Torino Film Festival: CALL GIRL, scandali sessuali e altro marciume nella linda Svezia (recensione)

Call Girl, regia di Mikael Marcimain. Con Sofia Karemyr, Pernilla August, Josefin Asplund, Simon J. Berger, Anders Beckman, David Dencik, Sven Nordin, Kristoffer Joner. Nella sezione del Concorso.
Circonfuso da un piccolo alone di scandalo, è arrivato a Torino il film che, ispirandosi a fatti veri, racconta di un lurido affair politico-sessuale nella Svezia anni Settanta. Ministri e altri potenti implicati in un giro di minorenni. Poliziotti onesti che indagano, poliziotti disonesti che insabbiano. Ottimo spettacolo, anche se troppo lungo (due ore e mezzo). Atmosfere livide che ricordano La talpa. Peccato per il sovrappiù di moralismo (domanda: indignarsi ancora se i politici vanno a puttane?). Gran performance di Pernilla August quale scaltra maîtresse. Film che si candida a qualche premio.
Il film è arrivato dalla Svezia a Torino (via Toronto, dove è stato nel frattempo presentato: Dio mio, quali film non sono stati presentati a Toronto?), dicevo: arrivato a Torino circonfuso di un certo scandalo, per via che vi si racconta di un giro di prostitute e politici puttanieri nella Stoccolma dell’Abba-age (copyright The Hollywood Reporter). Un privato cittadino ha pure denunciato il film come diffamatorio dell’icona Olof Palme, il premier socialista ucciso da un pazzo, sostenendo che l’altissimo papavero che in Call Girl se la fa con una minorenne alluderebbe proprio a lui. Ora, il nome di Palme non lo fa nessuno, si vede più volte un candidato primo ministro socialista in campagna elettorale e la protagonista, la prostituta quattordicenne Iris, che trasale nel vederlo a un dibattito televisivo. Questo è quanto. Il resto è un filmone di due ore e mezza, troppe, però devo dire che gli autori sanno il fatto loro e non annoiano quasi mai, filmone ispirato a fatti e fattacci realmente accaduti. Si parte con una ragazzina di nome Iris, 14 anni, e problemi continui che la fanno finire in una casa di recupero e sorveglianza per ragazzi complicati. Ma ogni notte scappa insieme all’amica-cugina, e finirà in mano a una losca maîtresse che gestisce un giro grosso, molto grosso, di prostitute di alto rango, e i clienti sono finanzieri, magnati, soprattutto politici, di governo e di opposizione, e poi poliziotti, nomi della pubblica amministrazione. Alcuni poliziotti onesti intercettano, indagano, cercano di incastrare i corrotti, ma c’è chi invece cerca di insabbiare, smussare, sopire. E noi che pensavamo che quella dei politici puttanieri fosse una specalità italica, macchè, signora mia son tutti dei porci a ogni latitudine, che poi la Svezia se la tira tanto con il suo rigorismo luterano e nordico, e invece guarda qua che schifo. Il film devo dire è costruito come Dio comanda, azzecca almeno un personaggio formidabile, quello della maîtresse Dagmar Glans (una Pernilla August da urlo), soave, materna, diabolicamente abile nel compiacere clienti e manipolare le ragazze, brutale e vendicativa con chi rischia di romperle il giocattolo assai redditizio.
Tutta la parte con lei è notevole, di gran lunga la migliore del film. Dagmar che risponde al telefono ai clienti, Dagmar alla festa con le ragazze-torta alla fine di una convention, Dagmar che plasma la quattordicenne Iris e la piazza nei più lucrativi letti. Il pericolo era di rifare i film svedesi tratti da Stieg Larsson, ma qui l’effetto piattamente televisivo viene evitato grazie a un regista che è stato l’aiuto di Tomas Alfredson in La talpa, e applica bene la lezione. La rievocazione degli anni Settanta nella loro versione lugubre e triste-altonordica è perfetta. Non c’è nulla di più agghiacciante di certi occhialoni a fanale, di pulloverini miserrimi a stringere corpicini non ginnasticati, di zampacce d’elefante, tappezzerie marroncine, lampade orrende dalla luce giallo-polverosa. E poi, quelle macchine così spigolose e aguzze per strada, e una Stoccolma sotto la pioggia da gelarti l’anima. Tutto è soffocante, e par proprio in molti momenti di rivedere La talpa che, mi rendo conto adesso, è stato un film seminale nella ri-proposizione e ri-visitazione dei Seventies in chiave depressa, non fracassona e anti-almodovariana. Della Talpa ritroviamo anche i vecchi apparati tecnologici di spionaggio, gli uffici polverosi e dall’odore stantio (ci sono film che gli odori te li fanno sentire), la sensazione che al fondo di quei corridoi lugrubri e male illuminati c’è sempre qualcuno che gioca sporco e trama contro di te. Ci saranno dei morti, la guerra tra i cacciatori di verità e gli insabbiatori continuerà fino all’ultimo, fino all’ultima scena. Si ritrova, nel disegno delle istituzioni corrotte, parecchio dei nostri poliziotteschi, anche se il tono è meno ribaldo, più sommesso, dimesso, depresso. Qualcuno ha citato, e non scorrettamente, Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula. Un buon film, che si candida a qualche premio, e che potrebbe anche trovare un distributore italiano. Il suo limite sta semmai nel moralismo. Vero, qui ci sono di mezzo minorenni (due, per l’esattezza, Iris e la sua amica), e la cosa è grave, però, minorenni a parte, è davvero è il caso di indignarsi tanto se i politici vanno a puttane e se le puttane vanno dove le porta il soldo?

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