beh, insomma. Le location poi sono due di numero, prima un qualche sobborgo dalle parti di Los Angeles e poi Istanbul, ed è tutto per evidenti motivi di budget tirato: mica come un qualsiasi Bourne che ti porta in giro per il mondo tra ghiacci artici, Usa, India, Berlino e così via che neanche la Lonely Planet. Quanto al plot, siamo alla semplificazione del buono-contro-cattivi di certi (adorabilmente) action minori e seriali alla Van Damme o Dolph Lundgren. Dunque: ritroviamo dopo il primo Taken l’ex agente Cia Bryan Mills, in apparenza un californiano tranquillo, in realtà sempre pronto a farsi ingaggiare qua e là per il pianeta ove ci sia bisogno del suo mestieraccio e del suo uso di mondo e della violenza. Se nel primo e fondativo episodio faceva scempio di un branco di balcanici specializzati in quella che una volta si chiamava la tratta delle bianche che gli aveva rapito la figliola per avviarla ai peggiori bordelli, qui se la deve vedere con il padre (albanese) di uno di quei trafficanti da lui ammazzati. Padre in cerca di vendetta, secondo la legge clanica albanese del Kanun. Quando Mills va a Istanbul a organizzare la security di un riccastro del Golfo e incautamente si porta dietro quali turiste la moglie e la suddetta figliola, incominciano i casini (lo avevamo capito subito, da quando aveva detto alla moglie separata e alla rampolla: vi ho comprato i bigietti). I perfidi albanesi rapiscono lui e la moglie, mentre la figlia miracolosamente sfugge alla cattura. Sarà lei a liberarare papà, e il resto lo potete intuire. Ora, un plot che più banalizzato e prevedibile non potrebbe essere, con anche qualche vistosa smagliatura nello script: com’è possibile che da prigioniero del clan Mills riesca a usare il cellulare e dare istruzioni alla figlia? E quella mappa che lui mentalmente memorizza quando, incappucciato, lo portano in macchina al postaccio in cui lo terranno rinchiuso (“tre secondi… svolta a destra… sento il rumore del mare” ecc. ecc.), sembra uscire da un Topolino e i cattivi rapitori balcanici, roba da ridere. Non bastasse, Liam Neeson è visibilmente stanco, abbastanza precocemente invecchiato e provato (certo, gliene sono capitate di ogni nella vita privata negli ultimi anni), non più credibile nella parte del quasi-eroe che salva se stesso, i suoi cari e il mondo. Eppure, nonostante queste evidenti magagne, la gente in tutto il mondo sta correndo al cinema per vedere Taken, la vendetta. Allora? Allora dico che questo film mette in scena qualcosa di archetipico, anche immerso nella biologia della nostra specie, che è: maschio difende la sua donna e la sua progenie in pericolo. Lo fa senza filtri, direttamente e sfacciatamente anche, in una sorta di parabola etologica che ha la trasparenza e la facilità di un racconto orale. Lo fa con brutale efficacia, mirando dritto al bersaglio e senza troppo perdersi in sentieri secondari. Questo film in sè abbastanza mediocre è fatto della sostanza di cui son fatti tanti miti, tante narrazioni che ci accompagnano da sempre, sta lì la sua forza di attrazione, e non è mica così poco. Poi, sicuro, una mano la dà Istanul, sempre una delle città che meglio riescono al cinema, e l’inseguimento sui tetti con vista sulla moschea di Solimano somiglia molto a quella del mitologico Topkapi di Jules Dassin, e chissà se è una citazione voluta dal cinefilo Besson. Postilla: il villain è Rade Sherbedgia, attore serbo già jugoslavo visto di recente anche nel molto premiato Io sono Li di Andrea Segre e nel film di Angelina Jolie sulla Bosnia in guerra (mai arrivato in Italia e dato al festival di Berlino) In the land of blood and honey.

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