Film stasera sulle tv gratuite: LA CONTESSA DI HONG KONG di Charlie Chaplin (martedì 13 novembre 2012)

La contessa di Hong Kong, Iris, ore 22,45.
L’ultimo film di Charlie Chaplin, anno 1967, e il suo primo a colori. Film terminale, catacombale, sepolcrale, testamentario. Film di ombre travestito da commedia. Film fuori tempo massimo, di un cinema sopravvissuto a se stesso. Un fossile che finge di essere contemporaneo. Strinse il cuore, allora, a vederlo. Chaplin, in anni in cui tutto veniva rivoltato, compreso il cinema, le sue forme, i suoi linguaggi (dice niente la Nouvelle Vague?), mandava in sala questo strano oggetto inattuale fino alla decrepitezza, questo alieno rugoso che sembrava piombare da una lontana era glaciale. Difatti, Chaplin questa storia la voleva girare nel 1930 con Paulette Goddard, poi per problemi economici e non solo, dovette rinunciarvi. Quando la rispolvera quasi quarant’anni più tardi non sembra aver cambiato nulla, tutto è girato secondo le regole di allora, tutto è allora. Camera ultrafissa, mai un accenno di movimento, set che è in realtà palcoscenico teatrale, attori che, chaplinianamente, recitano più con il corpo (o, almeno, così dovrebbero) che attraverso le parole, perché Chaplin lì è rimasto, al cinema muto e non è più cambiato. Solo che a quel tempo a recitare nei suoi film c’era lui, adesso ci sono degli spaesati e fors’anche spauriti Marlon Brando e Sofia Loren, altre generazioni, altri universi, altri approcci al recitare o al non recitare. E lui, Chaplin, compare – vegliardo – solo in un cameo quale cameriere del transatlantico su cui si svolge la vicenda, quasi una presenza fantasmatica. Tutto è ricostruito in studio, anche la Hong Kong dalle luci al neon e dei bassifondi dell’inizio, tutto è finto e artificioso, come si usava nell’era d’oro del sistema Hollywood, quando ancora non si erano fatte le rivoluzione realiste del cinema girato per strada. Che dire? Allora si rimase basiti e imbarazzati di fronte a questo La Contessa di Hoing Kong; oggi, che son passati quasi 45 anni, forse è possibile ridargli un’occhiata e scoprirvi, chissà, qualche fremito vitale e non solo la decrepitezza. Incredibile, improponibile anche la storia. Siamo a Hong Kong, si presume – viste le scenografie e i costumi – negli anni Sessanta. Recita la didscalia iniziale: Hong Kong divenne dopo le due giuerre rifugio di esiliati di ogni tipo. Noi entriamo subito in un bordello per marinai appena travestito da night club e facciamo conoscenza di una contessa russa lì rifugiata e lì costretta a prostituirsi (Loren). Ma Chaplin si sarà reso conto quando ha scritto e girato questa storia che le contesse e le granduchesse russe fuggite da Lenin e dalla rivoluzione nel periodo in cui si svolge il film avrebbero avuto tra i 60 e i 70 anni? No che non se n’è reso conto, anche perché questo è cinema ombelicale e autoriferito, chiuso in se stesso, che rimanda solo al proprio passato. Chaplin è in tutta evidenza fuori dal tempo, dalla Storia, da ogni possibile attualità e contemporaneità, mette in scena solo sogni e fantasmi propri. Ecco quanto succede: un diplomatico americano sta per tornare in patria a bordo di una nave. Dopo uno scalo a Hong Kong, si ritroverà in cabina, nascosta, la suddetta contessa russa réfugée che vuole raggiungere gli Stati Uniti. Nanturalmente non ha documenti, viaggia clandestina. Quando alle Hawaii sale a bordo la moglie del diplomatico (Tippi Hedren, appena sfuggita al ferreo controllo e ai sadismi su di lei esercitati da Hitchcock), le cose si complicheranno alquanto. Ma indovinate come va a finire. I diseredati, i dannati della terra, come sempre in Chaplin, stavolta incarnati e emblematizzati da un contessa russa fuggita a Hong Kong e clandestina su una nave americana. Chissà che cosa racconterebbe oggi che il clandestino è figura centrale della scena sociale e nelle paure collettive d’Occidente. Film coraggiosamente da vedere, nonostante tutto. Fu un tonfo, nonostante Brando-Loren, non poteva essere altrimenti. Sofia in una goffa gag alla Charlot con un panama. A salvare Chaplin, che ci aveva messo i soldi suoi, fu la canzone da lui scritta per il film, This is My Song. Sarebbe diventata, con Petula Clark, un inatteso hit planetario, e con i diritti il regista si rifece delle spese e perfino ci guadagnò.

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