Film-capolavoro di Bertolucci stasera sulle tv gratuite: IL CONFORMISTA (venerdì 26 ottobre 2012)

Il conformista, Rai Storia, ore 21,00.
In my humble opinion, il miglior Bertolucci di sempre insieme a La strategia del ragno e, ovviamente, a Prima della rivoluzione. Il conformista è anche il suo primo successo internazionale, quello che lo fa conoscere in America e gli procura le credenziali, i soldi e la star Marlon Brando per il successivo Ultimo tango a Parigi. Cinematography by Vittorio Storaro, che anche lui incomincia da qui una carriera globale riuscendo a incantare gente come Scorsese e Coppola (che lo ingaggerà per Apocalypse Now), dichiarati estimatori suoi e del film tutto. Opera che influenzerà incredibilmente la Hollywood autoriale degli anni Settanta, come ricorda Mark Cousins nella sua monumentale (e discutibile) The Story of Film, ora in qualche cinema italiano, tra poco in dvd. Storia di ambiguità, di doppi e tripli giochi, di tradimenti, traditi e traditori, di voltafaccia e voltagabbana. Cinema dell’opacità e del non detto, della simulazione e della messinscena. Uno di quei film meravigliosamente aggrovigliati e malati che si potevano fare solo in quel tempo, tra i Sessanta e i maledetti Settanta (Il conformista è dell’anno di passaggio, il 1970), e che oggi nessuno più produrrebbe. Io lo adoro. L’estenuazione e le estetizzazioni bertolucciane qui diventano la forma perfetta per rappresentare una vicenda retrodatata agli anni Trenta del fascismo egemone e trionfante, e  visivamente-figurativamente tutta un omaggio ai divismi di quel tempo e alle sue architetture, in un film che riprende l’equazione tra fascismo-totalitarismo e psicopatologia individual-collettiva, come già nel fondativo e geniale Visconti di La caduta degli dei dell’anno prima. L’omosessualità come debolezza psicogenetica predisponente a ogni possibile nequizia comportamentale, a ogni debolezza, a ogni oscillazione verso il male. Visione per niente politically correct, che oggi farebbe strillare tutto il militantismo gay, ma in grado di generare formidabili intrecci drammaturgici e affascinanti contorsionismi di corpi e menti. Dunque: Marcello Clerici, nome così morbidamente italiano da suonare quasi emblematico, da bambino viene insidiato da uno chauffeur pedofilo (un Pierre Clémenti incredibilmente biondo, viscido e lascivo, e ancora più incredibilmente doppiato con un accento sud-italiano) di cui si libererà solo con il delitto. Una colpa inconfessata che finirà coll’inquinargli la psiche e la vita, e che, secondo la filosofia piuttosto spicciola del romanzo di Alberto Moravia da cui il film è tratto, spingerà Marcello (Jean-Louis Trintignant) a diventare un collaboratore della polizia segreta fascista, in una inconscia voluttà di espiazione, ma anche di riscatto. Il conformismo del titolo è quello di un uomo che non può che stare dalla parte dell’ordine e del potere per emendarsi dai suoi peccati, e per procurarsi uno scudo protettivo contro l’eventuale emersione della colpa commessa. Interpretazione tra il freudiano e il reichiano che è molto in stile Moravia, parecchio discutibile e oggi datatissima, però ottimo motore narrativo. Marcello sposa una stupida ragazza della medioborghesia capitolina (una Stefania Sandrelli nell’interpretazione della vita insieme a quella di Io la conoscevo bene) e utilizza il suo viaggio di nozze a Parigi come copertura di una missione affidatagli dall’Ovra: entrare nell’entourage di un famoso antifascista lì rifugiato, carpirne la fiducia, indi ucciderlo. Vicenda esplicitamente ispirata all’esecuzione in terra di Francia dei dissidenti fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà. Quello che segue è l’immersione della coppia italiana nella Parigi dei rifugiati politici d’alto rango, ma non priva di ombre, un piccolo mondo a parte che ruota intorno alla figura dell’antifascista professor Luca Quadri e della sua scultorea, sessualmente doppia compagna Anna, una Dominique Sanda lesbicheggiante semplicemente monumentale, da storia del cinema. Scena che non si dimentica: il tango nel bistrot con Anna e Giulia, la moglie di Marcello, avvinghiate. Film che sul fascismo, e sulle oscure collusioni che si solidificarono tra gli italiani e l’uomo che si dichiarava loro duce, ha il coraggio di dire e svelare parecchio, al di là e molto di più di ogni retorica resistenziale. La scena finale di Marcello, fascista e lurida spia, che alla caduta del regime si improvvisa antifascista è tra le più atroci rappresentazioni delle doppiezze e scelleratezze del carattere nazionale. Trionfo del grande artigianato cinematografico italiano, vale a dire scenografia (di Ferdinando Scarfiotti) e costumi (Gitt Magrini) come nessuno al mondo. Apparizione di culto di Milly quale mamma di Marcello, diva decaduta e morfinomane. Io lo adoro (sempre che a qualcuno interessi saperlo).

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