Torino Film Festival. UNA NOCHE: triangolo, melodramma e fuga dall’Avana (recensione)

Una Noche, di Lucy Mulloy. Con Dariel Arrechada, Anailin de la Rua de la Torre, Javier Nuñez Florian. Nella sezione Torino 30 (Concorso).Parte come un film su due ragazzi cubani che sognano di scappare a Miami. Ma poi, con l’entrata in scena della sorella di uno dei due, svolta in melodramma tropicale. Bello, solo non così scatenato come si vorrebbe. (Il film è stato precedentemente presentato al Tribeca Festival)
Buon film, il meglio visto finora (ore 19.00 di domenica 25 novembre) del Concorso dopo il britannico Shell. La partenza non promette granchè. Siamo all’Avana, nell’Avana di tanto cinema europeo in vena di esotismo, gente povera ma vitale e caliente e bellissima, si urla, si canta, si suona (anche nella variante rap-tropicalista) per strade piene di ciaffi sgargianti. Puttane e puttani (jineteras e jineteros) dappertutto. Turisti europei e gringos visti cone gonzi, invariabilmene assatanati di sesso e gonfi di euro/dollari. Croci e santeria. Ragazzi cubani con una gran voglia di scappare dal regime moribondo da un pezzo però mai morto, e la meta naturalmente è la solita Miami, a 8o miglia, poche, però troppe se ti devi arrangiare a navigarle con mezzi di fortuna. Ma la regista Lucy Mulloy va subito oltre e sotto la superficie, mica si accontenta dell’oleografia, non siamo per fortuna dalle parte di quell’orrendo 7 Days in Havana visto a Cannes e poi arrivato senza successo anche nei cinema italiani, una cartolina di regime, assai compiacente (tranne che in un paio di espisodi) verso il fidelismo, e quando non compiacente, certo reticente. Qui no. Mulloy è chiaramente innamorata di Cuba, di l’Avana, dei cubani, come succedeva decenni fa ai registi europei e americani nei confronti di Napoli, penso a Werner Schroeter. L’Avana, anche per i cineasti, è definitivamente la nuova Napoli, cambia la latitudine, ma il vitalismo inesausto, il rutilante ballare e musicare sull’orlo dell’abisso, la lotta acrobatica per la sopravvivenza, il gran teatro della decadenza e della rinascita son gli stessi, e le cineprese accorrono. Mulloy però mai, nemmeno per un momento, asseconda la leggenda filocastrista. La sua macchina riprende scene quotidiane dove la povertà regna, dove la polizia, occhiutissima, controlla e reprime, dove la libertà resta un miraggio che sta di là del mare. Elio e Raul hanno sui vent’anni, lavorano nello stesso ristorante, sono amici, molto amici, troppo, anche. Troppo, perché Raul, oggetto di ogni desiderio maschile e femminile, compreso quello del suo capo, ha un che di irrequieto e anche di demoniaco dentro, di quelle persone che pur senza volerlo seducono, ipnotizzano, traviano coloro che capitano sulla loro strada. Viene da una non famiglia, la madre è una prostituta malata di Aids, il padre abita a Miami e lui vuole raggiungerlo a ogni costo, anche se quel padre lo ha abbandonato. In questa voglia ribellistica e di fuga coinvolge Elio, che lo adora e non può fare a meno di lui, che sempre più si lega a Raul suscitando la gelosia della sorella Lila. Quello che inizialmente sembrava un film su due ragazzi e il loro sogno di libertà americano man mano diventa un melodramma a tre. Lila ama il fratello Elio che ama, ed è un amore con robuste valenze omoerotiche, Raul. Lila detesta Raul, Raul vorrebbe Lila. Gli sviluppi all’interno di questo triangolo sono prima lenti e sotterranei, poi diventeranno esplosivi. Il momento della verità sarà in mare, mentre tutti e tre cercano di arrivare su un canotto a Miami, e sarà il tentato bacio di Elio a Raul a rendere manifesto ciò che fino ad allora era rimasto nascosto. Qualcuno sopravviverà, qualcuno pagherà. I sommersi e i salvati, perché nel melodramma c’è sempr un prezzo da pagare. Strano film, per la sua duplicità narativa, bello, forse bellissimo (è di quelli che devi rivedere). Solo, non così scatenato come si vorrebbe.

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