Torino Film Festival: THE LIABILITY, un buon noiraccio dai molti colpi di scena (recensione)

The Liability, regia di Craig Viveiros. Con Tim Roth, Peter Mullan, Jack O’Connell, Talulah Riley.
Un killer navigato e un ragazzo che dovrebbe imparare il mestiere. Un noir made in Uk che parte in Tarantino-style, poi svolta in storia di vendetta e truci regolamenti di conti. Colpi di scena e torsioni che ti tengono sveglio fino alla fine. Violenza quale dato naturale, pre- o post-morale, come ormai in molto cinema. Un fim niente male, a conti fatti.
Dopo  lo sciapo Gibi, questo lurido noiraccio inglese ambientato in un countryside tetro e sporco riesce finalmente a svegliarci. Storia di killer non così cattivi e di carogne vere al di sopra di ogni sospetto, di innocenti che vengono traviati, di ragazze angeliche chi ne san più del diavolo. Inganni e controinganni, che non sai più chi sia il più fetente dei fetenti. Colpi di scena a ripetizione, a svelare man mano la schifosa verità, fino alla resa dei conti finale, come in certi vecchissimi Marlowe. C’è un diciannovenne di nome Adam pazzo per la violenza (virtuale), cui l’orrido patrigno trova lavoro come assistente di un killer (Tim Roth, bravissimo nel rendere il suo sicario al crespuscolo). Solo che mentre hanno a che fare con una vittima, un gangster lettone (e i due per far scempio del cadavere con la scure si presentano vestiti come chirurghi onde non lasciar tracce di dna) arriva una ragazza, e le cose si complicheranno alquanto. Salta fuori un traffico di schiave del sesso dall’Est Europa, et ce n’est qu’un début: l’abiezione sarà più di quanto si potesse immaginare. Si parte in simil-Tarantino o anche simil-7 psicopatici, con quella sprezzatura dandistica del killer che esegue impeccabilmente il suo lavoro, con quell’allarmante, disturbante naturalezza dell’uccidere vista in tanti film, di Tarantino appunto, ma anche di Oliver Stone. Poi tutto svolta in revenge movie e pure un po’ in black comedy. Qualche buco di sceneggiatura, colpacci di scena non tutti logicamente spiegati. Il film oscilla tra troppi registri per convincere davvero. Però il film c’è, e Tim Roth sulla panchina davanti alla chiesa non te lo dimentichi.

Questa voce è stata pubblicata in Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.