Torino Film Festival. ARTHUR NEWMAN con Colin Firth non mantiene niente di quel che promette (recensione)

Arthur Newman, regia di Dante Ariola. Con Colin Firth, Emily Blunt, Anne Heche. Presentato nella sezione Torino 30 (Concorso principale)
Sembra un road-movie anni ’70 di anime devastate, ma non lo è. Sembra un film sulla precarietà e l’incertezza delle identità, ma non è neanche questo. Arthur Newman, pur con una coppia d’attori di rispetto come Colin Firth e Emily Blunt, è debole e sfuocato, e non va da nessuna parte.
Non ne può più della sua donna, della ex moglie, del figlio adolescente torvo e ostile. Scappa. Lascia credere di essere scomparso nell’oceano, si compra una falsa identità, cerca di raggiungere un tizio che gli aveva promesso un posto da istruttore di golf. Nuovo nome: Arthur Newman. In un motel incontrerà una ragazza interrotta, ubriaca o strafatta o tutte e due le cose, beccata dalla polizia su un’auto rubata. Lui è Colin Forth, lei Emily Blunt, due nomi grossi per un film mezzo indie di quelli che le star girano volentieri per darsi una patina engagée che fa sempre bene al curriculum, che poi da film così può magari saltare fuori un premio, minimo qualche festival alto di gamma. Operazioni sempre a guadagnare, quasi mai a perdere.
Dopo l’incontro al motel nasce un sodalizio, forse una complicità, una mezza storia o anche di più, i due vanno insieme su e giù per le strade dell’America profonda che sembra di stare in un road movie anni Sessanta-Settanta, nastri d’asfalto a perdersi laggiù all’orizzonte ecc. Bisticci e malcomprensioni tra i due, saltan fuori storie infelici dall’una e dall’altra parte, ma soprattutto dalla parte di lei, madre suicida e gemella schizofrenica e anche lei è un po’ mattocca se è per questo, e sempre con la paura di schizzare come in famiglia. Cose così, anime ferite e vagabonde, in cerca di una molto americana dose di felicità. Puro Settanta, si diceva, e nel genere francamente s’è visto tanto e di meglio. Poi per un po’ il film prende quota, quando i due si divertono a assumere le identità di gente incontrata per caso, a introdursi nelle loro case, a mimarli e fingere di essere loro in una sorta di gioco di ruolo.
A questo punto cominciamo a pensare che ci troviamo in un film assai più post moderno di quello on the rod anni ’70, un film stavolta sulle identità labili, cangianti, precarie, deboli, sul ‘siamo la nostra apparenza e quel che gli altri credono che noi siamo’. Ma anche questa perte di Arthur Newman è debole e poco convinta. Mica come nell’altrimenti radicale e disturbante Alpis, film greco presentato in concorso a Venezia 2012 (su cui devo fare parziale autocritica rispetto a come ne scrissi), che sul tema della mimesi e della riproduzione della vita altrui andava molto più a fondo. Alla fine, ritorno all’ordine, signori abbiamo scherzato con i nostri gochi di maschere. Finale deludente per un film molto medio che si pretende superiore a quello che è.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.