Recensione: LA COLLINA DEI PAPAVERI di Goro Miyazaki è un incanto. Ma è al cinema solo il 6 novembre

La collina dei papaveri, regia di Goro Miyazaki. Realizzazione Studio Ghibli. Nei cinema solo martedì 6 novembre 2012, distribuito da Lucky Red.Un ragazzo e una ragazza si innamorano nel Giappone del 1963, tra rivolte studentesche e complicate storie di famiglia. Del premiato Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, e però stavolta la regia è del figlio Goro. Che non delude, anzi. Un film d’animazione poco fantastico e magico e assai realistico, preciso nel cogliere il passaggio del Giappone alla modernità e all’industrializzazione. Con toni da mélo e una dolcezza, una grazia da musical di Jacques Demy. Se potete, non perdetevelo. Voto 7+
Occhio, chi volesse vedere in sala questo animato made in Japan del premiato e mitologico Studio Ghibli, insomma della Miyazaki Factory, si affretti, perché La collina dei papaveri verrà dato nei cinema solo domani 6 novembre. Per sapere dove, consultate i giornali e i siti della vostra città, oppure controllate su www.luckyred.it/lacollina dei papaveri. Immagino che poi il film verrà distribuito in dvd o blu-ray: immagino, perché sulla pagina Lucky Red non vedo informazioni al riguardo. Ma insomma, vale la pena correre al cinema? Correre magari proprio no, ma di sicuro la spesa del biglietto La colllina dei papaveri la vale tutta. Sgombriamo subito il campo da un equivoco che ha colpito anche giornalisti e altri addetti ai lavori intervenuti all’anteprima stampa qualche giorno fa: questo non è un film del leggendario, grandissimo maestro Hayao Miyazaki, ma del figlio Goro, quarant’anni e passa, arrivato con La collina dei papaveri al secondo lungometraggio. Però il rampollo di tanto padre se la cava assai bene, firma un’opera degna, bella e anche commovente, non è insomma il raccomandato stalentato che si fa largo grazie al nome illustre. Certo, il grande vecchio di Il castello errante di Howl sovrintende all’operazione co-firmando la sceneggiatura e realizzando il tutto attraverso il suo glorioso Studio Ghibli. Però non aspettatevi una stora fantastico-magico-surreale alla Miyazaki senior, il signor Goro M. non segue pedissequamente papà e ha una personalità di suo e si vede, mica scopiazza stili e maniere di casa, no, elabora, innova, inventa. La storia raccontata è una tranche de vie nipponica dei primi anni Sessanta, di quel Giappone che si andava velocemente industrializzando e modernizzando, e anche arricchendo, sospeso tra la nostalgia della tradizione e i richiami dell’occidentalizzazione a tappe forzate nei consumi e nei modi produttivi. Anche il segno grafico si discosta da quello di Miyazaki padre, meno favolistico e strabordante di invenzioni visive, più realistico, maniacalmante curato nei dettagli e capace di restituire un mondo, un’epoca, un passaggio storico (c’è un interno con alle pareti le copertine di riviste dell’epoca, e si rimane sbalorditi dalla precisione e dalla ricchezza dei particolari). Devo dire che mi ha sorpreso per la sua qualità elevata e la capacità di mostrare in chiave di racconto popolare temi alti e pure complessi, anche se mescolati al feuilleton e al melodramma.
Tratto da un manga degli anni Ottanta (i manga sono la forma narrativa dominante in Giappone da parecchi decenni in qua, una forma ormai così perfezionata e sofisticata da essere in grado di restituire e rappresentare ogni aspetto della vita del paese, del suo passato e del suo presente, oltre che i territori più estremi del fantastico), La collina dei papapaveri mette in scena una quieta, pudica ma non per questo meno incandescente storia d’amore tra due adolescenti nel 1963, nella maggiore città-porto del paese, Yokohama. Umi è una ragazza che ha perso il padre marinaio nella guerra di Corea, che ancora vive nel ricordo e nel mito di quel padre amatissimo, e che si deve dividere tra gli impegni di scuola e il lavoro nella casa, trasformata in pensione per giovani donne sotto la guida della nonna. C’è bisogno di quei soldi guadagnati affittando camere, la madre, ricercatrice universitaria, è lontana, in America, e la bella casa dell’epoca Meiji – l’era del secondo Ottocento il cui il Paese si aprì all’Occidente e ai suoi costumi – è costosa, bisognosa di continue manutenzioni e piccoli investimenti. Umi è diligente, assennata, una ragazzina ammodo e perfetta, è semmai la sorella minore il lato frivolo della famiglia. Insieme fanno conoscenza dei ragazzi universitari che con le loro associazioni alloggiano nell’edificio detto Quartier Latin, anche quello dell’epoca Meiji, ma in piena decadenza, polveroso e corroso dal tempo, edificio che gli amministratori dell’università vogliono cedere a uno speculatore edilizio pronto a raderlo al suolo per costruirci sopra nuovi insediamenti. Loro si oppongono, ciclostilano un giornalino quotidiano che dà voce alla resistenza anti-abbattimento (Dio mio, un ciclostile, e in un film d’animazione giapponese), ed è lì, al Quartier Latin, che Umi conosce Kazama, uno dei leader della rivolta. Sarà subito amore, ma sorgeranno complicazioni tostissime quando verrà a galla che i due potrebbero essere in realtà fratello e sorella. Non sto a dirvi ovviamente cosa succede da quel momento in poi. Dico solo che il film è un incanto, lieve nel raccontare dei due ragazzi e sagace nel cogliere il passaggio del Giappone alla modernità, anche se venato da una political correctness qua e là un filo stucchevole (tutto quel prendersela con l’inquinamento, l’industrialismo, il traffico ecc.). Goro Miyazaki disegna con esattezza ma anche tenerezza la vita di Yokohama in un momento in cui tutto cambiò, e sembra di vedere certa Italia che proprio nello stesso periodo, negli stessi anni, visse un boom economico molto simile e si inoltrò in una modernizzazione vista da Pasolini quale perdita della propria anima. I dettagli grafici e visivi sono di precisione sbalorditiva. Gli interni del Quartier Latin (un nome che già svela la fascinazione di certa cultura europea degli anni Cinquanta su quel Giappone), con quelle pile di libri, i vecchi lampadari, le balaustre, lo charme di un’altra era, sono restituiti in ogni dettaglio. Yokohama, città d’acqua, di colline, di strade a precipizio, ci è mostrata attraverso panoramiche e particolari, e bellissime sono le discese in bicicletta in vie che ancora costeggiano giardini quieti e case mimetizzate tra fiori e verde. La collina dei papaveri, con la sua messinscena di una lotta studentesca, sembra prendere toni e posizioni diciamo così leftist e barricadiere, ma se osservi meglio vedi che studenti e studentesse indossano tutti la loro linda divisa, che la disciplina è assoluta e a tratti marziale anche tra i contestatori, e tutti si muovono con l’ordine e la precisione di una manovra militare o di una parata, ed è uno degli elementi che rendono strambo, contraddittorio e non banale, dunque fascinoso, questo film. Sono una meraviglia i numeri musicali, collettivi, individuali, a coppie, con canzoni della tradizione (almeno così suppongo) e canzoni pop di quel tempo che fanno di La collina dei papaveri anche un musical. Alcune scene tra Umi e Kazama, e quella lunga sequenza di loro due sotto l’ombrello colorato, ricordano la levità e la grazia infinita di Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy, un film forse (forse) consapevolmente citato da Goro Miyazaki, anche perché – altra analogia – pure qui ci troviamo in una città portuale, in una città d’acqua. Yokohama è la Cherbourg (e anche la Rochefort) di Goro Miyazaki. Si sente molto il più famoso popsong giapponese di quegli anni, Sukiyaki, di Kyu Sakamoto (eccolo su Youtube). Da noi incredibilmente lo cantò Claudio Villa (ed ecco anche qui il video su Youtube).

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