Film stasera su Sky: LE DONNE DEL SESTO PIANO (mercoledì 14 novembre 2012)

Le donne del sesto piano, Sky Passion, ore 23,25.
Ripubblico la recensione scritta dopo l’uscita in sala del film.
Titolo:
Una commedia molto borghese e molto francese di vecchi stereotipi

Ma sì, un film gradevole. Protagonista un brav’uomo (Frabrice Luchini) che nella grigia Francia gollista incontra un gruppo di debordanti domestiche spagnole e se ne fa dolcemente traviare. Un film medio e assai dignitoso, anche brillante, con il limite però di non andare mai oltre il risaputo.
Le donne del 6° piano, di Philippe Le Guay. Con Fabrice Luchini, Carmen Maura, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Dueñas.

Herr Hegel la chiamava dialettica servo-padrone, il signor Marx ne riprese il modello per forgiare la sua teoria della lotta di classe. E’ roba seria, corposa, spessa, e lo è da sempre, ciò che lega, unisce e disunisce il signor padrone e coloro che stanno sotto di lui al suo servizio, roba che scotta, buona per teorie socio-economico-politiche incendiarie e per pratiche altrettanto sovversive, ma buona anche per narrazioni, commedie o tragedie o drammi o romanzi o film che siano. Marivaux, Molière, Goldoni, Mozart/Da Ponte, e poi, più di recente, Genet e, al cinema, Losey/Pinter (l’insuperato Il servo), Altman (Gosford Park) e parecchio altro ancora. Per dire che quando il regista francese Philippe Le Guay ha messo in piedi questo suo Le donne del 6° piano ha attinto a un deposito narrativo smisurato e consolidato, raccontandoci una storia eterna e mille volte già vista. Perché il guaio di Le Guay è che non va oltre gli stereotipi, riproposti certo con ruffianaggine e savoir faire e anche eleganza molto francesi, e ripuliti da una scrittura cinematografica brillante, e però inevitabilmente inerti e mai travalicati, mai oltrepassati, mai davvero ridiscussi e rivitalizzati.
Jean-Louis Joubert è un tranquillo agente di cambio nella Parigi 1962. La tormentosa guerra d’Algeria si è appena chiusa, De Gaulle, all’apice della sua parabola politica, regna sovrano. Jean-Louis è un borghese placidamente conservatore ma non ottuso, legge Le Figaro, se la deve vedere con una moglie assai rigida e perbene ma percorsa da sotterranei bovarismi pronti a esplodere, e due figli odiosi mandati a studiare in un collegio ovviamente di preti. Tutto verrà scompaginato, se non divelto, da qualcosa che non si può prevedere, e il qualcosa sono le signore spagnole che abitano all’ultimo piano del palazzo in cui risiedono i Joubert, e che nel palazzo e dintorni prestano la propria opera di domestiche. Capitanate dalla matura ed esperta (e conservatrice) Concepcion – una Carmen Maura che, partita come musa almodovarian e simbolo della movida post e antifranchista, si ritrova qui e ora a incarnare paradossalmente ma non troppo la tradizione della vecchia Spagna – rappresentano una femminilità più naïve e allegra e meno ingabbiata e frigida di quella della signora Joubert, sono dirompenti, prorompenti, vitali e prevedibilmente di irresistibile simpatia. C’è la cristiana devota a tutte le madonne e i crocefissi trafitti del cupo cattolicesimo iberico-controriformista, c’è la ragazza che sogna di francesizzarsi attraverso il matrimonio con un locale e ci prova prima con un soldatino, poi con maggior successo con un parrucchiere per signora molto perbene e âgé (che farà permanenti e messinpieghe a tariffa ridotta a tutto il gruppo, elevandone il tasso di pariginità e presentabilità), c’è la repubblicana fieramente antifranchista e antiborghese (“quand’ero bambina mi hanno ammazzato padre e madre davanti agli occhi, ecco cos’è stata la guerra civile spagnola”), insomma un microcosmo nenche poi così micro che finisce coll’affascinare e sedurre il buon signor Jean-Louis Joubert. Che con quella spagnolità dell’ultimo piano viene a contatto casualmente (“ma come, abitate sopra le nostre teste e non ci siamo mai visti?”) e se ne fa avvolgere maternamente, fino a innamorarsi di Maria, la giovane nipote di Concepcion appena arrivata dalla Spagna e finita domestica proprio in casa Joubert.
Il film va via piacevole fino alla sua conclusione, meno prevedibile di quanto non si immagini. Solo che ci sembra di averlo già letta e vista, questa storia di un borghese affascinato dall’alterità, dal diverso da sè, e che per conoscere il diverso si allontana man mano dal proprio mondo fino a uscirne e in qualche modo a tradirlo, pagandone il prezzo. C’è abilità e anche una certa grazia, molto parigina, nella scrittura per immagini e del testo. I dialoghi sono articolati con sagacia e finezza, con un mestiere da teatro boulevardier aggiornato alla sensibilità contemporanea. Ma Le donne del 6° piano dà il suo meglio nella descrizione minuta e molto precisa, quasi antropologica, del grigio mondo medioborghese di quei lontani anni gollisti, e, per contrasto, dell’universo ipercolorato delle immigrate dalla Spagna, allora il paese più povero d’Europa ed esportatore di manodopera a basso costo, quando ancora le movide, i pedrialmodovar e gli zapateri neanche erano pensabili. Tutto raccontato da chi, evidentemente, quel mondo l’ha conosciuto bene, e ce lo sa restituire al meglio. Poi c’è Fabrice Luchini, oggi uno dei migliori attori di Francia, perfetto e credibilissimo come borghese piccolo ma non troppo e che qui della borghesia francese ci dà il lato buono e bonario, dopo averci mostrato in Potiche di Ozon quello più retrivo e perfino laido. Sandrine Kiberlain come moglie repressa e bon ton (una che in volgare si direbbe f. stretta) è pure lei assai attendibile (la Kiberlain si dev’essere specializzata nel ruolo, fa la moglie ultraborghese pure in Poliss di Maïwenn LeBesco, interessante noir-polar corale che all’ultimo Cannes s’è portato a casa il Premio della Giuria).
Ingredienti, dunque, ben scelti e miscelati. Un film che sembra fatto apposta per piacere a un pubblico medioborghese metropolitano di età diciamo matura, quello che disdegna i popcorn-movies da multiplex di periferia e adora le sale del centro, e difatti, distribuito dalla Archibald di Vania Traxler Protti, sta funzionando abbastanza bene al box office italico (600mila euro incassati in due settimane, non male per un film di nicchia). Però il cinema vero, quello grande, quello coraggioso, è un’altra cosa. In Le donne del 6° piano non si va mai oltre l’ovvio, basandosi la storia su vecchie e risapute coppie di opposti. Quella servo/padrone in primis, ma anche quella Nord/Sud, ove a incarnare il Nord prospero è stavolta la Francia e il Sud povero del mondo è la Spagna franchista. Naturalmente, come esigono i suddetti stereotipi (non privi va riconosciuto di una qualche verità), al nord e tra i padroni ci sono ordine, noia e repressione dei sensi, al sud e tra servi regnano al contrario il vitalismo, la trasgressione e il piacere. Sicchè il buon signor Joubert scopre la dolcezza di vivere solo dopo essersi buttato alle spalle le sue origini e la sua appartenenza sociale abbandonandosi al disordine e al sovvertimento esistenziale veicolato dalle sue adorate serve spagnole. Solo che su queste consolidate e perfino archetipiche coppie di opposti un altro cinema e altri cineasti hanno costruito racconti potenti e indimenticabili, film come Il servo di Losey scritto da Pinter o i molti melodrammi fassbinderiani che cortocircuitavano i destini di borghesi e piccolo-borghesi europei con quelli di immigrati venuti da altri mondi (La paura mangia l’anima, anche l’episodio autobiografico di Germania in autunno). Qui no, niente di tutto questo. Le donne del 6° piano si astiene da drammi e melodrammi e fila via smussando ogni asperità fino alla sua conclusione, gradevole quanto improbabile. Philippe Le Guay è un buon regista, ma inguaribilmente medio e non è, non sarà mai, Fassbinder.

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