Torino Film Festival: COME OUT AND PLAY di Makinov: l’isola dei bambini assassini (recensione)

Come out and play, regia di Makinov. Con Vanessa Shaw e Ebon Moss-Bachrach. Messico 2012. Nella sezione Rapporto Confidenziale.
Del regista più misterioso in circolazione. Makinov dice di essere di origine bielorussa e di aver lavorato con gli sciamani messicani, quando si presenta in pubblico si infila un cappuccio rosso (ma qui a Torino non si è fatto vivo). Il suo è un horror in cui i cattivi non sono zombie o alieni, ma bambini che uccidono sadicamente tutti gli adulti che trovano. Disturbante. Potrebbe diventare un culto.
Makinov chi? Attorno a questo cineasta si è consolidata una piccola leggenda, forse creata ad hoc per autopromuoversi, chissà dunque quanto vera e chissà quanto falsa. Makinov è solo il nome d’arte di un misterioso autore che si dice nato in Bielorussia (Bielorussia!) negli anni Settanta, poi trasmigrato in Messico dove avrebbe avuto esperienze con sciamani (sciamani!) su cui avrebbe girato anche dei doc. Non ha mai svelato la sua identità, in pubblico si presenta sempre con le testa ricoperta da un sacco rosso, e comunque qui a Torino manco è venuto, incappucciato o no, a presentare questo suo film. Credergli o no? Io mica ci credo tanto, ci sento sotto la trovata di qualche furbastro. Ma in fondo, cosa importa. Conta quello che fa e come lo fa. Guardiamo al suo film per quello che è fregandocene della leggenda Makinov. E il film non è male, trattasi di un horror-thriller con derive abbondanti nel gore più schifoso, remake di un vecchio film di paura spagnolo del 1976 ove i mostri del caso erano (e sono) dei bambini. L’innocenza come superficie dietro cui si nasconde e agisce il demoniaco, tema non nuovissimo (Il signore delle mosche, per dire), ma sempre di un sua brutale efficacia. Il film è fatto con una manciata di maledetti sporchi dollari, e si vede, ha una sgangheratezza e povertà da b-movie che fanno tenerezza, per tutta la durata le voci erano clamorosamente fuori sincrono con effetti imbarazzanti, e non ho capito se la colpa fosse della proiezione o della copia originale. Temo la seconda. Una coppia di americani – lui classico yankee ingenuo che non sa fiutare le tante trappole dell’esotismo, lei bionda e incinta – hanno la disgraziatissima idea di approdare su un’isola tutta palme e sole dei tropici da turismo vacanziero medio, solo che non trovano anima viva, tutto è vuoto, tutto tace. Solo qualche bambino dall’aria torva si aggira armato di bastone. Quando i nostri vedono un vecchio aggredito e trucidato dagli infanti impazziti capiscono finalmente che qualcosa di orrendo è successo, ma è troppo tardi per scappare. I bambini hanno preso il potere e hanno ammazzato tutti i grandi, i nostri buoni americani vengono inseguiti e assediati come in tanti film di paura, solo che stavolta al posto degli Uccelli hitchockiani o degli zombie o degli alieni ci sono bande di niños messicani assetati di sangue. Il crescendo di minaccia e orrore è ben orchestrato dal misterioso Makinov, che con i pochi mezzi a disposizione riesce a confezionare un prodotto di genere dignitoso, e pure con una qualche piccola ambizione autoriale. Si strizza l’occhio a certo surrealismo crudele alla Bunuel e al suo film messicano sui ragazzi violenti Los Olvidados, si sente qualcosa anche delle torve, macabre, sanguinolente messinscene iberico-ispaniche di Arrabal (che sarà qui a Torino a presentare Viva la muerte! restaurato). Un prodotto di genere niente male, malsano, disturbante e abbastanza coraggioso, perché rivoltare il mito dell’innocenza infantile è pur sempre operazione rischiosa anche in un cinema non bon-ton come l’horror. Dopo l’invito al Torino Film Festival pare che il film abbia trovato un distributore americano. Chissà, magari ci diventa un cult.

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