L’oral sex e Meryl Streep, Binoche, Soldini. Il cinema alto sdogana quella cosa chiamata p.

Ora, è più di una coincidenza, è una tendenza (orrenda parola, ma è per capirci), un segno dei tempi. Mi riferisco a quella pratica di sesso orale su uomo che gli anglofoni chiamano blow job, che in italiano suona alquanto più triviale, ma insomma bisognerà pur nominarla: pompino. Che c’entra con il cinema? che c’entra con quanto sono solito scrivere su questo blog? Centra, c’entra. Anzi, è proprio il caso di porla come una tendenza del cinema di questi tempi, almeno di questi mesi e giorni. Certo, sullo schermo il p. lo si è sempre fatto e visto, soprattutto a partire dagli anni Settanta, però confinato nel ghetto del porno o nelle raunchy comedies americano-goliardiche, mentre al massimo veniva alluso nel cinema chiamiamolo di serie A, quello degli attori da Oscar, dei registi da festival, da posizione alta nel ranking. Adesso c’è lo sfondamento, lo sdoganamento, e la pratica p. trionfa. Ho visto ieri il nuovo film di Silvio Soldini Il comandante e la cicogna, da giovedì 18 nei cinema, e la cosa ci fa la sua bella parte, svolge un ruolo narrativo importante in una delle sottotrame, quella che riguarda l’inguaiato padre Valerio Mastandrea (tutta la nostra solidarietà) alle prese con un figlio che parla con le cicogne e una figlia di anni sedici travolta da uno scandaletto sessuale. Cioè, un blow job da lei praticato a un moroso di turno di nome Vito e da costui videato con cellulare e poi riversato per vendetta sulla rete, con gran godimento dei coetanei e sputtanamento della poveretta. Quando poi il padre si lamenta con la moglie Claudia Gerini (che c’è e non c’è, diciamo che è assente giustificata, vedendo il film capirete), lei sbotta per sdrammatizzare in un “ma anch’io a sedici anni ti ho fatto un pompino!”. Risate in sala, anche tra i signori giornalisti e critici. Scena rimasta nel trailer, dunque considerata centrale ed esplicativa del film. Ora, ci rendiamo conto? Soldini, il più nordico-svizzero dei nostri registi, uno che ha fatto la scuola di cinema in Germania e si è nutrito di Wenders? È in buona compagnia, però. Il 18 ottobre esce anche Il matrimonio che vorrei, con una Meryl Streep che cerca di ridestare gli spenti desideri erotici di un marito (Tommy Lee Jones) ormai sprofondato da anni e anni nell’inappetenza sessuale e che non la sfiora nemmeno più. Riesce a trascinarlo controvoglia da un sessuologo terapeuta di coppia il quale consiglia degli esercizi chiamiamoli così di riscaldamento: sfioratevi, toccatevi, abbracciatevi. Indi si passa a fasi più calde: sperimentate una vostra fantasia erotica cui non avete mai dato corso. E Meryl Streep che fa? Dico, una che ha vinto tre-Oscar-tre, che è giustamente considerata la più grande in circolazione, una cui tutte le ragazze che intraprendono il mestiere d’attrice guardano come a un modello, un esempio, un faro. Bene, la signora Meryl Streep (o meglio, il suo personaggio), 60 e più gloriosi anni, si trascina il marito Tommy Lee Jones in un cinema e tra un popcorn e l’altro gli apre la patta e via col blow job. Chi se l’aspettava da Meryl? A questo punto lo sdoganamento della pratica nel cinema alto è completato. La strada l’aveva aperta Juliette Binoche, che di Oscar ne ha vinto ‘solo’ uno (best supporting actress per Il paziente inglese) e però con un impressionante pedigree di attrice alto-autoriale (Carax, Haneke, Kieslowski, Kiarostami). Bene, pure lei aveva, se non scioccato, almeno sconcertato le platee del festival di Berlino lo scorso febbraio in Elles, dove a un certo punto si lanciava a tradimento sull’esterrefatto marito per praticargli un pompino (e mi par di ricordare che si sia ripetuta in Cosmopolis di Cronenberg con Robert Pattinson, se mi sbaglio correggetemi). Ieri sera poi, tra una meditazione e l’altra sulle attuali fortune cinematografiche del blow job, son finito coll’approdare all’Anteo a Milano a vedermi settima e ottava puntata di The Story of Film, fluviale doc in quindici episodi in cui l’inglese Mark Cousins ricostruisce (in modo assai discutibile e con un voice over molesto: ne riparleremo) nientedimeno che la storia del cinema. Ecco, sarà una coincidenza, ma io la considero piuttosto una sincronicità junghiana significativa: parlando dell’altro cinema americano degli anni Sessanta, quello che si ergeva in antitesi a Hollywood, cosa ci tira fuori il signor Cousins nella puntata numero 8? Blow job di Andy Warhol, anno 1964, bianco e nero austero, camera fissa sul primo piano di un giovane uomo che sospira (in assenza di sonoro), ansima, strabuzza gli occhi. Non vediamo altro, non sentiamo nulla, ma il titolo è inequivocabile e la faccia pure. Resta solo il dubbio se a praticare sia una donna o un uomo (viste le abitudini e le passioni dei signori della Factory, probabile la seconda). Così, il cerchio del p. si chiude con il sigillo warholiano. La cosa straordinaria è che quella sequenza ha un che di sacro, di mistico e misterico, e se c’è qualcosa al cinema cui la possiamo visivamente apparentare quello è, sissignori, il primo piano straziato della Falconetti in Giovanna d’Arco di Dreyer. Ecco, si comincia parlando di sesso orale e si finisce nel paradiso del cinema, nel più disadorno e disincarnato dei cineasti, e vorrà pur dire qualcosa.
(Intanto, mi torna in mente anche Antichrist di Lars von Trier, e chissà quant’altro c’è ancora).

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