Film stasera sulle tv gratuite: MESSICO IN FIAMME (sabato 20 ottobre 2012)

Messico in fiamme, la7d, ore 1,10.
Ah, delizia. Coproduzione italo-sovietica del 1981 con partecipazione messicana che voleva essere la risposta al kolossal goscista-hollywoodiano Reds di e con Warren Beatty. Figuriamoci, dal confronto – i due film uscirono lo stesso anno – restò stritolato. Ma non per questo bisogna liquidarlo, questo Messico in fiamme, un titolo che ammicca volutamente e senza vergogna a Lampi sul Messico di Eizenstein. Delizia, dicevo. Perché trattasi di un guilty pleasure come pochi, un esempio perfetto di kitsch pretenziosamente politico-alto, rivoluzionario, invece solo pompier, magniloquente, gonfio di retorica, da gustare golosamente in tutto il suo vorrei ma non posso, in tutto il suo spudorato propagandismo. Mica per niente alla regia c’era Sergej Bondarchuk, regista ufficiale sovietico per non dire artista di regime, uno sempre impegnato a mettere in scena pezzi di storia sovietica e russa, spesso facendo coincidere il nazionalismo, l’esaltazione dell’anima russo-slava, con le magnifiche sorti del comunismo in salsa kremlinesca. Narratore come si amava dire allora robusto, aduso all’epica più facile, però di mestiere sicuro, uno in grado di guidare set con masse sterminate (tanto non le pagavano niente), cavalli, cannoni e quant’altro occorreva allo spettacolo grandioso a uso dei burocrati sovietici e del pubblico addomesticato. Si accorse di lui quel genio di Dino De Laurentiis che gli fece realizzare nei tardi anni Cinquanta il colossale Gurra e pace, uno dei primi esempi di alleanza produttiva tra Occidente e mondo al di là della cortina di ferro, diciamo una Ostpolitik in versione Cinecittà. Sarebbero venute poi altre co-produzioni, come I girasoli e La tenda rossa. Questo Messico in fiamme si inserisce nel solco, ed è un frutto tardivo dei primi anni Ottanta, quando già il regime a Mosca languiva e lasciava intravedere crepe vistose. L’idea è quella di mettere in scena, anzi celebrare la figura di John Reed, il giornalista americano orientato a sinistra che aveva simpatizzato per la Rivoluzione leininista d’ottobre, anzi era corso lì e aveva seguito, se non proprio appoggiato, i bolscevichi, raccontando poi il tutto nel celeberrimo libro-diario Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Che è poi la storia che ci ha mostrato Warren Beatty in Reds (dove lui era Reed, chiaro). Dino De Laurentiis in un’intervista ricordava come avesse proposto lui il progetto a Beatty, proprio con la regia di Bondarchuk, solo che il bellone-divo preferì arrangiarsi da solo (e fece bene). Quanto a Bondarchuk, sarebbe rispuntato in questa coproduzione italo-sovietica divisa in due parti (accomunate dal titolo Campane rosse, e già questo), di cui Messico in fiamme è quella iniziale: ove si narra di John Reed alle prese con la prima rivoluzione della sua vita, quella messicana, la madre di ogni successiva revolucion tropicalista-populista. Attratto com’è da ogni insorgenza popolare, perde la testa per quel mondo in fiamme, mentre in flashback rispunta e rivede la bella e bona Mabel Dodge che cerca di fare di lui uno scrittore borghese di facili successi. Ma la voglia di revolucion vince, ovvio. Lui, culto de’ culti, è Franco Nero dall’occhio più che mai fiammeggiante e sempre zazzeruto, Mabel è Ursula Andress che Morandini definisce “ingiudicabile… vestita da una costumista dissennata”. Goduria. Goduria assoluta. Bondarchuk procederà poi, sempre con il fido Franco Nero come John Reed, alla seconda parte di Campane rosse, naturalmente sulla Rivoluzione russa, naturalmente intitolata Dieci giorni che sconvolsero il mondo.

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