Film stasera su Sky: IMMATURI – IL VIAGGIO, la commedia italiana caruccia del dopo-cinepanettonismo (martedì 20 novembre 2012)

Immaturi, il viaggio, Sky Cinema 1, ore 21,10.
Ripubblico la recensione scritta dopo l’uscita del film nei cinema.
Si lascia vedere, questo sequel di Immaturi, gran successo a sorpresa dell’anno scorso. Torna la compagnia dei quasi-quarantenni, e stavolta in viaggio collettivo su un’isola greca. Film mediamente gradevole, il prodotto giusto per le masse (tutti noi) che non vogliono più la comicità plebea e rozza dei cinepanettoni, ma qualcosa di più fine e garbato. Il prezzo di questo riposizionamento verso l’alto della commedia italiana è che si sorride, ma non si ride davvero quasi mai. Cinema carino, attori carini e bravini. E però quello che sgomenta è che in Immaturi, il viaggio si parli e si tratti solo di amore e faccende private, ossessivamente. Ogni riferimento alla realtà (soldi, lavoro ecc.) è rigorosamente piallato via, come se si volesse eternamente vivere in una bolla artificiale. Se è questa l’Italia di oggi, un paese escapista e abbastanza molle e inetto, c’è da preoccuparsi.
Immaturi, il viaggio
di Paolo Genovese. Con Raoul Bova, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Ambra Angiolini, Anita Caprioli, Barbora Bobulova, Luisa Ranieri, Maurizio Mattioli, Giovanna Ralli, Luca Zingaretti, Lucia Ocone.
Come un beach-movie nostrano tra anni Cinquanta e primissimi Sessanta, metti Vacanze a Ischia o Ferragosto in bikini o Bellezze sulle spiaggia, commedie corali di tipe e tipi italici mossi dalla frenesia amorosa e interpretati da comicaroli, poveri ma belli e belle ma povere, caratteristi gloriosi. Schermaglie sul bagnasciuga e sotto l’ombrellone, finte increspature drammatiche di esistenze medie e volutamente qualunque. Strano, ma certa nuova commedia all’italiana come questo Immaturi 2 che piace e incassa, torna a quei tempi, a quel cinema leggero e fragile, battute e situazioni che si annodano e si sciolgono come ghirigori sulla sabbia. Ancora più strano che si torni a quel cinema saltando la stagione della commedia all’italiana acida e cattiva dei Risi-Monicelli-Scola-Zampa, come se ci fosse bisogno di ridere o almeno sorridere senza sottintesi, senza pensieri. Sì, fa un certo effetto vedere questo Immaturi – il viaggio, con la compagnia di giro e di successo già conosciuta in Immaturi the original, film partito dal niente e senza troppe aspettative e approdato all’incasso di 16 milioni di euro, risultato che ha convinto e quasi costretto Medusa productions e il regista (anche sceneggiatore unico) Paolo Genovese alla inevitabile parte seconda, alla versione 2.0. Tutto è lieve, di superficie e abbastanza carino, anzi caruccio, in questa commedia balneare (mentre la prima era metropolitana), solo che non ci troviamo più come in quei filmetti anni Cinquanta su una qualche spiaggia versiliese o in Costiera, ma a Paros, Cicladi, isola di fighettismo di massa che fa tanto middle class vogliosa di vacanze banali ma che non ne abbiano troppo l’aria.
I ragazzi quarantenni o quasi che si erano ritrovati in Immaturi a dover rifare l’esame di fine liceo e dunque costretti a rivedersi, a una nuova frequentazione dopo anni di lontananza, sono tornati tra noi, tutti insieme in quel viaggio post-esame che allora avevano vagheggiato e mai realizzato, e che si fa adesso finalmente, adesso che sono grandi e navigati abbastanza e già con mogli, mariti, storie nuove, storie infrante alle spalle e figli sulle spalle.
Idea non male, va detto, ottima per prendere le misure su sogni e illusioni e delusioni della sterminata generazione di post-ragazzi 40 meno qualcosa, e per ritrarre l’Italia, la piccola Italia della middle-class di oggi, e ottima anche per mettere in scena un film passerella per i comici seminuovi (o semivecchi, dipende da come li si guarda) venuti dalla tv e attori rampanti desiderosi di un posto al sole più solido nel panorama del nostro spettacolo. Si tratta pure di affermare definitivamente il sorpasso nel gradimento del pubblico e, quel che più conta, al botteghino, sul cinepanettonismo e sul vanzinismo, e anche sul pieraccionismo e carloverdonismo se è per questo. Immaturi 1 e 2, come Benvenuti al Sud o Una bella giornata o Nessuno mi può giudicare, sono il nuovo cinema comico italiano, parente e affine a quello (quelli) che l’ha (l’hanno) preceduto e però con tratti e caratteri che meglio riflettono l’air du temps, ciò che qui e adesso attraversa il corpo sociale e il gusto medio dello spettatore che non vuole più saperne di roba e robaccia troppo plebea. Commedie riadattate e rinnovate per chi si vergogna dei lazzi e del becerume dei vecchi Parenti e Vanzina-movies, ma vuole cosucce più garbate, fini, educate, che non riflettano l’antica anima basso-popolare ma quella relativamente recente della piccola borghesia e della classe media diffusa ed egemone che ha più uso di mondo, parlicchia qualche lingua, usa le tecnologie, ha una qualche media istruzione e non vuole fare brutte figure. Se il cinepanettonismo non funziona più è perché il pubblico di riferimento è cambiato, semplicemente. Tutto sommato, questo Immaturi, il viaggio è, come gli altri suoi film vicini e affini, decente, abastanza ben scritto, abbastanza curato, diverte anche se non fa sghignazzare, ha un bon ton che lo fa gradire alla generazione dei trenta-quarantenni, ma anche alle altre prima e dopo. Lo si guarda volentieri, ci si annoia un po’ (dura quasi due ore, ed è troppo, troppo, troppo), ma non ci si vergogna di aver staccato il biglietto. Allora: c’è il bravo marito con moglie incinta al seguito, il quasi marito con la quasi moglie, c’è il femminiere incallito e bugiardo che inganna e lascia a casa la fidanzata per tenersi libero e aperto a ogni avventura, c’è la single alle prese con un problema serio, c’è quello che si è appena mollato con la sua donna e non riesce mai a metter su una relazione decente, c’è l’eterna ragazza che si lascia a Roma il gentile innamorato per potersi godere la ritrovata amicizia collettiva ma resterà delusa perché il gruppo non si compatta mai e sotto il sole di Paros ognuno cerca per conto proprio la sua minima felicità e fors’anch il suo destino. Alcuni ritratti sono messi a fuoco, altri meno. Tutti gli attori se la cavano, sembrano divertirsi davvero in questa avventura collettiva, l’impressione è che sul set si sia formata una squadra affiatata. Alcuni caratteri riflettono (moderatamente) la contemporaneità, altri ripropongono figure eterne e archetipiche della commedia e commediola all’italiana, il seduttore bugiardo di Luca Bizzarri che rifà in piccolo e in versione depotenziata i Sordi e i Gassman, ma anche i Walter Chiari di una volta, e i mariti Bova e Memphis a caccia (o prede) di straniere. Le straniere, per l’appunto, a incarnare come spesso nell’immaginario made in Italy la massima disponibilità al sesso e all’avventura. Negli anni Cinquanta-Sessanta erano le nordiche, le vichinghe svedesi o le valchirie teutoniche, bionde lussuriose e golose di carne maschile mediterranea, adesso nei nuovi film sono russe, brasiliane, o come in questo Immaturi, il viaggio, spagnole, giacché è la Spagna movidesca di Madrid e Barcellona a essersi installata chissà perché nella nostra testa come luogo di ogni audacia erotica e trasgressione (tutta colpa dei film di Almodovar). Figure, figurine, figurette che raccontano bene il nostro paese di oggi e l’italiano e l’italianità di oggi, un paese perplesso e incerto di gente incerta, e che si riflette in questa girandola di personaggi oscillanti tutto sommato senza mai vere emozioni e convinzioni, senza coraggio e nerbo. Genovese scrive (il copione) e gira con mano professionale, con scioltezza e un occhio ipermoderno e cosmopolita maturati, credo, soprattutto nella pubblicità, e anche questo lo distingue (come distingue altri registi emergenti quali Luca Miniero) dal linguaggio cinematograficamente povero, elementare e primitivo, arcaico-provinciale, del cinepanettonismo. Quello che non convince è la lunghezza, alcune trame e sottotrame sono contorte, lambiccate, e per dipanarsi richiedono tempo e allungano inesorabilmente il racconto, lo appesantiscono e ne abbassano il ritmo, penso soprattutto alla storia tra Virgilio (Paolo Kessisoglu) e Eleonora (Anita Caprioli), estenuante, o a quella tra Piero (Luca Bizzarri) e la finta donna emancipata io-i-maschi-li-uso-e-poi-li-butto di nome Gloria (Francesca Valtorta, bellissima davvero, di una bellezza elegante e sofisticata che ricorda quella di certe donne del nostro cinema passato come Eleonora Rossi Drago e Silvana Mangano).
Ci volevano dialoghi più smaglianti, battute più acuminate, ma insomma va abbastanza bene così. Se la cava ottimamente Ambra Angiolini, che ha forse in mano il personaggio più complesso, con ombre di nevrosi e fragilità, e ce lo sa restituire con insospettata maturità e adeguati chiaroscuri. Ricky Memphis fa Ricky Memphis, cioè il brav’uomo medio e il nuovo romano de’ Roma, che è carattere da cui ogni commedia italiana non può prescindere. Sacrificato Luca Zingaretti in un cameo male abbozzato e tirato via e anche insensato, Luisa Ranieri è insopportabile, mica per colpa sua ma della figurina che le tocca interpretare, moglie incinta perfettina e sciapa di un Raoul Bova ormai ben riciclato come attore di commedia. Sempre legnoso, perché Bova è così, non ci sarà mai niente da fare, e però con una sincerità e una buona volontà che lo rendono simpatico e credibile, ed è come se percorresse sempre in punta di piedi lo spazio filmico, come se fosse perennemente insicuro di sè e restio a esibirsi, lui, che con quel fisico può fare e avere tutto quello che vuole, però il bello di Bova, quello che lo rende così amato dalle masse e così attraente, sta proprio in questo scarto tra la sua imponente fisicità, la sua perfezione somatica, e la sua ipersensibilità ombrosa. Quello che colpisce in questo Immaturi, il viaggio e dà fastidio è però l’assoluto escapismo del film, il suo essere sconnesso da un qualsiasi brandello di realtà, l’agitarsi e il muoversi ombelicale, autoreferenziale, narcistico dei personaggi. Tutti, ma proprio nessuno escluso, che siano maschi o femmine, non pensano che all’amore, alla felicità minuscola del sentimento appagato, si parla solo di tradimenti, fedeltà, innamoramenti e colpi di fulmine, abbandoni e ritorni di fiamma. Non c’è altro. I personaggi sono solo figure di un infinito discorso amoroso, anzi di una chiacchiera amorosa senza neanche una qualche nobiltà e grandezza. Di questi post-ragazzi immaturi non sappiamo niente, non sappiamo dove vivano, che lavoro facciano, dove trovino i soldi per pagarsi famiglie e consumi e vacanze, da dove spuntino o dove stiano per tornare. La vita con un qualche barlume di verità è rigorosamente bandita, dall’orizzonte di Paros. Non c’è niente non dico che ricordi la temperie che stiamo attraversando, la crisi epocale nostra e degli altri, ma nemmeno un qualsiasi pur pallido simulacro di realtà. Capisco che il fine è quello di divertire e strappare qualche risata, ma questo piallare via il reale ha un che di allucinatorio, di negazione e rimozione (auto)forzata che allarma. Se Immaturi riflette una generazione e una certa Italia, non c’è da stare allegri, vuol dire che siamo svuotati di ogni energia e voglia di misurarci e fare i conti con quel che c’è intorno. Con la vecchia commedia, le vecchie commedie, questo non succedeva, non succedeva in questa misura almeno, neanche con i cinepanettoni. Forse per questo quando entra in scena Maurizio Mattioli come padre non domo di Ricky Memphis ruba la scena a tutti e non ce n’è più per nessuno. Il suo vitalismo plebeo di matrice bagaglino sarà anche poco sopportabile per gli spiriti fini, ma nella sua rozzezza è sanguigno, si porta dietro e porta dentro il film finalmente i sapori e anche gli odori sgradevoli della realtà. La fisicità di Mattioli e la sua vecchia comicità non hanno, in questo film, possibili rivali. Le battute che ricordi sono le sue, e quando apostrofa il greco che lo sta portando in giro con l’asino con un “Aho’, Zorba, ma che stai affà?” è da applausi (anche se, vero, bisogna averci una certa età per capire la battuta).

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