Recensione. E LA CHIAMANO ESTATE: un film scandalo? Un film perturbante. Da vedere

E la chiamano estate, regia e soggetto di Paolo Franchi. Con Jean-Marc Barr, Isabella Ferrari, Luca Argentero, Filippo Nigro, Eva Riccobono, Christian Burruano, Romina Carrisi, Maurizio Donadoni. Al cinema da giovedì 22 novembre. Il film ha ottenuto due premi al recente Festival di Roma: a Paolo Franchi per la migliore regia e a Isabella Ferrari come migliore attrice.Ormai lo si è trasformato in pietra dello scandalo (per via delle scene di sesso) e in caso politico. No, non si fa. Un film è solo un film. E questo è un film sghembo, irrisolto, ma che ha coraggio, che prova a essere grande cinema, che guarda a modelli alti: Antonioni, Bergman, Lars Von Trier. Vero, i dialoghi sono inascoltabili, però ci sono molti momenti di puro cinema. Un film perturbante, abrasivo, inquietante. E Isabella Ferrari è bellissima. Voto 7Abbiamo letto cosa è successo a Roma, giusto? All’annuncio dei due riconoscimenti assegnati al film si è scatenato il chiamiamolo eufemisticamente dissenso da parte di gran parte della platea, leggi molti dei giornalisti italiani accreditati. Alla povera, incolpevole Isabella Ferrari, salita sul palco a ritirare il suo premio come migliore attrice, sono stati riservati fischi e ululati che neanche fosse una serial killer, le hanno perfino urlato “Vergognati, fai schifo”. Non c’ero. Ho deciso dopo un lungo tentennare di non andare a Roma a un festival che non mi è mai garbato granchè per la sua pretesa, mai dichiarata ma evidente, se non di svellere un’istituzione come Venezia (inteso come festival), quantomeno di farle una dura concorrenza. Resto dell’idea che di questi tempi è meglio puntare sul consolidato, rafforzare i marchi nostri che ancora funzionano nel mondo senza metterli a repentaglio e autosabotarci e autocannibalizzarci. Roma costa dodici milioni e mezzo di euro, lo stesso budget del Lido, un paio di milioni più di Locarno, e scusate, a me sembra non dico un’indecenza, ma una follia. Oggi che i soldi pubblici scarseggiano (credo che buona parte del budget romano venga da sovvenzioni pubbliche, se sbaglio correggetemi e ne sarei lietissimo), sarebbe meglio concentrarli e indirizzarli dove vale la pena, dunque che Venezia sia, rafforziamo quella, chè per un festival nuovo farsi largo nel panorama globale già affollatissimo di manifestazioni e rassegne analoghe è dura e puntandoci sopra si rischia di dissipare risorse. Non mi è mai piaciuto nemmeno, del festival romano, la sua origine così connessa al potere politico e alle istituzioni locali, meglio non dimenticare – lo dico a chi oggi lo seppellisce di fango – che a volerlo e inventarlo fu Walter Veltroni allora sindaco di Roma. Detto ciò, se il Roma Film Festival costasse meno, non rischiasse di far del male a Venezia e decollasse e si affermasse come meta indispensabili per cinefili e addetti ai lavori di tutto il mondo, benissimo, sarei il primo a esserne felice. Non essendoci andato, non ho potuto (e mi mordo le dita adesso, perché quando si fa la Storia nel bene o nel male meglio esserci) assistere alla cagnara e gazzarra contro il film di Paolo Franchi, e però E la chiamano estate l’ho potuto vedere lo stesso qualche giorno fa qui a Milano in anteprima stampa, quando già il caso era montato sui giornali e online. Dico subito che tanto livore non se lo merita, certo è sballato la parte sua, qua e là è sgangherato, i dialoghi sono imbarazzantissimi e a volte inudibili, non raggiunge gli obiettivi massimi e sublimi che si prefigge e però, vivaddio, è un film che rischia, ci prova, guarda a modelli altissimi (Bergman, Antonioni, Kieslowski, Lars Von Trier) e, nonostante i suoi difettacci, sa comunicarti un che di disturbante, una sofferenza autentica, è un film che ti tortura, ti lascia ustioni sulla pelle e dentro, che urla un malessere vero e riesce a comunicartelo.
Io dico: avercene di film così. Meglio un film magari pomposo e pericolosamente arty come questo, e però non medio, non mainstream, cattivo e sporco al punto giusto, di tanti prodottini carini, insapori e politicamente correttissimi da cui siamo aduggiati, soprattutto in Italia. Sacrosanto dissentire, ma massacrarlo come è stato fatto, perfino su giornali insospettabili e adusi a una diplomazia curiale e felpatissima, no, non lo capisco. La cagnara anti-Franchi è esplosa subito alla proiezione di E la chiamano estate a Roma e successiva conferenza stampa, ha raggiunto l’acme al momento della doppia premiazione, cosa che ha fatto ulteriormente imbestialire chi lo aveva demolito, e ancora prosegue sui social nertwork. Post e tweet di un’acidità mai vista contro il film, contro il regista, contro il festival, contro Müller, perfino contro la (presunta) inadeguatezza e incompetenza del presidente di giuria Jeff Nichols, giovane sì, poco più di trent’anni, ma già autore di film notevoli come Take Shelter, Shotgun Stories e Mud, visto all’ultimo Cannes, dunque non proprio uno sprovveduto. Sono basito, anche allarmato, perché avverto in certe note isteriche l’odore del linciaggio, la ricerca del girardiano – inteso come René Girard – capro espiatorio. Ormai si è andati oltre e sembra impossibile lanciare uno sguardo sereno sul film, diventato pietra di scandalo e il bersaglio di una polemica che si è preoccupantemente politicizzata. Sì, perché a dira tutta a questo siamo arrivati, E la chiamano estate è impropriamente usato quale cartina al tornasole della tua appartenenza politica: se ti piace vuol dire che stai dalla parte del festival e dello schieramento politico che oggi lo sorregge, cioè il centro-destra, se invece gli sputi addosso vieni arruolato tra gli oppositori e dunque sei di sinistra. Povero paese. Povera patria. Così intossicata dalle appartenenze ideologiche, o meglio dai cascami di quelle che furono ideologie, da trasformare un film in campo di battaglia. Scusate, ma io non ci sto. È un film, solo un film, parliamone per quel che è o non è, per quanto dice, mostra, mette in scena, racconta, e finiamola lì. Allora: Dino, il protagonista, è tra i quaranta e i cinquanta, come la sua compagna (o moglie, non si capisce bene) Anna. La ama, ma non è mai riuscito a fare l’amore con lei. Come ricorda Anna a un certo punto: “Non mi ha mai scopata”. Chiaro? Soggiacendo alla vecchia opposizione, ben iluminata dalla psicoanalisi, che molti uomini operano tra la figura della moglie-madre disincarnata, pura, intangibile e la donna-puttana, Dino non scopa la compagna ma in fatto di storie extra-talamo se ne concede di ogni, entrando nei club per scambisti, frequentando assiduamente una coppia, facendo l’amore con una prostituta bella, triste e sfregiata. Da un parte il non-sesso con Anna, dall’altra l’estremismo erotico. L’ossessione del sesso domina questo film, sesso come impulso non addomesticabile che conduce alla rovina esistenziale, sesso come pulsione cieca, animale, ottusa, come forza cui non puoi opporti, strumento che vorrebbe essere di estasi e che lo diventa invece di abiezione e abominio. E la chiamano estate non ci risparmia niente, la fica di Anna a gambe spalancate nella scena iniziale come nel citatissimo Courbet di L’origine del mondo, e poi amori a tre, amori a quattro, orge, pompini con cazzi in evidenza, lesbismi, anche una scopata con un travesta abbastanza orrido se è per questo. Si è parlato di Shame all’italiana, ma le affinità sono solo di superficie. Il film, magnifico, di Steve McQueen era un’osservazione algida, quasi un referto, di una allarmante coazione al sesso, la cartella clinica di una patologia, qui si entra nei tormenti del protagonista, si cerca di disegnare una mappa delle sue derive mentali ed esistenziali, si cerca di spiegare la sua ‘malattia’ attraverso uno schema interpretativo che mi pare sia di derivazione psicanalitica, soprattutto il centro drammaturgico non è la promiscuità di Dino, ma il suo strano amore per Anna e la disistima di sè. Di sesso ce n’è tanto, in E la chiamano estate, ma Franchi non cede, non completamente almeno, alla coazione e alla tentazione di épater les bourgeois, se qualche volta si lascia pendere la mano, in altre, e nella maggior parte di casi, mette in scena il sesso, anche esplicito, come teatro di crudeltà e sofferenza, comunicandoci un senso di malessere come poche volte ultimamente al cinema, e come quasi mai nel cinema italiano recente, indizio dell’esistenza di un nocciolo attivo, radiante, pulsante in questo film. Non sempre si evita il ridicolo, ma le scene con la prostituta sfregiata (Eva Riccobono) ci turbano davvero, certi squarci di promiscuità e orge anche, e il Filippo Nigro scambista è all’altezza della situazione nel suo decerebrato, amorale, opaco consusmismo erotico seriale, perfetto nel resituire l’alienazione di massa di oggi (lui sì che ricorda Shame, e devo dire che nel confronto impossibile con Fassbender il nostro Nigro si fa valere). Spira ovunque un’aria di inattualità. Al giorno d’oggi domina il sesso impoverito, depotenziato, glamourizzato, dunque ripulito e addomesticato pur in certe apparenti perversioni, mentre Franchi ne resuscita la carica destabilizzante, il maledettismo, anche la sozzura e la lordura, il sesso come rischio, pericolo, malattia del corpo e dell’anima, riportandoci molto indietro, agli anni Sessanta e Settanta. E la chiamano estate è, fin dal titolo che riprende la meravigliosa canzone di Bruno Martino del 1965, un viaggio all’indietro nel tempo, verso un cinema e una sensibilità e un clima culturale lontani dall’oggi e perfino ad esso opposti, un mondo brulicante di alienazioni, vuoti esistenziali, derive nichiliste, dove ci si interrogava sul senso dell’essere, del soffrire, dell’amare e soprattutto del non riuscire ad amare. Non ce la fa, Franchi, nell’impresa di riproporre quel modello di cinema, ma anche nel suo scacco si aprono momenti di rara intensità. Purtroppo i dialoghi sono ridicoli quasi sempre, inutilmente ricercati e ampollosi e poeticistici, e sono il vero punto debole del film, certe battute sembrano messe lì apposta per suscitare lazzi e schiamazzi. Come quell’ormai celebre, sventurata, “una scopata non si nega a nessuno, soprattutto a una ex” detta da Dino a un precedente fidanzato di Anna, o (cito a memoria) “mi sento tremare dentro, eppure fuori è estate”, o ancora: “l’uomo che ti trovi davanti è l’ombra di un uomo” (ripetuta infinite volte, quasi un leit motiv). Ma basta questo per schiantare un film? Scusate, ve li ricordate certi Antonioni scritti da Tonino Guerra, ve la ricordate la Vitti di Deserto rosso e il suo “mi fanno male i capelli”? Poco dopo E la chiamano estate sono andato in Cineteca a rivedermi Hiroshima, mon amour di Alain Resnais, anno 1959, considerato uno dei film-svolta della storia del cinema. Orbene, i dialoghi della Duras sono oggi inascoltabili per pomposità e turgore retorico, che al confronto la lingua di Franchi sembra dimessa, eppure non abbassano la grandezza del film. Il fatto è che Franchi ci prova, non si risparmia, non si tira indietro, fa, e facendo sbaglia. Come dicevano le arbasiniane vecchie zie: solo chi non fa non sbaglia. Appunto. Franchi ha precisi riferimenti e attraverso alcuni indizi ce li fa intuire. Incredibilmente, il primo è l’Alberto Moravia della Noia, uno dei romanzi oggi più inattuali e irrimediabilmente lontani. Ne riprende il nome del protagonista, Dino, ma credo che soprattutto abbia tenuto d’occhio il film che Damiano Damiani ne trasse, assai bello, assai rappresentativo di quel mondo e di quel cinema, con una giovane Catherine Spaak, Horst Bucholz e perfino una Bette Davis sul Tevere. Ne ri-usa la canzone-guida, Che mi importa del mondo di Rita Pavone (di Migliacci-Enriquez, 1964), ne rifà la scena d’antologia della Spaak nuda ricoperta di banconote mostrandoci il protagonista che lancia manciate di euro sulla prostituta sfregiata e la sua amica lesbica. Ma più che Moravia a me il film ha ricordato le contorte coppie e i contorti amori svuotati e impossibili di Antonioni, La notte, L’eclisse, L’avventura. Già fin dalle prime scene Isabella Ferrari si atteggia (Franchi la fa atteggiare) a musa inquietante alla Vitti, e il ricalco non viene così male, essendo la Ferrari, checchè ne dicano i sui molti detrattori, adeguata alla parte, e bella, bellissima, che se fosse francese l’adoreremmo e invece no, la dobbiamo sfregiare. Ma perché? Forse non le si perdona ancora la Selvaggia di Sapore di mare dei Vanzina. Qui le tocca la parte ai confini dell’impossibile della Donna Bella e Intangibile, e se la cava bene, trovatemi un’altra italiana in grado di fare altrettanto. Trapela qua e là il Bergman di Luci d’inverno, Persona, La vergogna, il più tortuoso, il più disseccato dentro, il più diviso tra carne e spirito, il più disincantato sull’uomo e su Dio. Franchi azzecca anche l’attore protagonista, con quella faccia e quel corpo così cosmopoliti e anche apolidi, così per niente italiani e nostrani, il Jean-Marc Barr di tanto Lars Von Trier, da Europa a Le onde del destino. Ecco, Von Trier. Dino che se ne va in giro a recuperare gli ex di Anna scongiurandoli di scoparla, visto che lui non ce la fa, e tutti in platea a sghignazzare, ecco, nessuno che si sia accorto che trattasi di puntuale citazione di Le onde del destino. Con lui che, ormai paraplegico e impotente, implora la sua donna di prostituirsi e di farlo assistere alle scopate. Allora non si rise davanti a Von Trier, oggi sì, e lo si fa sguaiatamente. Certo, E la chiamano estate non raggiunge i suoi grandi modelli, il suo stile resta ondivago, fin troppo eclettico. Franchi (che, ricordiamolo, è al suo terzo film dopo il bene accolto La spettatrice e il male accolto e fischiatissimo a Venezia Nessuna qualità agli eroi) prova di tutto, l’immagine a fuoco al centro ma sfuocata ai margini come il Reygadas di Post Tenebras Lux, le inquadrature sghembe come in Faust di Sokurov (e prima ancora in Il terzo uomo), perfino i video sporchi fatti con l’Phone secondo la voga del found footage. Usa troppo linguaggi, contamina e mescola certe volte senza una strategia o coerenza espressiva. Il meglio gli riesce quando si concentra sui volti, con primi piani quasi a tutto schermo appiattendo gli sfondi, togliendo profondità. Certi passaggi sul volto della Ferrari sono notevoli, il dialogo folle tra Luca Argentero e Jean Marc Barr è davvero qualcosa che ti scava dentro, e ancora, Anna e il suo giovane amante nell’hotel, la prostituta sfregiata che nasconde la cicatrice dietro ai capelli. Frammenti di cinema puro e bello. Ultima annotazione. Son dell’idea che nella cattiva accoglienza a Roma al film abbia giocato la sua parte il pregiudizio nei confronti delle produttrici, Nicoletta Mantovani e Sonia Raule, due signore che nella nostra Italia non godono propriamente di grandi simpatie. Il film è siglato Pavarotti International, e potete immaginare come si sarà maldisposto nel vederlo il critico medio e unico, quello che ragiona secondo il pensiero unico. Curiosità: nella parte di una giovane paziente di Dino, che di mestiere fa l’anestesista, c’è Romina Carrisi, figlia di Albano e Romina.

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