Recensione: ‘AMOUR’ di Michael Haneke affronta il tabù di tutti i tabù: il fine-vita, sfiorando il capolavoro

Da giovedì 25 ottobre è nei cinema Amour di Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Ripubblico la recensione che ho scritto il magio scorso subito dopo aver visto il film a Cannes, ovviamente prima che vincesse.

Stavolta Haneke con il suo cinema della minaccia e della crudeltà giunge al limite estremo, e affronta il tema della morte. Lo fa descrivendoci una ultraottantene colpita dalla malattia e dal degrado fisico, e assistita dal devoto marito: fino a un ultimo atto d’amore. D’amore? Gran candidato alla Palma d’oro, comunque. Voto 7 e mezzo
Amour, di Michael Haneke. Con Emmanuelle Riva, Jean Louis Trintignant, Isabelle Huppert.
Presentato in Concorso.
Ti svegli primi della sette, poi esci nel freddo (gli habitués del festival dicono di non ricordare un Cannes così piovoso e malmostoso come clima), arrivi al Palais e ti metti in fila per il film di Haneke: ore 7,45. Aspetti in piedi – maneggiando sull’iPad per fare almeno qualcosa di utile – fino alle 8.30, ora d’inizio della proiezione, e i signori della sicurezza (della securitate: qui ci sono più buttafuori e buttadentro che giornalisti, quasi), dopo averti rassicurato che il posto c’era eccome, bloccano gli ingressi e ti dicono che no, la sala è piena (se avessi tempo racconterei quanto folle e insostenibile sia questo festival, la sua organizzazione-disorganizzazione, la sua castalità, ma passo troppo tempo in fila per poterlo fare). Però, messieurs et mesdames, mica c’è da preoccuparsi, ci sarà una proiezione speciale per quelli rimasti fuori alle ore 9 in un’altra sala. Te l’avessero detto prima. No, te lo dicono adesso che all’altra sala c’è già una fila che arriva alla Croisette, così l’incubo ricomincia: ce la farò a entrare? Alla fine ce l’ho fatta e questo Haneke son riuscito a vederlo: per fortuna, perché signori miei è proprio un gran film. Che prima ti dici, macheppalle un altro Haneke, che tanto la Palma l’ha già vinta e l’avranno messo in concorso giusto perché non gli si può dire di no, e anche stavolta sarà di una pesantezza come nessuno. Poi vedi Amour, e i cattivi pensieri se ne vanno via. Haneke è uno dei più grandi oggi, e anche ieri, non ce n’è. Stavolta non ha nemmeno bisogno di chissà quale espediente narrativo per montare il suo premiato teatro della crudeltà, il suo già classico e riconoscibilissimo cinema della minaccia. Non ne ha bisogno perché la crudeltà, la minaccia, sta tutta nell’oggetto del suo discorso, nel tema che il film affronta: la morte. La morte e basta.
Haneke lo fa entrando nella casa, nella vita e nell’intimità di una vecchia coppia borghese-parigina oltre gli ottanta, di buoni mezzi, ottima cultura, assai ben coltivata, competente e appassionata di musica classica e seguendo il progressivo scivolamento di lei prima nella malattia, poi nell’invalidità, poi nel declino psichico-fisico e nell’annichilimento. Implacabilmente, alla Haneke. Qualcosa di simile a quanto ha fatto la hongkonghese Ann Hui nel suo bellissimo A Simple Life, solo che qui Haneke va oltre e radicalizza, ripulisce da ogni orpello, riduce il racconto alla sua nuda essenza, alla sua nudità.
Chi abbia assistito almeno una volta qualcuno prossimo alla morte ritroverà in questo Amour momenti, passaggi, sofferenze, anche illusorie speranze che ha vissuto, e che evidentemente sono più generali di quanto non pensasse. Anne è colpita prima da un lieve ictus, poi da un altro che le paralizza metà corpo. Sarà il marito Georges ad assisterla, come naturale continuazione ed epilogo del loro amore, della loro lunghissima storia insieme. La macchina da presa registra i gesti, i volti, le cose. Anne che si fa aiutare da Georges a mettersi sulla sedia a rotelle, Anne che trasforma Georges nel suo naturale prolungamento, quasi una protesi. Un rapporto che si fa via via sempre più osmotico, che tende a chiudersi in se stesso. Georges rifiuta fermamente il ricovero di Anne in un hospice, arriva al punto di quasi impedire alla figlia (Isabelle Huppert, in un cameo che lascia il segno e al quale, da attrice hanekiana qual è, non poteva sottrarsi) di vederla (“Ci sono cose in lei ormai che è meglio non vedere, non mostrare”). Il film è partecipe, ma ha anche il rigore del referto clinico, quasi un documentario su come ci si ammala, ci si degrada, si muore quando il nostro corpo è troppo avanti negli anni per potere attuare un qualsiasi recupero. Emmanuelle Riva, anni 85, offre eroicamente e stoicamente se stessa alla macchina da presa, in una sorta di passione laica, di via crucis, di ostensione e offerta di sè che è qualcosa che va oltre la performance attoriale, che è vita, che è morte. Ma è Jean Louis Trintignant, anni 82, a coinvolgerci, anche commuoverci. Dimostrandoci attraverso il suo Georges come l’amore sia qualcosa che può andare fino al limite estremo, letteralmente finchè morte non arrivi a separare. È puro amore, il suo, quando pulisce e rassicura la povera Anne che ha fatto la pipì nel letto e se ne vergogna, quando la nutre e la imbocca come un bambino, è amore quando – lei ormai persa nel delirio – cerca di farla parlare, di far riemergere qualche suo lontano ricordo, quando le fa cantare filastrocche infantili perché non precipiti nel silenzio. È amore anche quando, esasperato, la prende a schiaffi, in un’improvvisa irruzione-eruzione di violenza tipicamente hanekiana (e viene in mente lo sputo in faccia a Juliette Binoche in Storie). (attenzione, da qui in avanti spoiler). Haneke, che Amore ha titolato il suo film, ci suggerisce, credo, che amore è anche quello che Georges decide di attuare nella fase ultima per porre termine al calvario di Anne, per non farla più soffrire, per non vederla più così umiliata. Svelando il finale, ma stavolta è proprio necessario, dico che Georges soffoca la moglie con un cuscino, e che questa è la parte che meno mi convince, e quella che a mio parere impedisce ad Amour di assurgere allo status di capolavoro indiscutibile. Sarà che sull’eutanasia, sulla dolce morte, sulla morte indotta o assistita – chiamatela come volete – io non riesco ad avere opinioni così nette e incontrovertibili come molti, e trovo che questa scena, questa scelta di Haneke, trasforma uno straordinario e libero film sulla pietà, sul disfacimento della carne, in un proclama, in un film a tesi con messaggio incorporato., L’amore, sembra dirci il gran regista austriaco, è anche avere il coraggio di non far soffrire più i tuoi cari, di sottrarli al destino più avvilente. Spiacente, Herr Haneke, ma non riesco ad essere d’accordo, non ce la faccio proprio. Francamente, non ho neppure ben capito tutta la parte finale, credo tenuta volutamente ambigua dal regista. Ma anche questa cautela, questa circospezione, questa non chiarezza nel dirci le cose, è a mio parere un segno di debolezza e un altro limite del film. Si discuterà molto di Amour, e spero non lo si faccia solo nei termini del dibattito eutanasia sì-eutanasia no. Aggiungo che questo film mi conferma in certe riflessioni che mi ero fatto dopo la morte-suicidio di Lucio Magri: non sappiamo accettare la morte come fatto naturale o innaturale, giusto o sommamente ingiusto che sia, ma comunque esterno a noi e non dipendente dalla nostra volontà. In una hybris ormai generalizzata, collettiva,  si fa via via sempre più pervasiva l’idea che anche la morte possiamo, dobbiamo controllarla noi, che dobbiamo essere noi a deciderla. Amour, che pure è un grande film, è purtroppo un altro passo verso questo cambiamento culturale nei confronti della morte, e non è detto che sia un passo avanti.

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